Assalto armato ad Erdogan
Un commando, armi e bombe alla mano, ha assaltato la scorta del bus elettorale del primo ministro turco Recep Tayyip Erdogan.
Un ufficiale è morto e un agente è rimasto ferito quando la loro auto è stata colpita sulla via del ritorno da un comizio del premier a Kastamonu, nel nord, sul Mar nero.
Il premier era già volato ad Amasia, terza tappa del suo tour elettorale. “Essi non credono nella democrazia”, ha dichiarato il primo ministro turco, “conoscono solo il terrorismo per raggiungere i loro scopi”.
E mentre è in corso la caccia agli assalitori, Erdogan davanti ai suoi sostenitori non ha escluso che l’attacco potrebbe essere la risposta dei separatisti curdi ai sondaggi che danno per certo il suo terzo mandato alle elezioni parlamentari del 12 giugno
La linea Erdogan ha molti nemici. L’ala laica turca è filo-atlantista e guarda da sempre a Washignton e Tel Aviv. I fondamentalisti islamici vogliono a tutti i costi l’entrata della Turchia nella UE, ipotesi caldeggiata anche da Usa e Israele.
Erdogan predilige una terva via, di alleanza con l’Europa e la Russia e di orientamento geopolitico verso l’est e il nord-est. Ciò rompe le uova nel paniere alle principali potenze. Vi si aggiungano un paio di elementi cardinali. L’accelerazione del progetto South Stream (eurorusso) a discapito di quello Nabucco (atlantista antirusso) sul fronte startegico dei pipelines e il conflitto con Tel Aviv in seguito all’assalto militare israeliano alla Freedom Flotilla, motivo scatenante di un’ostilità nata pecedentemente quando Israele ha iniziato a utilizzare i curdi per la sua influenza destabilizzatrice tra l’Anatolia e l’Azerbaijan.
In Turchia opera il PKK, partito comunista curdo, sostenuto da Israele, unica organizzazione politico-militare a gestire l’intera catena della droga (produzione, raffineria, spaccio e riciclaggio).

