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Massima allerta per Francia-Marocco

Come il calcio, specchio deformante della realtà, può alimentare le minacce di un modello disastroso

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Giovedì notte ci sarà Francia-Marocco e per diverse ore a Parigi, come in altre località francesi, si prevedono distruzioni, devastazioni, aggressioni, e non impossibili linciaggi di bianchi.

Uno scenario ricorrente in circostanze simili che mettono a nudo il re della favola progressista.

I campionati mondiali sono la quintessenza dell’oppio dei popoli

Ci raccontano la favola di un paradiso multietnico, in cui ognuno può scegliere di essere tedesco, francese, britannico, marziano, e rappresentare popoli ai quali raramente è legato e che sovente disprezza. È un po’ la dottrina del gender applicata alla nazionalità: ogni singolo atomo può ritenersi qualunque cosa a piacimento e a intermittenza.

C’è anche un positivo aspetto realista in questa favola mainstream, che è quello di ricordare a tutti che le società più ricche – e quindi soprattutto quelle bianche – non fanno più figli e quindi il fenomeno migratorio, soprattutto con le seconde o terze generazioni prodotte, ha reso la situazione non necessariamente “irreversibile” ma da prendere in mano con logica articolata, prospettiva plurigenerazionale e soprattutto buon senso. Un buon senso che impone innanzitutto la rimozione dei sacerdoti delle open society e dei paradisi artificiali hollywoodiani dalla gestione della cultura di massa, dell’ordine pubblico e delle organizzazioni di schiavismo buonista.

Un razzismo sfrontato

Non è questo il luogo per discutere di diversi approcci al problema della denatalità e delle migrazioni, qui mi limito a segnalare le follie della cultura dominante e il suo profondo razzismo, perché è razzista in tutto e per tutto. Lo è nella filosofia dello Ius Soli, che considera di fatto la nazionalità di qualunque paese europeo come superiore a quella di appartenenza dell’immigrato. Lo è nella logica maternalista, con la quale costui è coccolato come un cagnolino, come un inferiore da rieducare da matrone moderne che ritengono di averne la tutela.

Lo è nella lingua. Ad esempio si rifiuta la parola “negro”. Questo solo perché la sua deformazione in America, “nigger” è sprezzante. Peccato però che “negro” in spagnolo significhi nero e che addirittura esista una corrente di pensiero e di cultura africana che si definisce in francese “negritude”. Rifiutando negro, si è giunti a “di colore” (che poi è un’altra assurdità perché cromaticamente “di colore” dovrebbero essere i bianchi perché il bianco è la somma di tutti i colori) fino a decidere infine che loro sono “africani”.

Un altro assurdo

Anni fa, a Parigi, il cassiere di un supermercato che mi seguiva su internet mi riconobbe e mi chiese di procurargli un mio libro. Tornai a portarglielo ma non era di turno e domandai quando avrei potuto trovarlo. Quando lo feci mi disse: “Lei ha scioccato il mio manager”. “Perché?” “Perché mi ha definito arabo”. “E che avrei dovuto dire?” “Magrebino”. “Ma magrebino è solo un termine geografico, arabo contiene lingua e cultura! Lei come si definisce?” “Io sono Arabo; ma loro sono matti!”

Il Marocco ha ben sette giocatori nati in Francia che si sentono marocchini. Una mentalità identitaria, la Francia ne ha invece una di tipo “banlieusard”, e lo spiego a breve.

Le squadre africane e asiatiche sono tutte identitarie

Non lo sono, salvo poche eccezioni, le bianche, proprio per la denatalità, alla quale si aggiunge la svolta esistenziale dei giochi informatici fin da piccoli, quindi non solo i bianchi sono sempre di meno, ma giocano sempre di meno a pallone. Ecco perché esistono nazionali con neo-francesi (si dice così?) al 90% anziché al massimo al 25% come è nella società di cui sono divenute lo specchio deformante.

