Lingue addio!

Come ogni tanto scompaiono

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Ogni lingua che si estingue è un tesoro che si perde tra le nebbie della storia. Perché non scompare soltanto un insieme di regole grammaticali e un sistema di suoni, ma anche una concezione del mondo, la storia di un popolo o di una civiltà, nella quale convivono dalle ninne nanne fino agli editti dei governanti. Come se fossero stelle che si spengono nel firmamento della diversità culturale, ogni anno scompaiono più di quattro lingue nel mondo, e tutto lascia pensare che questo ritmo aumenterà nei prossimi decenni. È proprio per questo che, come diceva Seneca, «Lingua est index animi», cioè la lingua è lo specchio dell’anima.
Si stima che oggi nel mondo si parlino circa 7500 lingue, ma questa cifra è appena l’eco di una diversità molto più ampia che esisteva fino a pochi millenni fa. Una ricerca pubblicata sulla rivista Science ricostruisce la storia di questa diversità linguistica negli ultimi 12mila anni e conclude che la grande perdita di lingue non iniziò con il colonialismo europeo, bensì molti secoli prima, per opera dei primi grandi imperi.
alla fine del XIX secolo. L’ultima parlante è morta nel 2022 e con lei si è estinta questa lingua

Archivio Generale della Nazione Argentina
Secondo la ricerca condotta da scienziati spagnoli, statunitensi e tedeschi, guidata da Damián Blasi, professore di ricerca dell’Istituzione Catalana di Ricerca e Studi Avanzati (ICREA) e membro del Centro per il Cervello e la Cognizione dell’Università Pompeu Fabra di Barcellona, la risposta principale ha meno a che fare con la natura e più con la politica.
Il consolidamento di grandi stati e imperi multinazionali mise in contatto permanente popolazioni che fino ad allora avevano vissuto isolate. Quando un impero si espandeva, non spostava soltanto i confini: imponeva la propria lingua insieme alle sue istituzioni, alla sua amministrazione, alla sua religione e alle sue reti commerciali. Parlare la lingua del potere smise di essere una scelta e divenne una necessità pratica per commerciare, affrontare cause legali, ricoprire un incarico o semplicemente sopravvivere all’interno del nuovo ordine.

Il responsabile inaspettato della cancellazione
A questa spinta politica si aggiunse un fattore meno visibile ma devastante: le malattie. Le grandi espansioni imperiali portarono con sé nuovi agenti patogeni contro i quali molte popolazioni non avevano difese (lo sanno bene le popolazioni amerindie dopo l’arrivo degli europei a partire dal XV secolo). Il crollo demografico seguito a quei contagi spazzò via non solo vite umane, ma intere popolazioni che erano le uniche depositarie della propria lingua. Quando una comunità scompare o si riduce drasticamente, la sua lingua non ha più nessuno che la trasmetta alla generazione successiva.

L’omologazione in corso
Ha avuto un peso anche la semplice logica delle dimensioni. Secondo lo studio, man mano che crescevano le società agricole e, in seguito, gli stati, un numero sempre maggiore di persone finiva per condividere la stessa lingua.
I piccoli gruppi di cacciatori-raccoglitori, che per millenni avevano mantenuto un’altissima diversità linguistica grazie al fatto di vivere in comunità ridotte e disperse, furono assorbiti, spostati o assimilati da società più numerose e meglio organizzate. La lingua del gruppo dominante si diffondeva; quella del gruppo assorbito veniva relegata all’ambito domestico e, con il tempo, si spegneva.

Il ruolo del colonialismo
Il colonialismo europeo degli ultimi cinque secoli non ha inventato questo processo: lo ha accelerato e lo ha portato a una scala planetaria. Gli imperi coloniali ripeterono, con strumenti molto più efficaci, lo stesso copione già sperimentato dagli antichi: lingua, religione, istituzioni e malattie viaggiavano insieme là dove si imponeva il dominio politico. Ma il meccanismo di fondo – l’espansione di un potere centralizzato che sostituisce le lingue locali – era in atto già da molto più tempo.
Questa storia porta con sé una conseguenza scomoda per comprendere il mondo linguistico attuale. Le lingue che sopravvivono oggi non sono un campione rappresentativo di tutte quelle che sono esistite nel corso della storia: sono quelle che hanno avuto la fortuna di essere associate a popolazioni in espansione, mentre quelle delle comunità più piccole, isolate o sconfitte si sono estinte quasi senza lasciare traccia.
Molte di esse sono scomparse senza che nessuno arrivasse mai a scrivere una sola parola nel loro alfabeto, portando con sé interi sistemi di conoscenza sul territorio, sulla natura e sulla memoria dei loro popoli.

La scomparsa delle lingue oggi
Secondo gli autori della ricerca, comprendere questa dinamica non è soltanto un esercizio accademico: aiuta a spiegare perché, nel pieno del XXI secolo, continuino a scomparire lingue in regioni remote dell’Amazzonia, dell’Artico, della Papua Nuova Guinea o del Sud-est asiatico. Gli stessi fattori di fondo – la pressione esercitata da una lingua dominante, lo spostamento delle comunità, la perdita dei parlanti – continuano ad agire, oggi sotto forma di globalizzazione, urbanizzazione e istruzione in lingue maggioritarie.
Di fronte a questo scenario, i ricercatori sottolineano un elemento di speranza: la storia dimostra che le correnti politiche che travolgono le lingue non sono irreversibili. Comunità di tutto il mondo stanno oggi documentando, insegnando e rivitalizzando lingue che sembravano destinate a scomparire.
Viaggiare oggi ascoltando una lingua minoritaria – che sia in un mercato andino, in un villaggio dell’Artico o in un paese dei Pirenei – significa, in un certo senso, ascoltare una sopravvissuta di quel lungo e silenzioso naufragio linguistico iniziato migliaia di anni fa.

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