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Trionfo dello Spettacolo, morte del Politico

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Li vediamo da Vespa e da Costanzo, da Papi e da Biscardi; dicono barzellette, sorridono, ammiccano; parlano del campionato di calcio e del delitto di Cogne. Sono i nostri politici, o quel che ne resta. Di fatto, ormai la società dello spettacolo ha assorbito la funzione del politico e chi dovrebbe governarci non sa fare altro che il trenino a Buona Domenica.




di Luciano Lanna



Qual è oggi la sede più specifica della politica? Quali sono i linguaggi contemporanei della politica? Qual è, infine, il ruolo dell’informazione di fronte alle novità emerse negli ultimi anni? Sono domande che coinvolgono direttamente i politici, i giornalisti, i portavoce governativi, i responsabili della comunicazione dei partiti, i conduttori televisivi. Al cuore di tutto, il rapporto tra la capacità di rappresentanza della politica e quella del giornalismo di rappresentarla. Ma è possibile oggi scindere artificiosamente tra politica da una parte e informazione politica dall’altra? Scindere, insomma, nel senso di una separatezza neutralizzante tra i tre poteri classici della teoria liberale e il famigerato “quarto potere”?
Un fatto è certo: nell’ultimo decennio la politica, il sistema dell’informazione e la televisione sono state oggetto in Italia di una serie così veloce e continua di trasformazioni e di innovazioni che proprio per il loro carattere di novità forse cercano ancora un loro equilibrio e una loro regolarizzazione definitiva.

E’ cambiata la modalità di comunicare dei politici; si è rivoluzionato il giornalismo politico – una su tutte: nei giornali è scomparso il tradizionale “pastone”, il resoconto quotidiano di ciò che avviene nel Palazzo – e si sono imposte nuove forme di approccio agli eventi della sfera pubblica; la televisione, soprattutto, è diventata la sede privilegiata per comunicare ai cittadini decisioni e fatti destinati a cambiare i rapporti di forza e a scuotere l’opinione pubblica. Su tutto, è importante rendersi pienamente consapevoli del processo che, su questo piano, si è sviluppato nell’ultimo ventennio.

Indietro, infatti, non si può tornare, e sembrano davvero passati anni luce da quando i partiti e i loro leader in Tv erano appannaggio esclusivo dei vari Jader Jacobelli, Gianni Granzotto e Ugo Zatterin: quel lungo periodo durato fino alla fine degli anni Settanta, quando la politica in casa era relegata alle fredde e inamidate tribune politiche, con leader che apparivano sul video attenti a non fuoriuscire dal loro ambito istituzionale e discussioni sin troppo misurate e composte. Arrivò solo nel ’77 la prima rottura di quella separatezza: improvvisamente l’uomo politico diventava confidenziale, uscendo dal ruolo canonico e da spazi rigidamente recintati. A inaugurare quella “rivoluzione” fu Maurizio Costanzo, allora ideatore e conduttore del primo talk show della nostra storia, quel Bontà loro dove i politici, finalmente, mescolati a varia umanità, rinunciano alla loro aura protocollare per svelare nel salotto anche il privato della loro personalità. Memorabile fu quella “prima” intervista con Giulio Andreotti, così come è rimasta alle cronache, con un seguito di vivaci polemiche e addirittura un’interpellanza parlamentare, la puntata nella quale il conduttore aveva chiesto a Tina Anselmi perché non si fosse mai sposata. Non fu da meno quando, sempre in una trasmissione di Costanzo, il deputato comunista Antonello Trombadori, rivolgendosi alla radicale Emma Bonino con l’appellativo di “cocca mia”, suscitò le ire delle femministe.

Ed è ancora datato ’77 un altro episodio “rivoluzionario”, un vero e proprio media event, avvenuto questa volta nel corso di Portobello, la trasmissione-mercatino condotta da Enzo Tortora. Davanti a una platea di dieci milioni di telespettatori, una signora milanese di ottantuno anni parla della sua situazione di anziana in Italia. A quel punto suona il telefono, e si sente la voce del primo “acquirente”: “Sono l’onorevole Bettino Craxi, il segretario del Partito socialis

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