A quarant’anni dal successo del Msi riflessioni sulle nuove tentazioni di ghetto e di abisso
IERI
Un’esaltazione
„Il sette maggio vittoria popolare, potere alla destra nazionale“ scandivano le folle missine mentre sospingevano Almirante al successo elettorale del 1972.
Quel giorno, quarant’anni fa, il Msi, divenuto Msi-dn in seguito alla fusione con i badogliani e con alcuni dei partigiani-Nato, tra cui Birindelli, raggiungeva la soglia storica dell‘ 8,67%. (9.09% al Senato).
Un balzo in avanti preannunciato dalle prime regionali (1970) e dalle provinciali del 1971, sostanzioso ma inferiore al previsto.
Altro dato significativo. Per la prima volta dal dopoguerra l’avanzata elettorale del Partito comunista subiva un secco rallentamento che, tenuto conto del travaso a suo favore dagli elettori del Psiup, rappresentava anzi un calo di circa duecentomila votanti e ben ventuno deputati in meno mentre il Msi con un milone e quattrocentomila voti in più rispetto al 1968 poteva vantare un significativo raddoppio di elettori con ventidue deputati in più rispetto alla precedente legislatura (56 contro 34).
Tutto ciò ratificava una polarizzazione ed una radicalizzazione che nei disegni almirantiani avrebbe consentito al partito neofascista in doppio petto di giocarsi le proprie carte nella politica nazionale.
Di fatto le cose sarebbero andate altrimenti dimostrando come non si possano fare strategie se s’ignorano o se si sottovalutano i rapporti di forze e le vere volontà di coloro sui quali s’intende influire (Dc, Nato, Pentagono, Cia ecc).
Un secchio d’acqua fredda
Quella polarizzazione avrebbe prodotto un governo centrista in carica per qualche mese che avrebbe varato la „legge-Reale“ per il fermo di polizia, una legge repressiva che sarebbe stata pagata a caro prezzo dalla base missina. Intanto i controllori d’Italia per conto stelle e strisce che avevano in mente una strategia ben precisa e del tutto opposta alle velleità almirantiane, si diedero alla preparazione strategica del compromesso storico (cooperazione Dc-Pci) con tanto di repressione violenta a destra e di ridimensionamento missino.
Paradossalmente la grande avanzata elettorale trasformò il Msi rendendolo più fragile e debole mentre il massimo della sua incidenza politica lo aveva avuto in un periodo in cui il suo score era stato inferiore al 5% e una nuova fase politica l’avrebbe acquisita alla fine degli anni di piombo ripartendo da poco più del 6%.
Senza scomodare il paradigma dei repubblicani, sempre decisivi eppure mai sopra il 3%, è palese che, per quanto contino lo score ed il numero degli eletti, i rapporti di forza e di potere trascendono questi elementi e spesso li contraddicono.
Quel dato storico, che in molti oggi vorrebbero ripetere tramite ipotetiche liste nazional-populiste, dovrebbe far riflettere proprio per questo.
Senza classe dirigente, senza consapevolezza strategica, senza un panorama preciso dei rapporti di forza, senza una consapevolezza della differenza dei piani di potere e di quanto risulti innocuo il successo elettorale se non si hanno a monte uomini, quadri e capitali nei luoghi-chiave della comunicazione e dell’economia reale, a nulla vale competere elettoralmente.
Tutto ciò non poteva assolutamente esserci perché l’improvvisazione tipica della cultura di destra (cui il fascismo che era destra e sinistra insieme aveva offerto un metodo e una mentalità del tutto assenti nel postfascismo) ed il pressapochismo gradasso e pigro della cultura missina non lo permettevano.
A nulla valse dunque quel successo elettorale perché l’Msi non fu in grado di approfittare del successo né per produrre un’offensiva reale né per assestarsi efficacemente a difesa di fronte alla controffensiva altrui. E su basi simili a nulla potrà mai valere un successo elettorale perché i risultati, se giungono, non producono che illusioni controproducenti in quanto gli effetti che ne conseguono, tra offensive militari degli avversari e delusioni per i comportamenti di chi di colpo riveste ruoli a cui è inadeguato, sono devastanti sia per la base sia per l‘elettorato.
Se non si può vincere realmente – si tratti anche di una semplice vittoria „tattica“ – se non si può cioè realizzare contropotere, è meglio non partecipare perché farlo è dannoso. Qui De Coubertin non ha spazio.
OGGI
Avant‘indré
Tirando le somme, anche affinché non si deformi il mio pensiero, approcciamo l’attualità.
In che condizioni versa quel composito insieme antropologico che in un modo o nell‘altro si riconosce nel simbolismo nazionalpopolare e che va dalla destra terminale alle sparute avanguardie fasciste, abbracciando ogni tipologia di nostalgismo, refrattarietà, reazione, interventismo e tribalismo urbano e che si colloca tra destra classica post-missina, sacche leghiste, appendici estremodestre e scelte di nessun inquadramento?
