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Birmania: Mondialismo esemplare

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La democrazia sta per sterminare i popoli minacciati che hanno resistito a lungo al regime dittatoriale

 

Chi di noi ha avuto la fortuna di crescere nel periodo in cui si poteva disporre dei migliori strumenti intellettuali, culturali e politici che il mondo anticonformista abbia mai prodotto (parlo ad esempio del lavoro macinato instancabilmente da Carlo Terracciano, Alessandra Colla, Rutilio Sermonti, Maurizio Murelli, Gabriele Adinolfi), ha sviluppato una naturale capacità di comprendere e riconoscere le dinamiche operative ed i segnali di “inizio lavori” della più oppressiva e letale ideologia mai apparsa sul nostro Pianeta. Eppure, noi stessi a volte ci stupiamo di quanto il Mondialismo, visto sul campo, sia uguale a sé stesso. Ovvero di quanto le descrizioni teoriche e gli esempi storici studiati su testi e articoli di pregevole e approfondita fattura corrispondano allo stato reale delle cose.

Avendo avuto l’impagabile privilegio di vivere la vicenda birmana dal 2001 (alcuni di noi in verità già da qualche anno prima), siamo stati testimoni diretti della progressiva realizzazione del disegno mondialista in quella parte del globo. Ci eravamo addirittura illusi (leggere e studiare non sempre riesce a guarire dal letale ottimismo) che le foreste che avevamo iniziato a frequentare con regolare tenacia sarebbero state risparmiate dalla gioiosa macchina da guerra. Da quelle parti avevamo già una guerra, che come tutte le guerre non era bella sebbene ci piacesse per lo spirito eroico che sosteneva la lotta di popolo che la alimentava. Speravamo solo non diventasse “gioiosa”.

Invece, come il Mondialismo vuole, ad un certo punto sono arrivati i chirurghi plastici. Bisturi e filo di sutura, un po’ di botulino, ed il gioco era fatto. Il primo lavoretto estetico ha avuto il volto di Aung San Suu Kyi, “the Lady”. Credo vada dato atto a “Popoli” di aver sempre invitato alla prudenza nei giudizi sulla Signora. “Attenti perché questa non si sa per chi stia effettivamente lavorando!” dicevamo mentre l’eroina dei diritti civili si alternava tra arresti domiciliari e bagni di folla plaudente . Infatti. Non appena ottenuta la possibilità di sedere in parlamento, Aung San Suu Kyi si è rivelata il cavallo di Troia della “Open Society”, sigla dietro la quale fiorisce il demo-business di Gorge Soros e di altri “filantropi”.

“The Lady” è riuscita in brevissimo tempo a far infuriare masse di proletari birmani per il suo silenzio di fronte alle bastonate e agli ordigni incendiari con cui la polizia del regime soffoca le proteste di lavoratori sottopagati e di contadini espropriati dei loro pezzi di terra per far posto agli impianti delle multinazionali. Per non parlare della diffidenza con cui è vista dai gruppi etnici, che hanno ben presto compreso che la Signora avrebbe concentrato la sua attenzione sulle questioni della democratizzazione del sistema politico birmano e della apertura economica verso i mercati esteri, ignorando di fatto le istanze di autonomia per le quali decine di migliaia di persone hanno perso la vita negli ultimi sessanta anni di lotta contro il disegno egemonico del Governo di Rangoon.

Le diplomazie occidentali hanno utilizzato la concessione dei diritti politici ad Aung San Suu Kyi  da parte della giunta birmana come giustificazione per le loro entusiastiche aperture nei confronti dei generali (di fatto, in sordina, già partner commerciali di diverse aziende). Da quel momento i governi europei, così come quello statunitense, hanno potuto prendere in giro più facilmente i propri cittadini sostenendo che la Birmania, o Myanmar, fosse divenuto un Paese retto da lungimiranti politici, sinceramente orientati verso la democrazia e la pace sociale.

Gli organi di stampa hanno come al solito eseguito gli ordini, recitando lo slogan preconfezionato ed osservando il silenzio sui massacri che continuano ad essere condotti contro le popolazioni civili da parte dell’esercito di Rangoon. Stop quindi alle sanzioni. Via libera agli investimenti. Le aree abitate dai Karen, dagli Shan, dai Kachin e dagli altri popoli che compongono il variegato mosaico etnico birmano sono divenuti terra di conquista per le compagnie occidentali che ora fanno concorrenza a quelle cinesi e thailandesi, da lunghissimo tempo coinvolte nello sfruttamento delle risorse naturali del Paese.

