martedì 17 Febbraio 2026

Un grande malgrado noi

Più letti

Global clowns

Note dalla Provenza

Colored

alt
Tolkien a quarant’anni dalla morte

Quarant’anni fa, il 2 settembre 1973, moriva in Inghilterra a ottant’anni passati, lo scrittore sudafricano John Ronald Reuel Tolkien.
L’autore del Signore degli anelli, de Lo hobbit e del Silmarillion, grazie ai film di Peter Jackson oggi familiare a tutti, immediatamente dopo la morte rappresentò il galleggiante in mare della gioventù rautiana.

Tolkien è uno scrittore di primo piano e i messaggi che lancia attraverso le favole per bambini è notevole. Non solo dal punto di vista morale e controstorico come lo hanno inteso i più, ma in tutto il simbolismo fonetico, numerologico, ghematrico (la scienza che relaziona numeri, lettere e significati) e immaginifico.
Purtroppo, fatte le dovute eccezioni eccellenti, Tolkien negli anni settanta e ottanta rappresentò soprattutto la fuga nell’irreale per quella parte di gioventù intenzionata a disertare lo scontro e a non assumere le proprie responsabilità. Fu altresì il furbetto escamotage per tessere dialoghi intellettuali con ambienti reazionari (di destra e di sinistra) senza pagare dazio. In altre parole era come dire “sono (stato) fascista sì ma come un nano, parliamoci con voi elfi e uomini e consoliamoci perché siamo tutti minacciati dalle ombre”.
L’avanzata a macchia d’olio dell’immaginario tolkieniano fortunatamente andò in modo diverso da come era stata concepita. Si trattò quasi sempre di un’interpretazione impolitica e incapacitante perché, fronte all’avanzare dell’ombra, i giovani si concepirono come compagnie e si consolarono del fatto che in nove si può vincere. E questo, che alla fin fine ha nobilitato il tolkienismo d’area, si può accettare.
Nobilitato peraltro da espressioni grafiche e musicali di tutto rispetto (pensiamo alla Compagnia dell’Anello).
Così come sono da considerare gli studi qualificati ed elitari che si sono distaccati dall’insieme.

Globalmente però l’interpretazione rautiana della favola è umanamente imbarazzante, non solo per la sua piccolezza contenutistica (di Tolkien sottolinearono l’aspetto morale e quello ecologico dimenticando completamente la simbologia, la runologia, la ghematria, il simbolismo) ma per gli atteggiamenti rispetto alla politica e alla vita così emblematicamente incarnati e vissuti nella mentalità individualistica, antigerarchica e sovversiva dei tanto esaltati Campi Hobbit che ricorderanno sì a molti la loro giovinezza ma che furono molto più noiosi e dannosi dei campi di concentramento.
Fortunatamente Tolkien, malgrado l’uso e la lettura fatta da molti di noi, resta un gigante.
Da lui c’è molto da prendere. Senza passare per le scorciatoie d’area che, sovente, portano a Saruman. Per affinità elettive sempre meno mascherate.

 

Ultime

Pochi sguardi nobili vedran l’aurora

Consigli per non perderla

Potrebbe interessarti anche