Dodici anni fa esso era privo di qualsiasi strategia, qua e là ricco di tattica e di opportunismo, ma con un ritardo sulla realtà di un buon quarto di secolo.
Alcune condizioni di agibilità straordinariamente favorevoli e una repressione generazionale evitata gli concessero di colmare gran parte del gap (strategia esclusa perché non solo non ve n’è traccia ma è palese che la sua totale assenza non viene neppure avvertita, quasi si trattasse di un optional).
All’avvento del governo dei commissari quell’insieme antropologico ha immediatamente dimostrato quanto superficiale fosse stato in molti casi il suo progredire.
Di fronte ad un panorama improvvisamente resosi al contempo sfavorevole, in quanto ad agibilità, che favorevolissimo, in quanto ad opportunità, si è palesata l’inconsistenza di molte delle sue conquiste.
Messo davanti a nuova difficoltà, quel mondo generalmente non trova più posizionamento e cerca stimoli dai successi esteri che si augura di emulare: Ungheria, Francia, Grecia.
Senza entrare nel merito di quei partiti, in realtà diversi tra loro, e senza fare le pulci al loro spessore politico, quel che è certo è che se lì forse c’è da noi oggi invece sicuramente manca quella consistenza che permetterebbe una qualsiasi capitalizzazione di un successo elettorale che, anziché come fatto politico viene perseguito come fattore emotivamente tranquillizzante.
Lo dimostra inequivocabilmente il fatto che, con le dovute eccezioni, il gap tra avanguardie e retroguardie si è ridotto di colpo ma verso le ultime, non verso le prime, visto che collettivamente si assiste ad un’involuzione mentale e progettuale che, all’indomani della svolta-Monti, ci ha riportati indietro di almeno sette/otto anni. Quasi che le significative esperienze di punta anziché segnare una rivoluzione culturale fossero state recepite come un gioco, un interludio, un passatempo.
Mancata ogni possibile sponda e preclusa gran parte dell’agibilità, anziché fare un balzo in avanti nel fronte sociale e con una piattaforma peronista, si è tornati a vagheggiare di una sorta di antagonismo delegato affidando ad improbabili successi elettorali la nascita di qualcosa di serio (quando è semmai il contrario che si può verificare). Le manchevolezze strategiche e metodologiche degli anni facili sono andate al pettine come nodi alle prime difficoltà ed ecco che riaffiorano le vecchie chimere.
E‘ un po‘ come affidare il proprio futuro economico esclusivamente alle speranze del superenalotto.
Prima il prioritario
C’è insomma da rimboccarsi le maniche, altro che da pensare alle elezioni!
Non che queste siano di per sé un male, ci possono anche stare. Ma solo se si è consolidato prima uno stato maggiore, se si è acquisita consapevolezza strategica e se si è in grado di costruire senza improvvisare, di „strumentalizzare“, insomma, gli eventuali effetti elettorali ad un progetto quotidano di difesa, autonomia e conquista. Dal che siamo anche concettualmente lontanini…
Non sono le elezioni un bene come non sono un male.
Lo è il come ci si pone.
Per questo conoscere le vittorie di Pirro del passato è utile. Ma diventa prezioso solo se si matura. Perché se di fronte ad un semplice cambio di scenario politico un mondo che stava orgogliosamente evolvendo ha in molti casi reagito con un’involuzione mentale e progettuale così marcata, bisogna concludere che c’è molto, ma davvero molto, da fare prima – eventualmente – di concorrere. (Qui entreremmo in una disamina sociologica del potere ma questo ci porterebbe lontano).
In ogni caso prioritario, centrale, decisivo non è se si va o no al mercato del voto o se si sceglie un’altra strada più sostanziale, bensì come si forma, idealmente, culturalmente, strutturalmente, economicamente, metodologicamente ed operativamente, lo stato maggiore; quanta consapevolezza esso ha della realtà, delle sue direttrici e dei rapporti di forza con avversari, nemici, categorie sociali, centri geopolitici.
Dal centro si descrivono le circonferenze e più si allarga il raggio più si ingloba spazio e lo si sacralizza.
Andare capovolti, affidare cioè ad ampli spazi raggiunti alla cieca per un caso fortuito il compito miracoloso di sopperire all’assenza di un centro reale, è stupidamente utopico, innaturale e destinato a fallimenti cocenti.
Historia magistra vitae. Basterebbe conoscere la propria, anche solo la recente.
Se il „mercato“ ti porta e ti concede risultati, come fu nel 72, centrarli serve a poco se mancano le necessarie premesse che allora non c’erano e che oggi sembrano essere nuovamente disattese e sottovalutate.
