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Una canzone istriana

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Il dramma della gente italiana che vogliono dimenticare

 

La canzone nasce nell’ottobre 2011, quando il cantante, a Trieste per cantare alla Sala Bartoli, visita il porto vecchio in ristrutturazione e in un locale, il magazzino 18, appunto, è sorpreso da una miriade di poveri oggetti, ammucchiati alla rinfusa, tanti da sembrare i resti di un terremoto, di una grande catastrofe naturale, ma su ognuno leggeva un nome di persona, quello di chi era stato costretto a depositarlo in quel magazzino per proseguire altrove… Roma, Foggia, Sardegna, Australia, Americhe… Un popolo in fuga, costretto a lasciare tutto, a privarsi di tutto e a disperdersi nel mondo, a farsi cancellare etnicamente dalla faccia del mondo. L’arrivo dei partigiani di Tito sono stati un incubo per gli italiani.
Delle atrocità, incredibili quanto insensate, nessuno può elencarle, troppe e troppo angoscianti per non divorare il cuore. Il sindaco socialista di Capodistria, amico di Filippo Turati e Anna Kuliscioff, è accecato e depredato; si passano per le armi tutti gli esponenti del movimento autonomista zanelliano di Fiume che già nel 1920 si erano battuti contro il Fascismo; donne e bambine violentate sotto gli occhi dei familiari imbavagliati e legati. Ne rimase talmente scosso, sconvolto, da decidere che quella storia non poteva essere dimenticata, tutti dovevano conoscerla. Finisce con il farne un bellissimo, struggente motivo, dedicato a Laura Antonelli e Sergio Endrigo, ambedue nati a Pola ed esuli, inserito nell’ultimo CD “Album di famiglia” che, con la collaborazione di Jan Bernas (giornalista polacco, autore di un libro “Ci chiamavano fascisti. Eravamo italiani”) diventa ora lo spettacolo che aprirà la stagione teatrale del Rossetti, a Trieste, il prossimo 22 ottobre.
Il dramma di un popolo che la diplomazia del dopoguerra ha avuto interesse a minimizzare, nascondere addirittura.
Racconta Cristicchi: “Quando ho portato in scena la ritirata dalla Russia mi hanno accusato di essere comunista. Adesso che ho annunciato questo spettacolo sugli esuli dell’Istria mi sono arrivate accuse di Fascismo. C’è molta confusione nella testa della gente. E c’è questa storia che invece va raccontata senza pregiudizi, senza creare polemiche, ma che è un terremoto della storia”.
La storia di un popolo espropriato della sua terra con la violenza fin dal 1870, quando il governo austriaco decise di appoggiare il partito croato in chiave anti-italiana, a compimento del decreto firmato da Francesco Giuseppe del 1866 volto a tedeschizzare o slavizzare la regione, cancellando la presenza italiana.
Nel modello federativo asburgico ogni regione si avvaleva di una Dieta provinciale, legislativa ed esecutiva. Ebbene la Dieta dalmata del 1864 contava trentadue rappresentanti autonomisti filo-italiani e nove croati ma subito dopo il famigerato decreto del 1866 il peso del partito autonomista si ridusse a ventisei eletti contro quindici.
Dal 1870 Vienna concreta quindi la politica di snazionalizzazione, consegnando la maggioranza dietale in Dalmazia ai deputati di parte croata. Siccome lo scopo non si poteva raggiungere lasciando libertà di voto agli elettori, che avrebbero optato per il partito autonomista (quello italiano, che nonostante un orientamento verso l’Italia, diventerà dichiaratamente irredentista quando la snazionalizzazione sarà reale e violenta), le elezioni si svolsero con un sistema destinato ad essere ricordato come “sistema dalmata”.
Liste truccate, voti doppi e tripli, annullamenti e alterazioni di voto, defunti alle urne, sostituzioni di personale e punizioni per chi denunciava le irregolarità, schieramento del clero a favore della “cattolicissima” Austria e contro lo Stato italiana nato dalla breccia di Porta Pia. A Macarsca il corpo elettorale era costituito da duecentosessanta elettori ma a votare per il partito croato furono in duecentonovanta.
A Signo, dopo otto giorni di voto (tempo lunghissimo dovuto alla costante superiorità del partito autonomista), si conteggiarono i voti di notte e siccome il partito autonomista filoitaliano risultava in maggioranza nonostante l’annullamento di centinaia di voti o attribuiti al partito croato, giunse l’ordine di porre termine alle votazioni e due compagnie di cacciatori tirolesi sgomberarono la sede elettorale, caricando con la baionetta inastata circa duecento votanti filoitaliani che dovevano ancora depositare il voto. Un copione destinato a ripetersi in tutta la Dalmazia. La maggioranza dietale andò così al partito croato, venticinque eletti contro quindici, che elesse a sua volta una giunta provinciale croata. Il dominio croato sulla regione dalmata, si origina da questa violenza che ha cancellato l’italianità della Dalmazia.
Una persecuzione metodica, senza fine, continuata nel 1915 con la deportazione degli istriani su fronti lontani, costringendoli di fatto all’espatrio.
Confessa Cristicchi: “Voglio iniziare la rappresentazione con la strage di Vergarolla che nel 1946 a Pola vide morire un centinaio di italiani, bambini, famiglie giunte per assistere o partecipare ad una gara di nuoto. Un atto terroristico che segna l’inizio della paura, della fuga. Ricordare Marinella Filipar, bambina di appena un anno, morta assiderata nel 1954, gli operai che impedirono a Bologna la distribuzione di latte ai bambini sul treno dei profughi. Una storia complessa che si apre come una matrioska e che va raccontata per restituire il senso di cosa sia essere italiani, restituendo il senso della dignità agli esuli che si ricostruiscono una vita, e a quelli rimasti al di là della frontiera dove ora si tende a croatizzare tutto, anche l’Arena di Pola e i leoni di San Marco”.

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