lunedì 15 Aprile 2024

Il fascismo inglese

Ricordiamo l'opera di Oswald Mosley

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Sir Oswald Mosley (1896-1980) fu il fondatore del fascismo inglese e l’autore di un volume su quell’esperienza politica. Egli disse che il fascismo fu un credo nazionale, che assunse forme distinte nei diversi paesi in cui era sorto dopo l’esperienza in Italia. Sosteneva così che il suo fascismo, cioè la British union of fascists, era un movimento dagli aspetti tipicamente britannici e di vibrante patriottismo nazionale. La stessa idea si ritrova anche in Giorgio Locchi, che nel libro L’essenza del Fascismo scrive che ogni fascismo ha avuto le sue specificità, a seconda del luogo e delle esigenze in cui è nato, e che quindi queste specificità non sono “l’essenza” del fascismo inteso a livello generale, ma particolarità. Possiamo capire questa distinzione con l’esempio della Guardia di ferro di Codreanu, dotata di un forte senso religioso che non si ritrova, invece, nel fascismo italiano. Mosley sosteneva che il fascismo fu un movimento per la rinascita nazionale di tutti quei popoli che si sentivano minacciati dal declino, dalla decadenza e dalla morte, come accadde in Inghilterra, in seguito alla sconfitta del New Party. I movimenti fascisti, che si affermarono nel corso del tempo, furono la reazione da un lato alle crisi economiche che minacciavano il crollo totale delle nazioni, portando disoccupazione e insofferenza nelle masse, dall’altro ad un mondo vecchio e al comunismo.

Le Blackshirts e le assemblee

Questi movimenti, man mano che si affermarono nelle varie parti dell’Europa, con le loro nuove scelte politiche, furono colpiti dalla violenza organizzata degli avversari rossi. Nel caso di Mosley, finirono nel mirino le sue assemblee pacifiche, nelle quali egli esprimeva le sue tesi. Per contrastare queste aggressioni creò le Blackshirts, dette anche “movimento delle camicie nere”, formazione di volontari per la difesa delle riunioni della British union of fascists. Significativamente, il loro motto era: “noi non iniziamo uno scontro, lo concludiamo”. Mosley postulava ordine e libertà di parola anche per i suoi avversari e procedeva all’espulsione dei suoi che avessero arrecato disturbo ai comizi avversari.

Adottarono uniformi nere per riconoscersi durante i tafferugli. Questa divisa venne abbandonata nel 1936, in seguito all’entrata in vigore di una legge sull’ordine pubblico che vietava l’uso di uniformi per scopi politici e l’utilizzo di servizi d’ordine nelle riunioni all’aperto: l’abbigliamento delle Blackshirts divenne pertanto borghese, e la loro azione fu limitata ai comizi tenuti in sale chiuse, come buttafuori. Praticavano judo o pugilato ed erano addestrati a combattere in unità, sotto il comando di un capo. Contro gli assalitori usavano solo le mani nude, perché la legge puniva severamente il porto d’armi. In diverse situazioni dovettero fronteggiare avversari armati di rasoi, sbarre di ferro, tirapugni, calze ripiene di frammenti di vetro, come in occasione del comizio al teatro Olympia. Il requisito essenziale era la mobilità, per poter raggiungere le sedi costituite da poco e affiancare i “nuovi”, non ancora compiutamente addestrati.

