
La cisi ucraìna, la stampa leninista e i politologi ufficiali russi e americani
Sono un lettore regolare di Lotta Comunista, mensile militante dei leninisti puri che, sulla base di materiale raccolto in tutto il mondo, analizza quanto accade un po’ ovunque.
Si tratta di analisi preziose, non sempre esaustive perché, per esempio, non vi figura mai il ruolo del narcotraffico e del narcoriciclaggio che, pure, è una delle travi portanti dell’attuale edificio finanziario e geopolitico.
Sono, ovviamente, analisi prive di ogni respiro metafisico che non lasciano quasi nessun ruolo al fattore umano. Limiti del materialismo storico.
Il quale materialismo storico, però, nella fattispecie, ha il pregio di essere un metodo e quindi di fornire istantanee che, se pur non palesano tutte le dimensioni del reale, ne offrono immagini oggettive.
Il materialismo de no’antri
Nulla a che vedere, insomma, con il materialismo che s’è impadronito ultimamente delle interpretazioni della realtà più gettonate nell’area destroterminale.
Il materialismo de no’antri è soltanto una riduzione ad miserandum di tutto quello che si osserva e non persegue mai lo scopo di comprenderlo. E’ strumentale all’album di figurine sul quale i terminandi si dilettano in classe, scambiandosi i doppioni sotto la lavagna sulla quale sono stati disegnati con il gesso, frontalmente suddivisi, i buoni e i cattivi.
Niente in comune, il materialismo storico dei leninisti, con il dilettantismo adolescenziale dei collezionatori di figurine e di figuracce che ammorbano la cosiddetta area, facendosi forti delle leggi impietose e regressive della democrazia sbracata.
Quello dei leninisti è un metodo e non una scorciatoia per affermare la pochezza intellettuale e spirituale e la mancanza d’intelligenza reale. E se i nostri “superatori del fascismo” avessero l’umiltà d’imparare da loro, riuscirebbero a dare almeno un po’ di senso al loro procedere confuso alla ricerca di una meta postcomunista che non hanno neppure il coraggio di ammettere perché, per accettare una metamorfosi, bisogna assumerla e abbandonare tutti gli appigli psicologici di un’identità in cui non ci si riconosce più ma da cui si pretende di continuare a ricevere tutti i vantaggi.
Una finlandizzazione ucraìna?
Lotta Comunista dedica una pagina alla crisi ucraìna e alcune osservazioni sono degne di nota e di approfondimento.
Avevo parlato, a proposito della gestione combinata della crisi, di una Yalta rinnovata. Il mensile leninista offre un’altra prospettiva e parla di “finlandizzazione”.
Un termine, questo, che indicava in passato la situazione particolare della Finlandia che, pur essendo riuscita a resistere all’occupazione sovietica, era stata costretta ad un ruolo di neutralità sotto un controllo stretto e invasivo da parte moscovita.
Nell’immediato dopoguerra negli Usa si era fatta strada l’idea di una “finlandizzazione” di tutti quegli Stati del centro-est europeo che poi furono lasciati al dominio sovietico (o addirittura destinati all’annessione come fu il caso dei Paesi Baltici e appunto dell’Ucraìna).
Perché, come ricorda Guido La Barbera, autore dell’articolo, “né Washington né Mosca volevano una Germania unita al centro del Continente, anche se neutralizzata, e la divisione tedesca fu il contenuto reale della convergenza tra Usa ed Urss nella vera spartizione”.
L’intramontabile guru dell’imperialismo americano, Zbigniew Brzezinski, in un’intervista a La Stampa – ci ricorda sempre l’articolo – aveva espresso l’idea di “un’Ucraìna con libertà di movimento verso l’Europa” con la sola garanzia di non essere militarmente ostile alla Russia. L’Ucraìna sarebbe dunque finlandizzata ma, in questo caso, dalla Ue, non da Mosca.
Possibilismo russo
Potrebbe Mosca accettare questa soluzione? La Barbera avverte. L’Ucraìna è il cuore dei piani di restaurazione dello spazio strategico dell’ex Urss, se Kiev fosse incardinata nella Ue, la Russia potrebbe solo rinunciare ai suoi sogni imperiali e scegliere l’Occidente, legandosi ad un’Europa che, per Brzezinski è un’Europa transatlantica.
Tuttavia La Barbera scrive prima dell’annessione della Crimea (che all’epoca era ancora ucraìna).
E la sua convinzione non gli impedisce di apportare tesi contrastanti. Tra le quali una singolare affermazione del ministro degli Esteri russo, Segei Lavrov, che propone di combinare i processi d’integrazione della Ue e dell’Unione eurasiatica e chiede di riconoscere che “è in via di attuazione un progetto d’integrazione su larga scala nello spazio eurasiatico, concepito in sintonia con l’integrazione nella Ue e come un collegamento tra Europa e Asia-Pacifico”.
E sebbene l’integrazione dell’Ucraìna alla Ue possa essere letta come una sconfitta strategica russa, Fyodor Lukyanov, capo redattore di Russia on Global Affairs e rappresentante moscovita del Council of Foreing and Defens Policy ipotizza una soluzione intesa come “protettorato informale” sull’Ucraìna stabilito, di comune accordo, tra Russia e Ue.
