sabato 18 Aprile 2026

Le rose di Budapest

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L’avevo scritto ben prima delle elezioni di domenica 12 aprile.

Sostenevo che la sconfitta di Orban non sarebbe stata un dramma, e in effetti essa rappresenta un’opportunità.

Vediamo di capirla meglio

Non possiamo sapere se Magyar sarà all’altezza del compito e neppure quanto dritta abbia la schiena. Non conoscendolo, possiamo rimandare il responso al suo operato.

Intanto atteniamoci ai programmi del vincitore

Si presentano molto più interessanti di quelli dello sconfitto.

Raddoppio dei fondi per la natalità, restrizione sulla politica d’immigrazione, rifiuto – tranne in casi eccezionali e giustificabili – di assunzione di mano d’opera non europea.

Poi: partito degli ungheresi, come popolo e patria, al di là della destra e della sinistra. (Vi ricorda qualcosa?). Lotta alla corruzione a al sistema mafioso che ha imposto degli oligarchi nelle autocrazie liberal-sovietiche, lì come in Russia.

Posizionamento centrale di Budapest tra Est ed Ovest e piena assunzione dell’identità europea senza alcuna deferenza nei confronti di Bruxelles.

Se son rose fioriranno, ma sono comunque rose.

Passiamo ora a spiegare la vittoria

di questo premier di quarantacinque anni che ha sfidato e sbaragliato Orban sul fronte patriottico.

Magyar ha messo l’accento sulla di lui servitù nei confronti degli stranieri e in particolare dei russi e sulla corruzione dilagante in un paese gestito da tre famiglie di oligarchi.

La causa ha preso alla grande, tanto che Tisza, il partito dello sfidante, ha riportato oltre i due terzi dei seggi e dato circa sedici punti di scarto a quello di Orban che colleziona meno della metà di eletti rispetto al vincitore. Terzo ed ultimo in parlamento l’etno-nazionalista Movimento Nostra Patria che, intorno al 6%, ottiene un pugno di deputati.

Perché Magyar ha schiantato Orban?

Perché ha interpretato il sentimento d’indignazione popolare nei confronti del servilismo del proprio governo nei riguardi dell’imperialismo moscovita e per l’offesa consequenziale al ricordo e al sentimento nazionale.

In tutti i comizi e in tutti i cortei la gente ripeteva senza cessa gli slogan antirussi del 1956.

Perché Orban aveva tenuto fino ad allora?

Sostanzialmente per due ragioni.

La prima è che le scorse elezioni si tennero poco dopo l’invasione russa in Ucraìna, quando ancora la posizione del leader poteva apparire equilibrata e pragmatica, poi con il tempo Orban si è sempre più connotato come un satrapo di Mosca, una specie di Lukashenko.

Se si aggiunge che questa volta non è stato sfidato da un fronte globalista o woke o lgbt, ma da un fronte patriottico, illudersi che potesse tenere era quantomeno sciocco.

Né le continue intromissioni straniere nella campagna elettorale hanno finito con l’aiutare il premier uscente. Il sostegno moscovita non poteva che essere il bacio della morte.

Ma c’è stato di più: sono andati a sostenerlo in chiusura di campagna il vicepresidente americano Vance e il nipote di Netanyahu quando la macelleria mediorientale è in piena attuazione.

Va registrata una carenza di capacità di analisi

Mi riferisco un po’ a tutti quelli che – da una parte o dall’altra – hanno osservato la battaglia elettorale e il posizionamento reale dei soggetti in causa.

Perché Orban è così sottomesso ai russi, agli americani, agli israeliani e ai cinesi?

Per chi abbia un minimo sia di conoscenza storica che delle tecniche operative dei soggetti in gioco, non doveva essere difficile capire che, con il crollo dell’Urss, l’apparato sovietico si è mosso benissimo sul solo piano sul quale è eccezionale, ovvero la menzogna e la sovversione, e che ha ottenuto la collaborazione delle diverse Stay Behind.

Bisognava che tutto cambiasse affinché non cambiasse niente.

Sicché sono stati sostenuti politici piazzati al centrosinistra, tra i quali quello Schroeder che da cancelliere tedesco si è poi tramutato in un finzionario Gazprom.

Ma – riprendendo una strategia già definita nel 1957 – gli apparati sovietici hanno infiltrato il nascente populismo, piazzando quadri formati nel comunismo e forniti di apparati e mezzi, alla testa di partiti improvvisati. Col compito di sottometterne le creature.

Orban come la Merkel hanno paralizzato le autonomie energetiche nazionali e sottomesso le proprie nazioni a Mosca, fino allo sputare platealmente sulla storia dei propri popoli.

Nello stesso tempo – parlo del 1991 – i servizi russi inviarono diversi “dissidenti” a contattare le estreme destre. Tra questi fecero strada Dugin e Limonov che, almeno, a differenza di tutti gli altri, hanno il merito di essere agenti del loro paese e non servi di un paese altrui.

Particolare menzione merita la pattumiera AfD che, dopo aver lasciato fare a dei nazionalrivoluzionari tedeschi, affinché si potesse mascherare il loro sovietismo dietro una presunta estrema destra, ha fatto la sintesi tra la Scuola di Francoforte e gli apparati della Stasi, divenendo la quintessenza della porcheria. Un Cinque Stelle all’ennesima potenza.

Quella sfacciata confluenza di tutti i nostri nemici

Se Cremlino, Casa Bianca e Knesset si sono scoperti tutti assieme nel tentativo disperato di salvare il proprio burattino di Budapest, dovrebbe essere ben chiaro – e d’altronde LORO lo dicono, siamo noi che non vogliamo sentirlo – che sono i nemici dell’Europa e che il sovranismo, così come lo chiamiamo noi, è uno dei principali strumenti contro le sovranità dei nostri popoli.

Non dovrebbe essere difficile da capire. Il fatto è che molti si rifiutano di capire.

Ormai in certe aree si “ragiona” sulla base di feticci, parole d’ordine confezionate da altri, ignoranza, piattezza e presunte corruzioni che di volta in volta spiegano con i Soros di turno le cocenti sconfitte dei servi dei padroni.

A prescindere da quello che potrà avvenire da domani in Ungheria, il rigetto popolare di Orban, le oceaniche in piazza e nelle urne, sono una prova chiara e indiscutibile di quale sia il sentimento condiviso. I sentimenti possono essere cavalcati, interpretati, distorti, ma non si creano dal nulla.

Non è un caso se i nostri nemici – dell’est e dell’ovest – hanno capito per tempo e hanno occupato con assoluto tempismo il terreno di quel populismo che vedevano arrivare all’orizzonte e che di certo non avevano auspicato.

Hanno provato – con successo – a utilizzarlo contro se stesso.

Ora però questo “sovranismo” è spaccato

e sono soprattutto i dirigenti di quaranta, cinquant’anni, ovvero formatisi sul campo e non nelle scuole quadri dei comunisti e di Stay Behind (che poi sono la stessa cosa) a spaccare in senso europeo e con un soffio di aria nuova, un ambiente politico lottizzato fin dalla nascita dagli agenti e dai servi dei nostri padroni. I quali oggi perdono colpi e pezzi e questa è la notizia migliore in assoluto.

Nè Fronte Rosso né Reazione!

E nemmeno quel Frankenstein che unisce entrambi sotto varie declinazioni, tra le quali la menzogna rossobruna e lo scambiare agenti dello straniero per dirigenti sovrani.

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