martedì 27 Febbraio 2024

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Ma questo è un giornale amico dei fascisti?

Questo giornale è troppo nero

di Luciano Ummarino e Claudio Marotta

Ci vergogniamo è dura ammetterlo, ma è così. Doveva essere per noi un’avventura nuova, appassionante e a tratti lo è stata. Ma ora ci vergogniamo di essere nella redazione dell’Altro. Ci siamo stati fin dall’inizio, fin da quando a un manipolo di donne e uomini è venuta in mente un’idea pazza e quasi impossibile. Fare un quotidiano libero, alieno da ideologie, disobbediente e figlio di nessun partito o organizzazione politica. Uno strumento di sinistra capace di contribuire alla ricostruzione di immaginario e linguaggio della politica. Un’impresa difficile, ma ambiziosa. Un giornale irriverente che sapesse rimettere in moto idee e pensieri, che mescolasse culture e identità, che non desse per scontato niente e che fosse in grado di assaltare all’arma bianca i tabù che ancora tengono prigioniera del secolo passato molta parte della sinistra istituzionale e non.

Non avremmo mai immaginato però di finire in un giornale che parteggiasse per i pochi e poco interessanti fascisti che rimangono a calcare le scene militanti metropolitane.

Perché l’Altro questo fa. Non investe nell’autorevolezza necessaria che spetterebbe all’impresa epocale a cui tutta la sinistra è chiamata. Non si assume la responsabilità di mettere in discussione il senso dell’antifascismo a dieci anni dall’alba del nuovo millennio. Non apre un dibattito tra gli attori di oggi, non interloquisce con i pochi movimenti su questo tema. Semplicemente sceglie di stare dalla parte dei fascisti senza se e senza ma. Sceglie di chiedere interventi sul tema a un cantautore fascista, a Valerio Morucci (la cui posizione è nota dalla sua apparizione a Casa Pound) e a Miro Renzaglia. Sceglie quindi una linea precisa senza alcun tentennamento. Un approccio originale per affrontare la questione dell’antifascismo, della memoria. Una scelta editoriale chiara: quella di assumere quel punto di vista come il punto di vista dell’Altro.

Del resto è dai primi numeri di questo giornale che questa storia va avanti. Non ricordiamo bene l’ordine degli articoli: 2 pagine “simpatetiche” dedicate agli sproloqui del fascista Iannone, l’unico articolo sulla Resistenza (ad esclusione dei “numeri zero”) affidato a un’ intervista a Giampaolo Pansa autore di quel “memorabile lavoro storico e storiografico” che è Il sangue dei vinti, un articolo del sempre simpatetico Tassinari sulle aggressioni a Casa Pound, un interessantissimo contributo di Renzaglia sul futurismo fino ad arrivare agli ultimi interventi. L’ultimo proprio ieri: entrambe le pagine Queer – spazio caratterizzante del quotidiano, cartina al tornasole della politica editoriale messa in campo dalla redazione – interamente dedicate al sempre presente Miro Renzaglia.

Noi non veniamo dal mondo del giornalismo e ce ne scusiamo perché probabilmente non riusciamo a cogliere fino in fondo il senso di queste decisioni. O meglio, abbiamo provato, ce l’abbiamo messa tutta, ma la verità è assai più semplice di quanto pensassimo. L’Altro è un giornale che parteggia e strizza l’occhio ai fascisti del nuovo millennio. Ne è affascinato forse perché trova in quegli ambienti del credito personale che altrove non trova. O forse è solo un problema di distanza dal mondo, quello vero, dove ci sono “simpatetici fascisti” – non proprio così belli e ribelli – che usano coltelli per uccidere. Così è morto Dax, così è morto Renato. E vi rassicuriamo, senza che mettiate in ballo le stronzate degli opposti estremismi e dell’odio antifascista, che nessuno ha mai pensato di reagire violentemente a quegli assassinii ben prima che l’Altro mettesse in campo questo interessantissimo e inutile dibattito.