L’uomo pensiero-azione” delle Blackshirts

Questa milizia impersonificava il famoso uomo ideato da Mosley e pensato anche da Ezra Pound, cioè “l’uomo pensiero-azione”, un uomo capace oltre che di pensare, anche di agire in qualsiasi situazione con qualsiasi metodo adatto alle circostanze, per tramutare il pensiero in azione (indispensabili l’uno alla altra). La loro intenzione era svecchiare la politica rivolgendosi direttamente alle masse: per questo motivo furono ostacolati dal regime, che negò loro qualsiasi mezzo di espressione e di propaganda, scatenando, anzi, la forza della violenza organizzata, che tentò di privarli dell’unico mezzo che restava per far udire la loro voce: i discorsi nei pubblici comizi. Mosley ricordava queste interruzioni dei suoi comizi con humour britannico, ma nella realtà tali azioni di disturbo, cui prendevano parte dalle decine alle centinaia di persone, sfociavano nella violenza, spesso preordinata. Dopo aver chiesto di far silenzio e di aver avvertito i rivali, l’oratore chiedeva alle camicie nere di procedere ad espellerli. Dopo alcuni anni di tafferugli, i comizi non furono più interrotti: gli avversari, infatti, desistevano da nuove azioni. La causa di tale timore non era solo l’efficacia del servizio d’ordine fascista, ma anche certe voci che giravano sugli uomini di Mosley. Si diceva, ad esempio, che i neri si muovessero con autoblindo, quando in realtà si trattava di semplicissimi autocarri. Un tipico caso di eterogenesi dei fini: i bugiardi sono vittime della loro stessa propaganda menzognera.

Come ricordato, la legge sull’ordine pubblico del 1936 si occupava di riunioni all’aperto, vietando l’utilizzo di servizi d’ordine politici, in quanto tali compiti erano devoluti esclusivamente alla polizia. Questa norma non sortì gli effetti sperati. La polizia, che aveva come unico scopo quello di impedire che i due gruppi contendenti entrassero in contatto diretto, si frapponeva tra le fazioni, ma questo permetteva ai rossi di continuare ad ostacolare le assemblee dei fascisti, anche tramite il lancio oggetti. A Liverpool un oratore fu atterrato da un mattone, e lo stesso Mosley, colpito da un oggetto metallico, dovette ricorrere alle cure mediche.

Ricordiamo che le assemblee pubbliche erano gli unici mezzi di propaganda del fascismo inglese, cui erano precluse stampa e radio. I partiti tradizionali, ad esempio i conservatori, sentivano poco il problema: la stampa – come si suol dire “amica” – riportava fedelmente le loro idee e avevano la capacità economica per affittare spesso le sale in cui tenere comizi accessibili ad invito.

Idee chiave del fascismo e disciplina

Alle fondamenta del fascismo inglese, come di quello italiano, c’era l’idea della vita comunitaria interclassista: malgrado la società fosse divisa in classi, tra le camicie nere, il figlio del duca e quello dello spazzino agivano su un piano di perfetta parità, complice anche la divisa che facilitava le cose, rendendo tutti uguali. Il motto, infatti, era: “possibilità a tutti, privilegi a nessuno”. Si auspicava la nascita di un nuovo tipo di uomo, metà soldato e metà uomo politico, rude guerriero e ispirato idealista, in grado di “toccare le stelle” tenendo i piedi ben fermi sulla terra.

Un altro aspetto comune sia al fascismo inglese che a quello italiano è il fatto che essi non furono di destra perché riprendevano alcune idee del socialismo, ma neanche di sinistra in quanto ne condividevano altre di matrice opposta. In questo modo, come diceva Mussolini, attingevano a “tutte le idee del Novecento”. Mosley scriveva: “ed eccoci nuovamente di fronte ad una specie di matrimonio tra due dottrine apparentemente in conflitto. Spesso siamo accusati di prendere qualcosa alla destra e qualcosa da sinistra”. E proseguiva: “è una cosa assennata prendere in prestito da altre fedi; eliminare ciò che c’è di negativo e conservare il buono”; “è chiaro che il fascismo prende qualcosa da destra e qualcosa da sinistra ed a ciò aggiunge fatti nuovi per venire incontro al mondo moderno”. Nella nuova sintesi fascista, infatti, troviamo il grande principio di stabilità sorretto dall’autorità dell’ordine della disciplina che è stato proprio quello della destra, unito al principio del progresso del mutamento dinamico derivato dalla sinistra. Da un lato, quindi, possiamo vedere che il conservatorismo crede nella stabilità e la sostiene con la sua fede nell’ordine, mentre non si è mai accorto che la stabilità può ottenersi soltanto mediante progresso e che una costante resistenza (cioè non aderire) al mutamento, precipita proprio in quella situazione rivoluzionaria che esso teme. Mosley arriva a definire la sintesi tra ordine e progresso del fascismo: “è possibile avere stabilità soltanto se si è pronti ad attuare ordinatamente alcuni cambiamenti, perché per restare stabili bisogna adattarsi ai fatti nuovi dei tempi nuovi. D’altra parte si può avere il progresso al quale la sinistra dice di aspirare soltanto se si adottano gli strumenti esecutivi del progresso”.

