
Ecco perché si deve ripartire dalle avanguardie e rieducare il popolo
Egoista, islamofoba, ignorante, discriminatoria. A volte ce lo dimentichiamo, ma la destra dipinta dall’Huffington Post, quella fissata nello sguardo repressivo della Boldrini, esiste.
Come un Freddy Kruger d’annata esce fuori dai nostri incubi e si materializza davanti a noi, noi che restiamo sempre (un po’) sorpresi. Se nella rabbia contro l’invasione immigratoria, nelle “rivolte” di alcuni quartieri qualcuno avesse mai intravisto qualche segnale positivo di risveglio, ci hanno pensato la Meloni, facebook e questa generazione di cialtroni a riportare tutti con i piedi per terra. Il primo pugno nello stomaco ai sognatori lo tira proprio la presidente di Fratelli d’Italia, che richiama tutti alla realtà vincendo a mani basse (dopo numerose sconfitte), la sfida del consenso con Matteo Salvini. Alla “tigre della Garbatella” è bastato dare dell’”islamico” a Buttafuoco, per cassare ogni ipotesi di candidatura alla Regione Sicilia e per far passare agli occhi dell’elettorato di destra lo scrittore siciliano come una sorta di Al Bagdadi de ‘noantri. E così la proposta lanciata da Attaguile, luogotenente siciliano di Salvini, caldeggiata dallo stesso segretario del Carroccio, è stata sepolta dalle migliaia di likes ricevuti dalla Meloni nel post su Facebook che avrebbe inorgoglito Oriana Fallaci (ne ha presi più dei post sui Marò o contro l’ideologia gender) e dal sondaggio di Libero che riporta il 78% dei lettori d’accordo con la pasionaria della destra italiana.
D’altronde le logiche del “mercato elettorale”, come lo ha definito lo stesso Buttafuoco, sono il regno della semplificazione e dell’emotività e poco si sposano con la razionalità, che anche in piccole dosi avrebbe permesso di comprendere come l’orgoglio arabo-siciliano di Buttafuoco, suggestione più che altro culturale, nulla abbia a che spartire con il rischio di vedere le bandiere nere del Califfato sventolare sopra l’Etna o il Colosseo. Incassato il colpo l’altro Matteo è sembrato subito correre ai ripari per riaffermare il suo ruolo ormai consolidato di leader della destra italiana, dando in pasto a Facebook una delle proposte feticcio del campo conservatore: il reinserimento della leva obbligatoria. Ma la proposta da “destra classica” del leader leghista sembra aver funzionato solo a metà. Il più famoso dei social network lo ha sì premiato con quasi 50mila “mi piace”, ma soprattutto tra i fans più giovani di Salvini l’idea di dover fare la naja non sembra andare a genio, anzi. I commenti negativi sono almeno dieci volte più della media e prendono migliaia di “mi piace”. Tra “benaltrismo” in stile “perché non migliorate le scuole piuttosto?”, individualismo “al giorno d’oggi un ragazzo deve essere libero di scegliere di fare ciò che vuole per potersi costruire un futuro” e conti della serva “il militare è solo uno spreco di denaro pubblico”, l’altro Matteo sembra non riscuotere il consueto consenso dai giovani che lo seguono. A centrare il punto sembra è l’utente Philippo Solynas che incalza scrivendo “gli immigrati ci rubano il lavoro, sono uno spreco di soldi e poi mi proponi la leva obbligatoria?”.
Per la prima volta Salvini chiede ai suoi utenti un impegno personale diretto, qualcosa che ha un costo fisico ed economico ma che potrebbe restituire un valore aggiunto sociale e morale. Apriti cielo. La psicologia di quell’elettorato che lo seguirebbe in capo al mondo per rimettersi qualche euro in tasca togliendolo a campi rom e clandestini, va in corto circuito e percepisce la proposta quasi come un attacco personale. Nell’era delle categorie politiche semplificate ad una lotta tra l’”alto” e il “basso”, chi si era posto come sindacalista del popolo contro poteri forti, Stato e immigrazione clandestina, a quello stesso popolo (o popolino) non può chiedere nulla in cambio se non il voto, pena il tradimento immediato. E’ la stessa dinamica che anima le battaglie contro l’immigrazione, dove egoismo particolare e spirito solidale coesistono. L’egoismo della battaglia securitario – economica dei residenti che non vogliono gli immigrati nel cortile di casa ma a cui andrebbe benissimo se li spostassero nel quartiere accanto. Lo spirito solidale di quelle minoranze che fanno della battaglia all’immigrazione una questione identitaria, concependo il proprio popolo come la propria famiglia da difendere. Due sentimenti opposti, che solo l’unità di intenti unisce, con lo spettro del “tradimento” (di cui l’egoismo è l’anticamera) che aleggia sempre. La nostra storia dovrebbe ricordarcelo, soprattutto nel tragico destino di quel grande italiano nato il 29 luglio di 132 anni fa.