Permetteteci di sfogarci un po’, tanto in fondo è questo l’esercizio più praticato su queste pagine: “daje giù” a Repubblica, al Manifesto, al Corriere, all’Unità, a Liberazione, al Fatto, a Santoro, a Ballarò, al Pd, a SeL, ai cibi biologici, a Rifondazione e l’elenco potrebbe continuare. Una campagna continua contro tutto e tutti che dà la misura della supponenza con cui in cinque mesi abbiamo dato vita a un giornale gossipparo e provinciale. Per carità molte volte abbiamo polemizzato a ragione, ma chi produce una tale quantità di critiche deve anche avere il senso del limite. E invece nulla, mai un momento di autocritica, sempre così sicuri delle nostre ragioni, sempre dalla parte della “verità”. Alla faccia del post-ideologismo e della rottura dei tabù. E in questo quadro naturalmente i fascisti no… quelli non si toccano. Guai a farlo.

Stare all’Altro per noi non era solo un lavoro, era la condivisione di un progetto e di una bella sfida. Quel progetto sembra non esserci più, quella sfida s’è persa per strada. Soprattutto non c’è mai stata la volontà di trovare una sintesi fra le varie anime e sensibilità che avrebbero dovuto collettivamente lavorare a questa impresa. Responsabilità da imputare in primis al direttore che non si è fatto garante dell’orizzontalità e collegialità del lavoro in redazione. La democrazia, quella vera, è una cosa complicata e faticosa, comporta passi indietro e in avanti, cessione di sovranità e contaminazioni, la messa in discussione di ogni dogma, la capacità di dare a ogni parola la stessa importanza. Vale per una redazione come per ogni tentativo di costruzione democratica. Vale sempre. Non è stato così. C’è chi ha imposto, con il più classico esercizio del potere formale e informale, le proprie convinzioni. Ancora alla faccia di un’idea non violenta della vita. Tutte chiacchere e distintivo. “I fascifuturisti santi subito!” punto e basta, c’è chi la pensa così e così deve essere. Un po’ troppo, almeno per noi.

Ci dispiace non averlo capito prima. Ci dispiace perché lavorare gomito a gomito con molti di voi è stata una bella esperienza anche e soprattutto dal punto di vista umano. Ma c’è un’insopportabile ombra nera sull’Altro. A voi piace e a noi fa vergognare. C’è poco altro da dire se non che per queste ragioni siamo poco fiduciosi nella possibilità di tornare a lavorare serenamente in quella redazione. A meno che alcune questioni non vengano affrontate collettivamente e pubblicamente come mai è stato fino a ora. In fondo, noi all’Altro ci teniamo e per questo siamo determinati a cancellare quell’ombra infamante e a vincere questa battaglia. Intanto, da oggi siamo in sciopero. Probabilmente non sarà una grande perdita, ma ognuno è quel che è. Non ci resta che chiedere scusa alle Mamme per Roma città aperta: nella vostra lettera avevate ragione l’Altro è veramente troppo nero.

 

Questo giornale è l’Altro. L’altro è anche l’altro non siamo solo noi…

di Piero Sansonetti

Questa lettera mi è arrivata ieri pomeriggio, un paio d’ore prima della chiusura. L’ho letta con grande stupore, ho sentito la sensazione del pugno nello stomaco e poi – dopo un breve scambio di opinioni con la redazione – ho deciso di pubblicarla immediatamente e di provare a scrivere qualche riga di risposta. Di conseguenza la mia è una risposta un po’ affrettata: mi riservo poi, nei prossimi giorni, di tornare sull’argomento (e di farlo anche martedì prossimo, quando si riunisce l’assemblea dei collaboratori e degli amici del giornale).

Abbiamo deciso di pubblicare subito questa lettera, senza tentare mediazioni, aggiustamenti, senza muovere le diplomazie, perché quello dell’estrema trasparenza e della totale franchezza è il nostro metodo. E’ una delle ragioni di fondo per le quali siamo nati. Negli altri giornali, lo so, non è così. Se si pone un problema che riguarda il giornale si discute, si media, si rinvia, si aggiusta, si tenta una soluzione. Noi siamo convinti che se si vuole davvero riformare la politica e la vita intellettuale di questo paese bisogna cambiare metodo. Scegliere il confronto diretto, completo e pubblico.

Un’altra delle ragioni di fondo di questo giornale è “l’altro”. Lo abbiamo detto molte volte, lo abbiamo spiegato nei primi articoli, quando siamo nati, 5 mesi fa. Chi è l’altro?

