giovedì 30 Novembre 2023

Problemi di rifornimenti all’esercito d’invasione russo

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Molti fondi vengono da Gazprom che in un anno ha dimezzato gli introiti

Segnali d’allarme in casa Gazprom per i risultati economici? Guardando ai dati economici del primo semestre del colosso russo dell’energia, vicinissimo al Cremlino e la cui leadership è organica al sistema di potere di Vladimir Putin, non si può parlare di crisi conclamata perché l’attività è ancora in utile. Ma il confronto col 2022, quando Gazprom era la punta di lancia della guerra economica di Mosca all’Occidente, condotta anche con l’arma psicologica e i ricatti sulle forniture di gas, mostra che il gruppo di Aleksej Miller è in crescente difficoltà.

I dati parlano chiaro. Gazprom, nel periodo del secondo trimestre, vede i suoi profitti operativi crollare del 43% e sul fronte gennaio-giugno di ben otto volte: adesso sono pari a 296 miliardi di rubli, ovvero 3 miliardi di dollari. Ma gli oltre 2 trilioni di rubli generati come profitto nel periodo gennaio-giugno 2022, culmine della guerra energetica seguita all’invasione dell’Ucraina, un anno fa valevano molto di più, addirittura 41,75 miliardi di dollari. In un anno il combinato disposto tra volatilità del rublo e calo del prezzo del gas, in altre parole, ha in termini reali consumato il 93% della capacità di export di Gazprom, che nel secondo trimestre, secondo quanto comunicato dalla compagnia su Telegram, avrebbe addirittura, aggiungendo al calo dei profitti operativi le spese per tasse, investimenti e accantonamenti, registrato un mini-disavanzo di 180 milioni di dollari.

Il dato è ancora più pesante delle prospettive iniziali di molti analisti che davano per Gazprom probabile, nei mesi scorsi, una contrazione dell’utile semestrale del 50%. A conti fatti, la prospettiva di redditività del gruppo, classificato da Fortune tra le 500 aziende più importanti del mondo per ricavi e fatturato, è stata quasi azzerata. Gazprom, ha scritto Euractiv, “non ha fornito previsioni per le esportazioni di gas per quest’anno. Secondo le proiezioni di alcuni analisti, le esportazioni al di fuori dell’ex Unione Sovietica potrebbero raggiungere circa 50-65 miliardi di metri cubi (bcm), escluse le forniture alla Cina”. Se si pensa che tale quota era, un tempo, coperta dalle esportazioni alla sola Germania si capisce quanto la perdita del mercato europeo abbia pesato a conti fatti sul Paese. Ad oggi Paesi come la Turchia, che comprerà tra i 30 e i 32 miliardi di metri cubi, e la Cina, che arriverà a 25-30 miliardi di metri cubi di gas russo, sono i maggiori acquirenti di oro blu di Mosca. Ma entrambi hanno un potere d’acquisto di gas russo che è paragonabile a quello che aveva, da sola, l’Italia al culmine dei rapporti energetici con Mosca.

Il fatto, per Gazprom, è aggravato dalla prospettiva di una crescente tensione sull’erario russo, che l’anno scorso ha ottenuto ben 5 miliardi di dollari dalle attività fiscali legate alle azioni di Gazprom, potendo finanziare l’impegno bellico in Ucraina, e soprattutto ha su iniziativa della Banca centrale di Elvira Nabiullina goduto del boom di entrate di valuta estera per difendere il cambio del rublo con una manovra monetaria “lacrime e sangue”. I cambi sul rublo in picchiata riflettevano, nei mesi scorsi, la riduzione delle entrate dopo la fine del periodo delle vacche grasse dei prezzi in volo del gas. E ad oggi i rendimenti di Gazprom rischiano di aggiungere un problema strutturale per un Paese come la Russia che da vent’anni ha finanziato non solo la sua crescita economica ma anche le sue strategie geopolitiche sulla certezza della rendita energetica. Oggi non più scontata come in passato. Un dato di fatto che non potrà non preoccupare, in prospettiva, il Cremlino.

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