lunedì 4 Marzo 2024

Terzo mondo: un saccheggio?

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La proletarizzazione procede per fasce. Questa è la logica di sfruttamento intensivo del capitalismo cannibale a gestione gangsteristica prodotto dagli americani.

Si dice che, con la fine dei blocchi contrapposti (capitalismo a Ovest, comunismo a Est) la vera spartizione del mondo è, e sarà sempre più, quella tra un Nord benestante e un Sud miserabile. E non da oggi si afferma che la miseria di questo è dovuta anche alla rapina delle sue risorse da parte di quello. Tra i capisaldi della mentalità corrente c’è, dunque, la credenza in quello che i francesi chiamano Le Grand Pillage, il “Grande Saccheggio” che avrebbe permesso all’Occidente di impossessarsi di mezzi non suoi per costruire su questi le sue fortune. Tutto il “terzomondismo” prima di scuola marxista (anche se, su questo tema, Marx fu più cauto di Lenin) e poi anche di tanti ambienti cristiani, si basa su questo schema: il Nord del mondo ricco perché rapinatore, il Sud povero perché rapinato. Da qui, anche, il mea culpa che a tutti noi, “bianchi”, viene chiesto di recitare. Come spesso avviene, nessuno si cura di verificare se lo schema in questione abbia una base reale o non sia, per caso, uno dei tanti miti contemporanei. Qualche tempo fa, per incarico del Collège d’Europe, Léo Moulin ha provato a confrontarsi con i dati concreti di questo problema. Le conclusioni dello studioso confermano quanto sospettavano coloro che rifiutano di accettare acriticamente gli slogan: il “Grande Saccheggio” e in gran parte un mito, probabilmente l’Occidente (anche sul piano economico), ha dato alle altre zone del mondo più di quanto non ne abbia ricavato. Dunque, sia la contrizione del Nord sia le recriminazioni quando non il vittimismo del Sud non hanno giustificazione storica: le cause dello sviluppo e del sottosviluppo vanno ricercate altrove che nel mito della rapina.Innanzitutto, Moulin fa i conti in tasca all’interscambio, sin dai tempi del Medio Evo, tra Europa e Medio Oriente, nei cui porti giungevano le merci e i prodotti di Asia e di Africa che non solo il desiderio di lusso ma anche le esigenze vitali (le spezie, per esempio, per conservare i cibi) degli Occidentali reclamavano. Quell’interscambio fu ampiamente deficitario per l’Europa, la quale “sanguina per arricchire l’Asia”, come diceva, alla fine del Cinquecento, l’inglese sir Thomas Roe. Ribadisce Moulin: “Si dimentica che per secoli l’Occidente si è svuotato del suo oro per comprare dall’Oriente, spesso a prezzi di strozzinaggio e pagando dazi, gabelle, taglie. E questo non solo nel Medio Evo: anche quando i portoghesi e gli olandesi apparvero nei mari asiatici e, rischiando ogni volta la vita, assicurarono il traffico con il Giappone, Sumatra, l’Indocina e l’Arabia, i maggiori vantaggi del commercio restarono tra le mani dei mercanti astuti e sedentari di quei lontani Paesi. Prelevando diritti di mediazione sino al 100 per cento del valore delle merci, gli indiani si arricchirono favolosamente, senza però che l’economia del loro Paese ne approfittasse in qualche modo”. C’è poi il “caso americano” ma, come scrive ancora lo studioso belga, “i tesori delle Indie occidentali furono ben lontani dall’esercitare gli effetti decisivi che si immaginano. Anche perché tutta la produzione americana d’oro tra il 1520 e il 1660 fu inferiore alla produzione attuale di un anno delle sole miniere sudafricane”. Va notato che quel metallo fu estratto grazie a tecniche che solo gli europei conoscevano o che inventarono sotto la spinta delle necessità. Si sa, infatti, che i nativi non utilizzavano che quelle poche quantità di argento e di oro che affioravano in superficie o che erano a

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