L’Altro è l’altro, non siamo noi. E’ un concetto che può sembrare facile, ma non lo è. E’ difficilissimo convincersi di questo, convincersi che vale la pena fare una cosa che non ha “Noi” come punto di riferimento. L’altro è lo straniero, il diverso, il povero, il dissidente, il ribelle, l’isolato, ma l’altro è anche il borghese, il ricco, il conservatore, l’altro è il nero, l’altro è il bianco, e soprattutto l’altro è anche il nemico, che noi non chiamiamo nemico – lo chiamiamo amico – e con il quale ci interessa parlare, del quale vogliamo sapere le ragioni, gli umori, i sentimenti i progetti. E vogliamo provare a dirgli i nostri.

Non abbiamo fatto questo giornale per tirar su una bandiera. Per chiedere e proporre e impugnare una nuova appartenenza. Ci sono tanti giornali di sinistra che questo lavoro lo fanno benissimo, molto meglio di noi, che esercitano in modo eccellente la funzione, rispettabilissima, di vessilli. Non c’era bisogno davvero di fare un altro giornale se l’obiettivo era quello.

Abbiamo scritto molte volte: non abbiamo tabù, lavoreremo per piegare i tabù. Che vuol dire? Semplicemente che siamo convinti che per far risorgere la politica, per ridare un qualche spessore e una prospettiva alla sinistra, dobbiamo avere il coraggio e l’umiltà di ricominciare daccapo, di riprendere a pensare, di non godere più delle risposte in automatico, fornite dalle tradizioni e dai testi già scritti. Ma ricercare le risposte una ad una, verificarle, e su ogni tema, su ogni scoglio, su ogni dramma, scoprire se quello che abbiamo sempre detto era giusto o va modificato. Sicuramente scopriremo che molte cose erano giuste. Sicuramente scopriremo che molte erano sbagliare. E poi scopriremo che la gran parte delle cose erano giuste ma ormai sono passate, e la gran parte delle verità non hanno più valore.

E i dogmi? Ne abbiamo solo tre, antichissimi: la libertà, l’eguaglianza e la fraternità. La certezza che tutti dobbiamo avere gli stessi diritti, in ogni campo, e tutti la piena libertà. E che purtroppo non è così, e che su questi due terreni si deve svolgere una grande battaglia politica, perché oggi la stragrande maggioranza dell’opinione pubblica e del mondo politico – di sinistra e di destra – contesta questi valori e propende per una società gerarchizzata e competitiva e meno libera.

Cari Claudio e Luciano, vi risponderò un’altra volta sul perché questo giornale non è gossipparo ed è assai poco provinciale. Non mi sembrano, francamente, accuse solidissime. Vi dico però che la propensione di andare contro tutti è vera, fa parte del nostro programma, e non nasce dalla supponenza ma dalla convinzione che il compito di un giornale sia essenzialmente quello della critica, e la critica non deve essere preconcetta e non deve essere guidata dalla partigianeria o dall’appartenenza o da limiti – di schieramento – non valicabili.

Si può fare un giornale senza appartenenza? Senza tifosi? Andando contro tutti?

E’ chiaro che non è facile, che è rischioso. Ma non è questo rischio, la voglia di correrlo, che ci ha mosso quando abbiamo deciso di mettere su questa impresa, in un paio di mesi, col sostegno solo di pochi imprenditori disinteressati e coraggiosi, e con l’ostilità di mezzo mondo?

Dell’accusa di filo-fascismo ne parleremo meglio in seguito. Cos’è, un modo per offendere? Per dire: traditore?

Io, personalmente, sono abituato da tempo a questa accusa. Mi fa sempre sobbalzare, perché riporta il ricordo a tempi antichi, ma non mi indigna più. Nelle ultime settimane me la sono sentita ripetere tante volte, anche da giornali amici, come il manifesto.

Lo so che per tutti noi è difficilissimo immaginare la lotta politica senza la violenza dell’attacco diretto. Anche per me spesso lo è.

Oppure vogliamo discutere del valore, oggi, per la sinistra italiana, dell’antifascismo? E’ una bella discussione. In parte l’abbiamo fatta, su questo giornale, proprio nella serie sulla “memoria o l’oblio”. E’ contenuta nello stesso articolo di Miro Renzaglia, pubblicato ieri, e che credo sia l’articolo che ha provocato la vostra ira.

Nelle due righe che mi sono rimaste dico solo questo: se l’antifascismo è antiautoritarismo, credo che sia utile ancora, attualissimo. Se è solo un modo per chiamare la tradizione, e i nostri padri valorosi, a riempire un vuoto di valori e di idee, se cioè è solo ricordo, retorica, resistenzialità, ve lo dico francamente: credo sia dannoso.

 

 

 

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