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Per milioni di italiani l’algoritmo non è più soltanto un concetto informatico. È diventato una presenza quotidiana, spesso invisibile. Nella scuola determina assegnazioni di supplenze, trasferimenti e procedure di mobilità del personale. Sui social network seleziona notizie, video e contenuti che scorrono sugli schermi di adolescenti e adulti. Nel commercio suggerisce acquisti, nei motori di ricerca organizza le informazioni e nella pubblica amministrazione contribuisce alla gestione di procedure sempre più complesse.
Eppure la parola che oggi evoca software, intelligenza artificiale e piattaforme digitali ha origini antiche. La sua storia attraversa secoli di scambi culturali e passa anche dalla Sicilia, crocevia tra Oriente e Occidente.
Dalle rive del Tigri all’Europa medievale
L’origine del termine risale a Muḥammad ibn Mūsā al-Khwārizmī, matematico, astronomo e geografo vissuto tra l’VIII e il IX secolo nella Baghdad del califfato abbaside.
I suoi trattati contribuirono alla diffusione del sistema numerico indo-arabo e di nuove tecniche di calcolo che avrebbero trasformato la matematica europea. Quando le sue opere furono tradotte in latino, il suo nome venne adattato nella forma “Algoritmi”. Da quella latinizzazione nacque il termine medievale algorismus, inizialmente utilizzato per indicare l’arte del calcolo con le cifre arabe.
Solo nei secoli successivi la parola assunse il significato moderno di procedura composta da istruzioni precise da seguire per raggiungere un risultato.
La stessa figura di al-Khwarizmi è legata a un’altra parola fondamentale della matematica: algebra. Il termine deriva infatti da al-jabr, contenuto nel titolo di una delle sue opere più celebri.
La Sicilia, ponte del sapere
Sebbene al-Khwarizmi non abbia mai visitato l’isola, la Sicilia ebbe un ruolo decisivo nella circolazione delle conoscenze matematiche provenienti dal mondo arabo.
Tra l’XI e il XIII secolo Palermo era uno dei principali centri culturali del Mediterraneo. Dopo la dominazione islamica e durante il regno normanno, convivevano lingue, religioni e tradizioni differenti. Arabo, greco e latino erano strumenti quotidiani di amministrazione, commercio e produzione culturale.
In questo contesto si sviluppò uno dei principali canali attraverso cui il sapere scientifico arabo raggiunse l’Europa occidentale.
La corte di Federico II rappresentò uno dei momenti più alti di questo incontro. Astronomia, medicina, matematica e filosofia provenienti dall’Oriente vennero studiate, tradotte e diffuse nel mondo latino. Fu anche grazie a questo ambiente che le innovazioni matematiche sviluppate nei secoli precedenti nel mondo islamico riuscirono a radicarsi stabilmente nella cultura europea.
Fibonacci e la diffusione dei numeri arabi
Un ruolo fondamentale fu svolto da Leonardo Fibonacci (nell’immagine).
Il matematico pisano, attivo tra XII e XIII secolo, entrò in contatto con i sistemi di numerazione utilizzati nei porti e nei centri commerciali del Mediterraneo. Nel Liber Abaci, pubblicato nel 1202, introdusse in Europa il sistema numerico indo-arabo, molto più efficiente rispetto ai numeri romani.
Quel patrimonio matematico affondava le proprie radici nella tradizione scientifica che aveva avuto in al-Khwarizmi uno dei principali protagonisti.
Quando l’algoritmo entra nella scuola
Oggi il termine ha assunto un significato molto diverso da quello originario.
Nella sua definizione più semplice, un algoritmo è una sequenza di istruzioni che consente di elaborare dati e produrre un risultato. Proprio per questa capacità di trattare enormi quantità di informazioni, gli algoritmi sono diventati strumenti centrali nella pubblica amministrazione e non solo.
Le procedure informatizzate per l’assegnazione delle supplenze, le immissioni in ruolo, la mobilità territoriale e professionale, l’incrocio delle graduatorie e molte altre operazioni si basano su sistemi algoritmici che elaborano migliaia di domande e preferenze in tempi ridotti.
L’obiettivo è garantire uniformità di trattamento e rapidità delle procedure, anche se sempre più spesso li troviamo come “imputati” in ricorsi presso i TAR, non perché fallibili, ma perché la fallibilità è dell’uomo che ne determina i meccanismi.
Negli ultimi anni diversi contenziosi amministrativi hanno posto il tema della trasparenza delle decisioni automatizzate e del diritto dei cittadini a conoscere i criteri utilizzati da questi sistemi informatici.
Dalle graduatorie ai social network
Se nella scuola l’algoritmo è percepito come uno strumento amministrativo, nel mondo digitale assume una funzione molto più pervasiva e contestata.
Le piattaforme social utilizzano sistemi di raccomandazione che analizzano comportamenti, preferenze e interazioni degli utenti per selezionare i contenuti da mostrare.
È proprio su questo terreno che si concentra oggi una parte rilevante del dibattito pubblico.
Numerosi studi scientifici hanno evidenziato come gli algoritmi tendano a proporre contenuti simili a quelli già visualizzati o ricercati dall’utente. Il fenomeno viene descritto come un ciclo di rinforzo: ogni interazione diventa un segnale che orienta le successive raccomandazioni. Un meccanismo contestato, sempre più anche nei tribunali e che rappresenta e rappresenterà un argomento di forte dibattito internaizonale.
Una parola antica, una sfida moderna
C’è da chiedersi come al-Khwarizmi reaggirebbe se sapesse che il suo nome oggi determina l’assegnazione di una supplenza o la comparsa di un determinato reel e che sarà sempre più al centro di uno scontro sottile tra uomo e macchina, in cui il primo si troverà nella necessità di decidere il modo in cui società, istituzioni e cittadini sceglieranno di governare la seconda.
Di certo è che una parola nata nella Baghdad degli Abbasidi, transitata attraverso il Mediterraneo e la Sicilia medievale, è oggi diventata il simbolo di una delle principali sfide contemporanee.

