Martedì 28 febbraio ha avuto luogo alla biblioteca Rispoli di Roma il terzo incontro internazionale organizzato nella stagione dal Centro Studi Polaris in collaborazione con Biblioteche di Roma e con il patrocinio dell’OSCE PA, delegazione parlamentare italiana.
Il tema della giornata è stato “Vicino Oriente: dopo i cambiamenti del 2011 la pace è più vicina o più lontana?”
Sono intervenuti rappresentanti diplomatici di tre nazioni direttamente coinvolte: Egitto, Turchia e Palestina, moderati da Luca Pedichini per il Centro Studi.
Per l’Egitto ha parlato l’addetto culturale all’Ambasciata, professor Taha Mattar, che ha rievocato le fasi della rivoluzione egiziana e si è detto ottimista per il processo di pace in quanto – ha sostenuto – “una maggior partecipazione popolare alle decisioni politiche non potrà che sfociare in maggiori chances di distensione”. Ha tuttavia denunciato la mentalità comune da parte delle diverse potenze che si affacciano sul Mediterraneo le quali ritiene facciano troppi calcoli d’interesse che dovrebbero essere quantomeno accompagnati da ragionamenti di più ampio respiro .” La pace – ha poi concluso – non vi sarà mai fino a quando la questione palestinese non avrà trovato una giusta soluzione, non una soluzione qualsiasi ma una giusta”.
Il dottor Erman Totcu, consigliere agli esteri dell’Ambasciata di Turchia, si è detto a sua volta ottimista perché il sud del mediterraneo è in via di sviluppo e quindi è in grado di dire la sua. La Turchia, in particolare, da quando si è stabilizzata la politica di Erdogan ha goduto di tali progressi che una sua entrata nella UE, che prima vedeva favorevole l’83% della popolazione, oggi è vista di buon occhio appena dalla metà. Rammentando che tra Ankara e Tel Aviv le relazioni storiche erano sempre state distese, il consigliere ha fatto notare quanto oggi siano conflittive. Per superare questa reciproca ostilità la Turchia ha posto tre condizioni ad Israele: le scuse ufficiali per l’assalto israeliano alla Freedom Flotilla, l’indennizzo ai familiari delle vittime e che sia tolto lo stato d’assedio alla Striscia di Gaza.
Il dottor Jawad Yassine, parlando a nome della Comunità Palestinese di Roma, si è detto invece piuttosto pessimista perché le tensioni nell’area, in particolare gli scontri religiosi, danno ulteriori occasioni di distrazione dalla causa palestinese mentre i coloni israeliani aumentano gli insediamenti illegali. Il dottor Yassine ha aggiunto che l’Europa, che avrebbe i mezzi per un reale arbitrato, latita pericolosamente. Ha rammentato che fu proprio su di una proposta italiana “due popoli, due stati” che nacque il processo di dialogo che condusse agli accordi di Oslo che, benché firmati, non furono poi rispettati. E al momento in cui la Palestina è stata riconosciuta ufficialmente all’Unesco, l’Europa, che a parole ha accompagnato questo processo, si è defilata: quasi tutti i membri hanno trovato una scusa per abbandonare l’aula e per astenersi.
Le condizioni generali sono quindi molto critiche per la sopravvivenza dei palestinesi.
Per il Centro Studi è intervenuto il caporedattore della rivista Polaris, Gabriele Adinolfi il quale ha rilevato come le posizioni espresse fossero asimmetriche in quanto dettate dalle diverse condizioni dei singoli paesi.
Adinolfi si è detto più vicino al pessimismo palestinese che alle due diverse forme di ottimismo, egiziana e turca, in quanto contano, e molto, i rapporti di forza che tutto suggeriscono meno che l’ipotesi di una pace giusta. Riprendendo il tema lanciato dal dottor Yassine, la latitanza e la doppiezza europea, il caporedattore della rivista ha espresso i suoi convincimenti. In primis l’Europa soffre ancora dei riflessi condizionati di Jalta e si è accorta solo parzialmente della caduta del muro di Berlino; resta ancorata ad uno schematismo bipolare, nel quale è subalterna ed essendo venuto meno il fantasma del comunismo russo, anziché mettere in discussione la logica della Nato che con esso veniva meno, ha accettato di sostituirlo con lo “scontro di civiltà” imposto dal Pentagono. A quale punto si sia giunti in questo sonnambulismo lo comprova la reazione della stampa francese all’uccisione, il mese scorso, di un giornalista transalpino. Non appena si è scoperto che fu vittima non del governo ma degli insorti si smise di parlarne; e questo perché prigionieri della logica dei blocchi (da un lato gli Atlantici con i ribelli, dall’altro Russia e Cina con Damasco).
Se lo scontro di civiltà è un pretesto utile anche ad impedire cambiamenti di rotta economici, demografici e strategici e, quindi, a mantenere l’Europa in stato d’inferiorità, ha aggiunto Adinolfi, non va però dimenticato che nella globalizzazione post-ideologica crescono i fondamentalismi religiosi che questo scontro sostanziano realmente; essi possono essere musulmani, wahabiti o sciiti, possono essere opera di salafiti, ma ci sono anche dei fondamentalismi biblici, veterotestamentari, che non solo godono di buona salute ma dettano le agende di gran parte della politica occidentale. L’Europa non potrà mai uscire dallo stadio in cui versa se non farà i conti con la sua radice classica, grecoromana e con gli elementi che hanno collegato, per millenni, quelle radici fino al “secolo breve”, elementi ghibellini, improntati sulla mistica e l’onore, sullo spirito di cavalleria, ovvero sul perseguimento della giustizia, sull’opposizione ai soprusi e sulla difesa dei più deboli.
In mancanza di che l’Europa oscillerà, ipocrita, debole ed irresponsabile, tra i vari fondamentalismi destinata ad essere inesorabilmente sacrificata negli equilibri prossimo venturi.
Nell’occasione è stato presentato il numero 8 della rivista trimestrale Polaris. Il titolo di quest’edizione è: Global Octopus oppure no?
