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Nel febbraio 1969, mesi prima del lancio dell’Apollo 11, una palla di fuoco attraversò il cielo sopra Chihuahua e disperse oltre due tonnellate di rocce nel nord del Messico. Si tratta della meteorite di Allende, il più grande meteorite primitivo mai recuperato sulla Terra. “Primitivo” significa qui che è rimasto pressoché inalterato da quando il Sistema Solare si stava formando, 4,5 miliardi di anni fa. È quanto di più simile a un fossile della nebulosa solare si possa avere senza andare a cercarlo direttamente nello spazio, e più di mezzo secolo dopo continua a fornire nuove informazioni.
Le inclusioni più antiche del Sistema Solare
Le componenti più antiche presenti in Allende si chiamano inclusioni ricche di calcio e alluminio. Sono i primi solidi noti a essersi condensati dal gas caldo del Sistema Solare primordiale: la primissima materia a smettere di essere vapore e diventare roccia. Tutto ciò che è seguito — asteroidi, lune e persino il suolo sotto i nostri piedi — è arrivato dopo.
Grani più antichi ancora: polvere di una stella scomparsa
Dagli anni ’80 i ricercatori sanno che i meteoriti primitivi contengono grani ancora più antichi: nano-diamanti e minerali simili, con composizioni così diverse da tutto ciò che conosciamo nel nostro Sistema Solare da far pensare che si siano formati attorno a un’altra stella, morta prima ancora che il Sole si accendesse. Vera e propria polvere stellare, precedente a tutto il resto.
Questi grani, però, erano stati trovati finora solo nella matrice fredda e ricca di carbonio dei meteoriti. Mai all’interno delle CAI, formatesi in regioni troppo calde perché grani tanto delicati potessero sopravvivere.
La scoperta: la polvere stellare come “seme” di cristallizzazione
Ren Marquez e Francois Tissot del Caltech, insieme a Bruce Charlier della Victoria University of Wellington, li hanno individuati proprio lì: avrebbero funzionato da veri e propri semi di nucleazione, superfici attorno alle quali si sono cristallizzati i primi solidi del Sistema Solare.
Come spiega Tissot, la nucleazione è molto difficile senza una superficie su cui crescere: senza qualcosa che rompa l’uniformità di una miscela di gas, i minerali avrebbero impiegato tempi lunghissimi a condensarsi mentre il Sistema Solare si raffreddava. La polvere stellare risolverebbe così un problema che i cosmochimici non erano ancora riusciti a spiegare del tutto.
Il quadro che emerge è questo: una stella è vissuta ed è morta, disperdendo la propria polvere. Parte di essa è finita nella nube che avrebbe generato il Sole, ha resistito alla fornace della sua formazione, ed è diventata il granello attorno a cui si è condensata la prima materia solida del nostro sistema planetario.
Un’eco inaspettata sulla Terra
C’è una nota finale interessante: le tecniche sviluppate da Marquez per analizzare campioni infinitesimali vengono ora applicate anche a sangue e tessuti, in un progetto per la diagnosi precoce dell’osteoporosi. Un bell’esempio di come lo studio del cielo notturno possa, a volte, avere ricadute concrete sulla vita quotidiana sulla Terra.

