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D’Artagnan è realmente vissuto. Che le avventure alla base de I Tre Moschettieri siano almeno in parte reali si sa da sempre. Recente è invece la notizia che i resti di Charles de Batz de Castelmore, conte d’Artagnan, sarebbero stati ritrovati in una chiesa nei pressi di Maastricht. Molti, leggendo, hanno sorriso: come se si fossero ritrovato i resti di Paperino o di qualche altro personaggio immaginario. E invece non si tratta di una bufala, né di una notiziola sciocca e ingenua. Certo, occorreranno altri studi e il test del Dna, ma resta il fatto che lo stesso Dumas, nella prefazione al suo romanzo spiegava: “circa un anno fa, mentre facevo delle ricerche alla Biblioteca Reale per la mia storia di Luigi XIV, mi capitarono tra le mani, per combinazione, le Memorie del Signor d’Artagnan, stampate ad Amsterdam da Pietro Rouge. Il titolo mi sedusse: col permesso del direttore della biblioteca portai con me il libro e, naturalmente, lo divorai”.
Il quarto moschettiere
Le Memorie sono in realtà una pseudo autobiografia, un lavoro già romanzato di Gatien de Courtilz, signore di Sandras: l’autore fu a sua volta moschettiere e raccolse le testimonianze di un compagno d’armi del vero d’Artagnan. Pubblicate nel 1700, le Memoires costituiscono dunque il nucleo del romanzo di Dumas. È stato poi il genio del grande scrittore a trasformare queste note in un’opera d’arte. Ancora nella prefazione si legge: “mi accontenterò di indicare quest’opera curiosa a quelli tra i miei lettori che apprezzano i quadri storici. Vi troveranno ritratti sbozzati da mano maestra e, benché questi schizzi siano per lo più tracciati sulle porte delle caserme o sui muri, vi riconosceranno egualmente rassomiglianti (…) le immagini di Luigi XIII, di Anna d’Austria, di Richelieu, di Mazzarino e di molti altri cortigiani di quell’epoca”. E d’Artagnan? “Figuratevi don Chisciotte a diciott’anni, ma un don Chisciotte senza corazza e senza cosciali, vestito di una giubba di panno il cui blu originario si era trasformato in una sfumatura indescrivibile di feccia di vino e d’azzurro pallido. Viso ovale e bruno dagli zigomi salienti, segno indubbio di astuzia; muscoli mascellari enormemente sviluppati, indizio infallibile in cui si riconosce il guascone, anche senza berretto”. Così ne I tre moschettieri Dumas presenta il suo protagonista, un giovane dall’aspetto certo poco marziale e per nulla eroico, che si fa strada in sella a un improbabile cavallo giallo. Anche questo dettaglio contribuisce a introdurre d’Artagnan in modo che il lettore sia incuriosito mentre sorride. Il Guascone ha un unico grande desiderio, quello di entrare a far parte del corpo dei Moschettieri del Re, e il suo viaggio ha come meta l’anticamera del signor di Tréville, capitano della guardia. Ancora nella prefazione, Dumas racconta come d’Artagnan, quello storico, si sia recato davvero in quell’anticamera, dove secondo le Memoires incontrò “tre giovani soldati dell’illustre corpo nel quale desiderava ardentemente entrare, che si chiamavano: Athos, Porthos e Aramis. (…) Non avemmo più pace finché non trovammo, nelle opere del tempo, una qualsiasi traccia di questi nomi strani che avevano in sì fatto modo risvegliato la nostra curiosità”.
Tutti per uno
E anche i tre moschettieri hanno un loro archetipo originale nella realtà. Dumas racconta ancora di aver a fatica scovato un manoscritto in folio intitolato Memoria del signor conte de La Fère: “S’immagini quale fu la nostra gioia – scrive – allorché sfogliando questo manoscritto ritrovammo alla ventesima pagina il nome di Athos, alla ventisettesima il nome di Porthos e alla trentunesima il nome di Aramis”. Le figure storiche di questi personaggi corrispondono rispettivamente ad Armand de Sillègue d’Athos d’Hauteville, cugino del capitano de Tréville, anch’egli realmente esistito, ad Isaac de Portau e a Henri d’Aramitz, abate, militare e agente segreto, oltre che cugino di Athos. Le loro sono state vite certamente avventurose, anche se non quanto quelle dei personaggi nati dalla penna di Dumas. Eppure Charles de Batz de Castelmore, conte d’Artagnan, è stato un modello per il d’Artagnan letterario in molti sensi: guascone, nato da una famiglia nobile ma poco danarosa, prestò servizio militare prima nelle guardie e poi, nel 1644 entrò a far parte dei Moschettieri e le vicende della sua biografia sono degne di quelle del suo omonimo letterario: capitano, spia, combattente, politico, partecipò alle azioni e alle trame che hanno segnato l’epoca, muovendosi tra i regni di Luigi XIII e XIV. Fu quest’ultimo a nominarlo governatore di Lille, al confine tra Francia e Paesi Bassi. Proprio in questa zona, durante l’assedio di Maastricht fu colpito dalla pallottola che gli fu fatale, nel 1673: d’Artagnan aveva 58 anni quando morì. L’ultimo capitolo dell’ultimo romanzo della trilogia dedicata ai moschettieri, Il Visconte di Bragelonne, si intitola La morte del signor d’Artagnan. Durante l’assedio all’ultima fortezza nemica in frisia, il Guascone riceve dal Re la nomina a Maresciallo di Francia. Ma nell’atto di aprire il cofanetto contenente il messaggio viene colpito al petto da un proiettile. “Allora stringendo con la mano raggrinzita il bastone ricamato di fiordalisi d’oro, abbassò su di esso gli occhi che non avevano più la forza di guardare il cielo, e cadde mormorando queste parole strane, che parvero ai soldati sorpresi parole cabalistiche, parole che avevano rappresentato un tempo tante cose sulla terra, e che nessuno, eccettuato quel moribondo, comprendeva più: «Athos, Porthos, arrivederci. Aramis, addio per sempre!» Dei quattro valorosi, di cui abbiamo narrato la storia, non restava che un corpo solo: Dio aveva ripreso le anime”. Cala il sipario sull’eroe e su un’epoca. Accanto allo scheletro ritrovato a Maastricht è stata rinvenuta la pallottola, causa probabile della morte: se si tratti veramente di Charles de Batz de Castelmore, conte d’Artagnan verrà stabilito dal test del DNA eseguito su un discendente della famiglia. A noi resta in ogni caso la memoria di fatti storici reali e l’immaginazione che fa vivere per sempre eroi trasfigurati dall’arte, che nella mente dei lettori non possono morire.