Mosley prese le distanze dal razzismo: dicendosi contrario al dominio di un popolo su un altro specificò che preoccuparsi del bene del proprio popolo non denota aver maggiore ostilità verso gli altri popoli. Del resto il razzismo, cioè pensare che una razza sia superiore ad un’altra, c’entra ben poco, se non niente, con il fascismo. Nei Taccuini mussoliniani il duce afferma che, pur esistendo le razze, il fascismo non teorizzava la superiorità di una sulle altre.

Contro l’intervento in guerra della Gran Bretagna

La politica sostenuta da Mosley, prima della seconda guerra mondiale, era rendere militarmente forte la Gran Bretagna con il riarmo, migliorare le condizioni dell’impero e non intervenire in questioni straniere che non riguardassero gli interessi britannici. Egli auspicava una politica europea unitaria collegata a quella americana in quanto fondata su interessi reciproci, secondo un accordo economico e di giustizia per ogni nazione. Ciò avrebbe permesso la sovranità nazionale e la cooperazione anche se i regimi interni non si assomigliavano tra loro.

La politica della Gran Bretagna, tuttavia, era diversa e rendeva inevitabile uno scontro in Occidente, a causa dell’accerchiamento della Germania. Ciò avrebbe significato l’intervento delle potenze straniere russe e americane in Europa, con le conseguenti occupazione e divisione del continente, oltre che alla liquidazione dell’impero britannico. Dopo la seconda guerra mondiale, la Gran Bretagna si aggrappò all’America per non soccombere sotto la Russia.

La triste conclusione

I fascisti britannici condussero una campagna a favore della pace, puntualizzando, tuttavia, che in caso di guerra essi avrebbero fatto il loro dovere. Ipotizzando un attacco contro la Gran Bretagna, Mosley dichiarò: “Ciascuno di noi si opporrebbe all’invasore con tutte le sue forze. Per quanto corrotto sia l’attuale governo e per quanto noi detestiamo la sua politica, ci uniremmo allo sforzo della nazione unita finché lo straniero sarà ricacciato dal nostro suolo”. Malgrado queste parole, quindici giorni dopo, venne emanato il decreto 18 B, che portò all’incarcerazione preventiva di Mosley e di tutti i maggiori esponenti del movimento. Si trattava di circa 800 persone, comprese perfino le mogli di alcuni esponenti, tra cui Mosley. Si noti che gli uomini reclusi erano tutti veterani della prima guerra mondiale.

Dopo tre anni e mezzo di reclusione, Mosley si ammalò di flebite a causa della vita inattiva e sedentaria. Temendo che fosse in pericolo di vita, venne rilasciato. La scarcerazione spinse i comunisti a intraprendere una violenta campagna contro i fascisti, che vide anche l’avvio di una petizione per chiedere il ripristino delle misure restrittive. Questa iniziativa fu letteralmente un fiasco.

Gli eventi bellici porteranno alla fine dell’esperienza del fascismo britannico, movimento colpito duramente proprio dal sistema che si definiva pluralista e democratico, privato di visibilità, isolato, escluso e affossato addirittura dalla legge.

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