martedì 21 Aprile 2026

La commissario politico

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un’invadenza trozkista senza limiti e pudori

Per Laura Boldrini è un’ossessione. Da quando si è insediata a Montecitorio la sua è stata una presidenza tutta dedicata alla lotta per la parità di genere.
Combattuta, specialmente, con le parole. Aveva iniziato con “la” presidente, una lunga e rumorosa battaglia per chiedere che nei documenti ufficiali della Camera venisse chiamata così. Adesso lancia un vademecum, a uso delle redazioni, sulle professioni al femminile. La maestrina (rigorosamente al femminile) Boldrini vuole dettare i compiti ai redattori e un po’ a tutto il Paese. “Usare il linguaggio in un modo o in un altro è una scelta politica” avvisa la presidente. “Non trovo giusto che donne che svolgono un ruolo – di vertice o no – non debbano avere un riconoscimento di genere, perchè è il segno che vengono considerate delle comete: passeranno, tutto tornerà come prima, tutto tornerà al maschile”, eccolo l’ultimo attacco ultrafemminista della Boldrini. È con queste parole che ha portato il suo saluto al convegno organizzato a Montecitorio dalla rete di giornaliste “Giulia” per presentare “Donne, grammatica e media”, una guida realizzata ad uso delle redazioni. Insomma la Boldrini & Co vorrebbero dire ai giornalisti quali parole utilizzare.
“Il problema non è che sia cacofonico dirlo al femminile. In realtà non si vuole assorbire il concetto – attacca la Boldrini – che se un mestiere è fatto da un uomo si declina al maschile, se è fatto da una donna si declina al femminile. Il lavoro dell’insegnante nella scuola primaria è svolto quasi sempre da donne, da maestre. Ma quando c’è un uomo a farlo nessuno lo chiamerebbe maestra solo perchè è il genere di gran lunga prevalente nella categoria”.

Ma nel mirino della Boldrini non ci sono solo le redazioni, ma tutti quelli che si ostinano a utilizzare termini al maschile. “Mi auguro che possa rilanciare un dibattito pubblico, perchè non accettare la declinazione al femminile vuol dire non riconoscere un dato di fatto: che i tempi cambiano, che anche la lingua cambia, che non ci sono più i tabù di un tempo, che certe posizioni di responsabilità oggi possono essere per uomini e per donne, e che la donna può anche osare di volerle raggiungerle”. La nuova battaglia della Boldrini, più che contro le discriminazioni, sembra contro la lingua italiana. 

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