Il Mondialismo non ha trascurato ovviamente la commedia politica. Al fine di convincere i movimenti autonomisti a rinunciare alla loro legittima lotta armata, sono state inviate sul campo organizzazioni “umanitarie” di accertata fedeltà ai principi della “Open Society” che hanno mediato i negoziati tra resistenza e governo. “Rinunciate alle vostre aspirazioni. Un fiume di denaro sta per arrivare nei vostri villaggi. I vostri figli avranno scuole ed ospedali. Vivrete in pace.” Più o meno questo il tenore dei discorsi dei delegati umanitari ai poco smaliziati negoziatori etnici. La subdola azione dei demo-pluto-massoni (ridete pure ma questa è la reale anima delle organizzazioni che hanno governato il processo negoziale) ha avuto gioco facile anche perché i movimenti di resistenza hanno fatto l’imperdonabile errore di darsi una struttura democratica, quindi facilmente esposta a processi corruttivi.

I nostri Karen non hanno fatto eccezione: chiamati ad eleggere la nuova leadership, molti delegati sono stati comprati dai fautori della linea morbida nei confronti dell’occupante birmano. Il “fiume di denaro” di cui sopra si è trasformato in un insieme di ruscelli che sono andati a bagnare alcuni rappresentanti di distretto della K.N.U. (Karen National Union), alcuni comandanti di Brigata del Karen National Liberation Army, alcuni responsabili dei dipartimenti. E così, per una manciata di voti, a guidare la linea politica dei Karen sono finite le “colombe”, le quali, in un movimento di liberazione nazionale non inquinato dalla cancrena democratica, sarebbero rimaste ai margini, semplici e minoritarie spettatrici di un negoziato politico da condurre con intelligenza e pragmatismo ma anche con assoluta intransigenza circa l’obiettivo finale: l’autonomia e il rispetto dell’identità e del territorio Karen.

Cresce quindi la protesta della popolazione contro la condotta dei politici Karen. Non passa infatti giorno senza che dai villaggi dai quali gli abitanti vengono fatti sloggiare per permettere il passaggio di una highway o la costruzione di una diga, la gente chieda alla K.N.U. di difendere i suoi diritti fondamentali. Ci sono capi villaggio che inseguono i responsabili di zona della K.N.U. per scongiurarli di fermare le attività minerarie responsabili dell’inquinamento di fiumi e terreni, uniche risorse per la sopravvivenza di intere comunità.

 

Karen Special Black Forces. La resistenza continua.

Il Mondialismo è forte, vincente. Profuma di uffici con la moquette e di SUV carichi di pingui negoziatori. E puzza di corruzione e di tradimento.

Il suoi nemici sono la coerenza e il coraggio. Il Generale Baw Kyaw (pronuncia: Bogiò), il Colonnello Nerdah Mya, David Thackrabaw (già vice presidente della K.N.U., ora allontanato dall’incarico per le sue posizioni intransigenti) sono alcuni dei personaggi che ancora si battono contro la conquista totale della loro Terra da parte della plutocrazia.

Rischiano l’isolamento da parte degli organi ufficiali, ma al tempo stesso godono di una sempre maggiore popolarità tra la loro gente. Così, mentre in alcune aree dello Stato Karen vi sono compagnie che estraggono oro e altri minerali riempiendo le tasche di qualche comandante e di molti politici, succede che dove a governare sono “i nostri” le multinazionali piangano lacrime amare, con cantieri continuamente bloccati dalle incursioni della resistenza patriottica e con ingegneri sotto la costante minaccia di rapimento.

Quanto questo possa durare è difficile dirlo. Quanto questa sacca di resistenza antimondialista possa trascinare dalla sua parte il resto del movimento è altrettanto difficile prevederlo. Dobbiamo dire onestamente che non siamo molto ottimisti.

L’esercito birmano sta concentrando uomini, mezzi e munizioni a ridosso dei territori dei “nostri”. C’è il concreto rischio che vogliano dare una lezione a Baw Kyaw, a Nerdah e ai loro fedelissimi. Se questo accadrà, temiamo che dalla bocca di Aung San Suu Kyi come da quella degli ambasciatori presenti in Myanmar non uscirà alcuna parola. Il Mondialismo, come il guardiano di un cimitero, ama il silenzio.

da www.comunitapopoli.org

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