Nuovi progressi eccezionali
LHS 3844 b (in foto) non è un posto per i deboli di cuore. A 48,5 anni luce dalla Terra, questo mondo roccioso orbita attorno a una nana rossa con una velocità tale da completare un giro completo in appena undici ore. Inchiodato gravitazionalmente alla sua stella, mostra sempre la stessa faccia verso la luce, mentre l’altro emisfero resta sepolto in un’oscurità eterna.
Grazie alla sensibilità senza precedenti del James Webb Space Telescope, un team guidato da Laura Kreidberg presso il Max Planck Institute for Astronomy è riuscito a ottenere qualcosa che fino a pochi anni fa sembrava fantascienza: rilevare direttamente la firma termica della superficie di un pianeta extrasolare roccioso. Non un’atmosfera, non nubi o gas, ma il bagliore infrarosso emesso dalle rocce incandescenti di un altro mondo. I dati raccolti dal MIRI, il Mid-Infrared Instrument del Webb, raccontano una realtà estrema. Sul lato diurno, la temperatura raggiunge circa 725 °C, abbastanza da far brillare la superficie nel medio infrarosso. Non si tratta ancora di un oceano globale di lava, ma il calore è sufficiente affinché il telescopio possa “vedere” direttamente la radiazione termica delle rocce. L’assenza quasi totale di atmosfera è il dettaglio più importante. Su LHS 3844 b non esistono venti, nuvole o meccanismi capaci di distribuire il calore. Tutta l’energia resta intrappolata sul lato esposto alla stella, mentre l’emisfero notturno si trova in un congelamento perpetuo.
L’analisi spettroscopica ha permesso anche di identificare la natura della superficie. Il team guidato da Sebastian Zieba ha escluso una crosta ricca di granito, simile a quella dei continenti terrestri. I dati indicano invece una composizione dominata da rocce basaltiche, materiali vulcanici scuri analoghi ai basalti presenti nei fondali oceanici terrestri, nei mari lunari e sulla superficie di Mercurio.
È qui che questa scoperta diventa storica. Per decenni gli astronomi si sono limitati ad individuare pianeti extrasolari calcolandone massa, raggio e distanza dalla stella madre. Oggi, invece, stiamo entrando in una nuova era: quella della geologia extraterrestre. Il James Webb Space Telescope non si limita più a confermare l’esistenza di mondi lontani, ma inizia a distinguerne la composizione superficiale, la natura mineralogica e il comportamento termico. In altre parole, l’umanità sta imparando a “toccare” pianeti alieni da trilioni di chilometri di distanza. Non con mani o sonda, ma con sensori capaci di leggere il calore delle rocce attraverso il vuoto cosmico.