Tutt’altra cosa rispetto a quello che si dice in giro e non poco aderente con quanto, in concreto, si sta facendo fin dall’inizio, in particolare per quel che riguarda i comportamenti del governo di Kiev.
Una vittoria tedesca?
Putin, d’altronde, anche se mostra i muscoli e ruggisce, sta operando ovunque in visione di contenimento rispetto alla crescita cinese e al rilancio americano.
Kissinger così riassume le preoccupazioni del Cremlino. “Ora i russi hanno una frontiera con la Cina che è un incubo strategico, una frontiera con l’Islam che è un incubo ideologico e una frontiera con l’Europa che è storicamente molto travagliata”. E Putin deve alzare la voce per l’opinione pubblica interna ma giocare di fioretto, mostrare il kalashnikov ma giocare a scacchi.
La Barbera sottolinea che la Merkel ha preso in mano tutte le operazioni diplomatiche “confermando che per Berlino la relazione con Mosca è inaggirabile”. La crisi, anzi, si è sviluppata “costringendo Berlino allo scoperto”.
Il mensile leninista così conclude la sua carrellata “Ha scritto Lavrov, argomentando una linea di convergenza tra Ue e Unione euraisatica che la pace russo-tedesca non è stata meno importante in Europa della creazione del tandem franco-tedesco. Washignton può scontare conseguenze inattese per il suo disimpegno strategico”.
Tutti compromessi con tutti
Quest’ultima riflessione è discutibile perché non tiene conto della rivoluzione operata dagli americani negli ultimi quindici anni sulla base del “Rapporto Cheney” e del totale cambio di rotta che ne è conseguito. Gli Usa da dipendenti energetici si apprestano di qui a brevissimo ad essere autosufficienti per poi diventare esportatori. Tra otto anni si prevede che saranno i primi produttori mondiali di gas.
Per tutte le “rivoluzioni” attuate nell’ultimo biennio non si può sottovalutare questa realtà che pure Lotta Comunista ha illustrato in altri articoli.
Se la Russia non è perdente, se la Ue ci guadagna e se davvero entrambe, a differenza delle affermazioni ufficiali, anziché allontanarsi si avvicinano strutturalmente, gli americani ci guadagnano anche loro e non si sono fatti sfuggire proprio nulla dalle mani.
La “finlandizzazione” ucraìna avverrà anche sotto il protettorato europeo e il controllo russo, ma si lega a logiche di Yalta, non soltanto esplicitate dalla spartizione territoriale ma da intrecci economici ed energetici significativi.
Probabilmente la figura più emblematica di quest’intreccio è offerta dalla Tymoshenko che riesce ad apparire come una pasionaria occidentalista pur essendo finita in carcere per essere stata corrotta da Gazprom e pur essendo tornata alla ribalta, dopo la sconfessione popolare ucraìna e il fastidio manifestato nei suoi confronti dalla Merkel, proprio per l’invito in Russia di Putin.
Il comportamento del governo di Kiev, che pur essendo vergognosamente prono ad Obama, è a dir poco accomodante con Mosca e con le sue ingerenze, ne è un altro indizio.
L’unico nodo reale
La crisi ucraìna è stata giocata a tavolino, con ciniche logiche di potenza che sono censurabili quanto si vuole dal punto di vista sentimentale me che sono inevitabili.
Difficile in questo accusare Putin, Obama o la Merkel se non per la commedia fatta e per l’immaginario propagato da guerra fredda, anch’esso strumentale a evitare i tagli del riarmo.
La crisi ucraìna è uno dei tanti effetti obbligati della modifica degli equilibri mondiali e si pone al crocevia tra un potenziale che chiama l’Europa allo scoperto e ad integrare uno spazio transoceanico senza staccarla dallo spazio eurasiatico (come suggerisce Lavrov) o a quello che punta a sfilacciarla in varie zone con la virata dei PIIGS euroscettici e con l’incrinamento dell’asse franco-tedesco.
Chi vivrà vedrà. E, mi raccomando: noi schieriamoci con puntuale miopia dalla parte più deleteria!
Restano il dramma, la tragedia, l’epos di Kiev e il confronto teso tra chi da una parte ama, combatte e muore e chi, dall’altra, vende e incassa.
E’ lo scontro tra le avanguardie di Pravy Sektor e il governo messo su – non dal loro salutare intervento come delirano certuni – ma da Washington, Mosca e Bruxelles.
Il nodo, l’unico reale, è offerto dalla variante rivoluzionaria, dall’incognita “romantica” e “tribalista” dei nazionalrivoluzionari di Kiev che bisogna aiutare a reggere lo scontro impari contro tutti i cinici che non vedono l’ora di liquidarli.
Abbiamo solo da imparare dal loro esempio e, infine, dalla possibile centralità ideale, culturale, umana e geopolitica delle nazioni del centro-est europeo che furono lasciate al dominio sovietico e che ne sono uscite vive e forti. Tra Budapest e Kiev si può ritrovare quella centralità che, altrove, non è stata smarrita soltanto ad Atene. E che non si trova su nessuna lavagna e in nessuna collezione di figurine.