“C’è molta confusione sotto il cielo” diceva Mao. A me pare che non ce ne sia affatto e che i vari giocatori di Risiko (tutti in competizione e in società tra di loro a fasi alterne) non si preoccupino più di nascondere il loro gioco.
Ci sono, invece, alcune potenziali evoluzioni in un senso o nell’altro
Riguardano la natalità, le migrazioni, il futuro identitario non solo dei popoli ma delle persone. E le contese tra le varie potenze – prese al loro interno dai problemi testé elencati, ma contemporaneamente in rapporto reciproco di rivalità e interdipendenza – volte al controllo delle fonti energetiche e alla realizzazione delle rivoluzioni tecnologiche e industriali.
Sarebbe sufficiente respirare
prendere la distanza emotiva necessaria dalla gazzarra “politica” quotidiana e concepirsi in linea con l’attualità, per contribuire – e sottolineo contribuire, dato che nessuno qui è un superuomo – alle corrette evoluzioni della propria gente.
Poi c’è la grande confusione sotto il cielo crollato sulla testa
– come avrebbe paventato Asterix – a tutti coloro sui quali esso è veramente crollato.
Mi riferisco a chi prova nostalgia, non per la vita, i simboli o le realizzazioni di un passato che può benissimo rigenerare il futuro, in quanto non è morto, ma per le condizioni di vita cui egli stesso era abituato e per gli schemi mentali che conosceva prima e da cui non riesce a liberarsi.
Questo produce la costruzione mentale di Villaggi dei Galli nei quali rinchiudersi e attendere che qualche castigamatti possa vendicare le proprie disillusioni. Di qui le mitizzazioni di vere e proprie sottoculture o di potenze tracotanti e violente, che ci si rifiuta di vedere come realmente sono e a cui ci si affida fideisticamente. Poco conta che si tratti dei russi, degli americani, degli israeliani, degli iraniani o dei coreani del nord: il procedimento mentale è lo stesso e conduce al medesimo risultato di autocorrosione.
Oppure riaffiora, a cadenze regolari, l’uomo o la donna dell’ultima spiaggia
Colui o colei che viene a dire ad alta voce quello che pochi osano dire (come se dire e fare fossero la stessa cosa…), che fa il pieno di folle che eccita fino allo spasimo.
Non si tratta più di uomini che, per cultura politica, generazione, condizione storica, potevano offrire alternative difficilissime ma potenzialmente realizzabili per i loro popoli. Non c’è più nessun Jean-Marie Le Pen. Oggi ci sono gli Eric Zemmour le Marine Le Pen o, peggio ancora, le Alice Weidel. Da noi abbiamo avuto Salvini, oggi ingrigito e incalzato da Vannacci.
Il risultato è puntualmente lo stesso
si ridistribuiscono i voti, generalmente a vantaggio della casta, e nulla cambia perché nulla può cambiare se non si è lavorato prima, in profondità e in continuità; se non ci si è resi conto del fatto che il potere politico non dipende da quello elettorale e neppure da minoranze chiassose, ma dagli elementi di forza che vantano le minoranze organizzate.
Al netto del loro valore intrinseco, gli uomini, o donne, “della provvidenza”, nulla possono davvero perché si scontrano contro questa scoperta clamorosa del populismo terminale: il potere in quanto tale, che esso definisce “deep state”, il quale va conquistato o nisba, perché è quello che le leggi le applica e le disposizioni le segue, oppure no. Esso prevale sempre su chi le detta.
Quindi, senza le conquiste previe delle postazioni, sono sempre e solo fuochi d’artificio.
Sia chiaro che non intendo mettere il bastone tra le ruote
a chi sente il richiamo della foresta: ogni impegno porta sempre frutti, magari collaterali, e va bene così. Bisogna però comprendere che solo le torri di Babele vengono erette in questo modo e regolarmente crollano su di sé.
È l’effetto immancabile di ogni scelta da ultima spiaggia. Aliena chi si arrocca e poi muore di rammarico.
Se fa difetto un radicamento, non solo ideale ma di metodo, e con esso una gestione rivoluzionaria, il radicalismo si maschera da estremismo, alza la voce, buca magari qualche schermo e crea un personaggio; intanto spezza le catene che vanno dal centro alla periferia, e viceversa.
Perché, se non si ha ben presente questa centralità radicale
ci si polarizza tra estremismo e moderazione: due impotenze complementari. Che dipendono, entrambe, dalla rinuncia alla propria soggettività per rifugiarsi in una delega, spesso fideistica, sempre autolesionista.
Quest’alternativa tra estremismo e moderazione non avrebbe alcun senso se si fosse assunta la mentalità politica rivoluzionaria che non prevede la sottomissione a qualcuno o a qualcosa e quindi neppure qualsiasi forma di entrismo.
Sostengo da anni che l’entrismo lo si fa da fuori. Per meglio dire, è l’autonomia che concede forza contrattuale e consente di entrare in gioco in rete, formando catena con chi altri ha qualcosa da condividere con noi nelle pulsioni e nelle visioni. Le sinergie non richiedono tesseramenti, anzi!
La rete si fa da ovunque
quindi se qualcuno sceglie di andare per forza da una parte anziché da un’altra non è di per sé un problema. Lo diventa quando lo fa con la mentalità da ultima spiaggia e affidando le sue aspettative al provvidenziale “messia” di turno. Emotività più che logica.
Le condizioni odierne sono particolarmente favorevoli
sia sul piano internazionale che su quello nazionale come ha appena dimostrato l’impressionante manifestazione di Roma per la Remigrazione con un’oceanica di folla composta da gente normalissima, tra cui migliaia di giovanissimi che non militano in nessun movimento o partito.
Le condizioni favorevoli si possono cogliere benissimo, ma mai e poi mai con la sindrome dell’ultima spiaggia. Non farlo, oggi che la ruota gira nella giusta direzione, significherebbe mancare un dovere e deludere.
Vediamo di non perdere anche questa volta il treno della storia
per inseguire modelli che rassicurano la nostra pigrizia e la nostra incapacità di evolvere mentre restiamo fermi nei principi!
Va detto, purtroppo, che generalmente si “evolve” nei principi, nel senso che li si abbandona o disconosce, mentre ci si fossilizza nel mentale e nel comportamentale.
Il “solve” viene quindi applicato all’essenziale, che così si dissolve, e il “coagula” al mentale che si fossilizza.
Uccidiamo dunque lo spirito di gravità che ci portiamo dentro come zavorra e il più sarà fatto.
È tempo. Ed è nostro dovere.

