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L’eccidio di Porzus con il consenso del Pci di Togliatti

Nuova luce sull’eccidio di malga Porzûs (Udine) – dove il 7 febbraio  1945 venti partigiani verdi della “Osoppo” furono trucidati dai comunisti “gappisti” di Mario Toffanin “Giacca” – viene offerta dal volume curato da Tommaso Piffer “Porzûs, violenza e Resistenza sul confine orientale” (Il Mulino, 162 pagine) in distribuzione proprio in questi giorni.
La tesi sostenuta da Elena Aga-Rossi (“L’eccidio di Porzûs e la sua memoria”) chiama direttamente in causa il ruolo del Pci di togliattiana memoria, il “partito nuovo” e la sua politica sulla questione del confine orientale. L’uccisione da parte di una formazione comunista di altri militanti antifascisti che si opponevano alle pretese annessioniste da parte della Jugoslavia comunista – secondo la storica – metteva in discussione da un lato la politica di unità d’azione del Pci con le altre forze antifasciste nella Resistenza (tragicamente
scomunicata con l’eccidio) e, dall’altro, quello del carattere nazionale del partito nella storia dell’Italia repubblicana (sconfessato invece dall’adesione alle tesi annessioniste del Partito comunista jugoslavo che intendeva allargare i confini di Belgrado fino al Tagliamento).
Toffanin, è la tesi di Aga-Rossi, agì certamente su impulso del IX Corpus sloveno, nel quale erano confluite le armate partigiane garibaldine italiane, ma con il consenso della federazione del Pci di Udine (anche se mancano documenti scritti in tal senso) in un contesto generale lacerato da anni di contrasti tra le forze in campo. E al riguardo Aga-Rossi cita una lettera di Togliatti alla federazione del Pci di Udine con l’invito a non opporsi alle strategie del Pcj.
La ricercatrice, nel suo contributo al libro, smaschera anche i tentativi della storiografia “simpatetica” al Pci di minimizzare l’eccidio nei decenni successivi (Claudio Pavone nella sua ricostruzione sulla Guerra civile italiana tra il 1943 e il 1945 relega il fatto in una breve nota) o di considerare traditori gli osovani guidati da Francesco De Gregori, “Bolla”, per presunti contatti con i fascisti, i tedeschi o addirittura la X Mas per passare al fronte avverso.
«Invece – scrive Aga-Rossi – per tutti i caduti dovrebbero bastare le poche righe che scrisse Pier Paolo Pasolini che a Porzûs perse il fratello: «Essendo stato richiesto a questi giovani, veramente eroici, di militare nelle file garibaldino-slave, essi si sono rifiutati dicendo di voler combattere per l’Italia e la libertà; non per Tito e il comunismo. Così sono stati ammazzati tutti, barbaramente». Interessanti anche gli altri contributi al volume che raccoglie gli interventi di un convegno svoltosi lo scorso anno a Udine.
Orietta Moscarda Oblak si sofferma sulla “Violenza politica e presa del potere in Jugoslavia”; Raoul Pupo sulla “Violenza del dopoguerra al confine tra due mondi”; Patrick Karlsen sul “Pci di Togliatti tra via nazionale e modello jugoslavo”; Paolo Pezzino su “Un termine di paragone: casi di conflitti interni alla Resistenza toscana”. Insomma un volume per fare chiarezza e fare giustizia, con documenti anche inediti, sul fatto più tragico della lotta di Liberazione in Italia.
Il tutto alla vigilia della ricorrenza e in attesa che Malghe Porzûs diventino monumento nazionale, come richiesto da anni dall’Associazione partigiani Osoppo (Apo), sempre in prima linea per difendere la memoria dei loro padri.
Ma sia come sia sempre di un derby si tratta.
 

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