I bianchi progressisti, integrazionisti e globalisti continuano però a coccolare i loro calciatori per vincere per delega, tramite loro. Ma non li considerano affatto uguali. Altrimenti perché li definirebbero Afroamericani quando giocano per le nazionali del nuovo mondo? Quelli sono lì da oltre quattro secoli, perché dovrebbero essere ancora “africani” se non perché i predicatori del “Keep racism out” sono razzisti biologici e sociologici che non possono fare a meno di rimarcare la propria diversità?

Un caso lampante dell’utilizzazione dei nuovi ascari è poi la nazionale tedesca. Se fosse lo specchio della società sarebbe piena di turchi e non di schwarzen come lo è per scelta, per, falliti, scopi di vittoria. Non c’è più traccia di quella nazionale che, chiunque giocasse, una volta indossata la maglia bianca si trasfigurava e che vinse così quattro titoli mondiali e tre europei. Oggi è distratta e svogliata e sembra che le sue caratteristiche tradizionali le abbia ereditate Capo Verde.

Il caso francese poi è unico

L’arcipelago banlieues, dove esiste un disagio ampiamente assistito che gode di ogni tipo d’immunità maternalistica per ogni genere di crimini, dagli stupri, allo spaccio, ha prodotto una tipologia umana in cui la rivincita sociale, l’orgoglio razziale e il rifugio in alcune deformazioni dell’Islam ha confezionato una miscela esplosiva che s’incendia ogni qual volta possibile. Un arcipelago banlieues che pratica un razzismo antibianco al suo interno, perché i bianchi non sono ammessi se non eccezionalmente nelle squadre locali e vengono discriminati a monte, quando gli va bene.

Anche questo spiega il perché non si trovino molti bianchi da schierare in nazionale in Francia.

Il modello France-banlieue è un disastro sociale e culturale, non solo di ordine pubblico. È il coronamento dell’immaginario artificiale ideato da una borghesia viziata, che vive in quartieri residenziali e, senza troppo immischiarsi, si considera la realizzatrice dell’Eden alla Netflix che però risulta piuttosto infernale.

Non è soltanto l’effetto della convivenza difficile

tra etnie e culture diverse, indifferenziate in una melma da marketing globale, ma di una gestione perversa, dato che in altri luoghi, dove comunque la multietnia viene da lontano, dopo l’estinzione o quasi dei popoli nativi, si è sviluppata senza pifferai ideologici. Non c’è paragone sul come la nazionale francese e quella brasiliana impattano sul quotidiano delle singole nazioni. Sia ideologicamente che sul piano sociale e dell’ordine pubblico.

In Francia un’eredità illuminista, collegatasi con l’aids esistenziale che proviene da centrali come la Scuola di Francoforte, sommatasi alla logica trozkista, ha finito col partorire un mostro che oggi cerca di darsi una veste perfino ideologica con il cosiddetto islamogauchisme di Mélenchon.

La nazionale marocchina, viceversa, è un esempio d’identità, anche per la scelta di sette giocatori che avrebbero potuto indossare la maglietta della Francia.

La partita tra i bleues e una nazione magrebina verrà presumibilmente impugnata dalla rabbia sociale, dalla caccia al bottino e dalla violenza di banlieue che farà sua una contrapposizione difficilmente condivisa in Marocco. Il problema persiste tra Francia e Algeria, non lì.

Ma banlieusards di ogni etnia faranno dello scontro di giovedì un derby che non è tale a Rabat.

Non sappiamo quali danni ci saranno da giovedì notte in poi

né se vi saranno vittime come sovente accade e che non faranno tanto rumore nei media affinché non sia messa in discussione la favoletta main stream degli apprendisti stregoni che ci governano da decenni.

Fatto sta che giovedì una nazionale identitaria, la marocchina, affronterà quella dei globetrotters e le tragedie annunciate, che si spera non si verifichino, verranno ridimensionate da chi deve santificare a ogni costo il proprio razzismo sociobiologico che si affretta a definire “antirazzista” perché, questa gente ha sempre paura di essere onesta con se stessa. La cosa che più odia è la verità.

D’altronde se fossero onesti con se stessi sarebbero altra gente.

E le nostre società starebbero molto meglio.

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