mercoledì 15 Aprile 2026

Trattare con Bruxelles?

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E’ possibile ma come si nota non c’è chi sia capace di farlo

Se la variabile politica, peraltro non estranea a logiche di consenso preelettorale, può far cadere la scelta unicamente sul taglio dell’Irpef, ben diverso deve essere l’approccio sulle coperture, da affidare a soluzioni strutturali, ben calibrate, a prova di mercati e di Bruxelles, in grado di garantire piena sostenibilità nel medio periodo all’intera manovra. E di certo indirizzare le risorse disponibili al taglio dell’Irap offrirebbe maggiori margini di garanzia, se si guarda anche a quella formidabile fonte di “copertura” costituita dal robusto sostegno alla competitività del nostro sistema produttivo.

Non a caso è proprio sulla qualità delle misure annunciate dal governo, in termini di incremento del potenziale di crescita della nostra economia, che la Commissione europea ci attende alla prova. Due sere fa, a conclusione dell’Eurogruppo, il commissario agli Affari economici, Olli Rehn, nell’unirsi al coro di incoraggiamenti rivolti da tutti i ministri a Pier Carlo Padoan, ha però sospeso il giudizio, in attesa di conoscere nel dettaglio interventi e relative coperture. Va bene l’accelerazione imposta dal nuovo governo al processo di riforme, agli occhi di Bruxelles però finora solo annunciate, a patto che le soluzioni che verranno adottate, anche sul fronte delle coperture, poggino su basi solide e non costringano a vistose retromarce. I tagli strutturali alla spesa, nei tempi che lo stesso Padoan ha esposto nel suo esordio in sede europea (vale a dire in un orizzonte di medio periodo), costituiscono la garanzia, la vera clausola di salvaguardia per il taglio delle tasse. E allora qualche tempo in più per meglio calibrare la corretta destinazione delle risorse e le misure compensative può anche essere una scelta oculata.

Attenzione quindi a non ripercorrere nuovamente la strada dei tagli lineari, inaugurata all’insegna dell’emergenza ma poi divenuta prassi. Riqualificare la spesa, che poi è la vera mission della «spending review», di certo è operazione più complessa ma è proprio qui che si esercita, o dovrebbe esercitarsi, quell’accorta opera di selezione che spetta in primo luogo alla politica. 
Il governo Letta proprio sull’aspetto decisivo delle coperture ha pagato un prezzo molto elevato. Per far fronte alla soppressione delle due rate dell’Imu di settembre e dicembre, scelta ritenuta indispensabile per la sopravvivenza del governo, ci si è trovati nella necessità di individuare faticosissime coperture per 4,4 miliardi. In parte si è fatto ricorso all’abusato strumento degli anticipi di imposta, che poi vanno scontati in sede di saldo. Una sorta di prenotazione del gettito a beneficio dell’anno in corso, cui corrisponde un minor gettito futuro. E per prevenire obiezioni in sede europea, si sono architettate valvole di sicurezza sotto forma di «clausole di salvaguardia», che poi vanno disinnescate per evitare interventi sulle accise, o tagli orizzontali alle detrazioni fiscali. Per non parlare dell’aumento dell’Iva, ereditato dal governo Letta proprio sotto forma di clausola di salvaguardia e poi regolarmente scattato il 1° ottobre dello scorso anno.

Ora nel possibile menu delle coperture all’esame del governo per il taglio di 10 miliardi del cuneo fiscale compaiono sia la “prenotazione” ex ante della minore spesa per interessi propiziata dal calo dello spread sia i futuri, ma non ancora cifrati, incassi attesi dal rientro dei capitali esportati all’estero. In quest’ultimo caso si tratta di un’entrata qualificata come una tantum sulla quale andrà avviata una trattativa con Bruxelles, per tentare di convincere la Commissione del carattere forzatamente temporaneo di misure che comunque dovranno poi essere sostituite da interventi strutturali. L’esercizio, come si vede, è complesso, la coperta cortissima, ma è proprio su questo punto che un governo politico a tutto tondo dovrebbe far valere la forza di scelte e decisioni ponderate e al tempo stesso coraggiose.

 

 

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