
A me gli occhi, please!
Una mattina di settembre, alle 6, Nilufer Demir, fotoreporter per l’agenzia turca Dha, decide di andare a fare un giro professionale nella spiaggia di Bodrum e si imbatte nel cadavere di un bambino curdo, Aylan, che ovviamente inquadra con la sua macchina fotografica in uno scatto perfetto, pulito, quasi teatrale.
Tra i primi (se non il primo…) a divulgare la terribile immagine su Twitter è Peter Bouckaert, emergency director dell’organizzazione Human Rights Watch, abbondantemente finanziata (100 milioni di dollari sul capitale di 128) da George Soros, miliardario americano, noto speculatore assai influente sui mercati valutari («Sono certo che le mie attività speculative hanno avuto delle conseguenze negative. Ma questo fatto non entra nel mio pensiero. Non può. Se io mi astenessi da determinate azioni a causa di dubbi morali, allora cesserei di essere un efficace speculatore») e protagonista coi suoi finanziamenti di alcuni importanti sommovimenti internazionali, perciò fortemente interessato al futuro socioeconomico dell’Europa.
Da quel momento la terribile foto fa il giro del mondo e viene cavalcata dai migliori sostenitori della retorica buonista dell’ “ineluttabile fenomeno migratorio” , nonchè fautori dell’apertura indiscriminata delle frontiere, spesso con finalità antinazionali.
Nome e provenienza del povero bambino (Aylan Kurdi di Kobane in Kurdistan, Siria) sono noti in poche ore, poi è la volta del padre che racconta la triste esperienza di morte che ha decimato la sua famiglia e l’esperienza negativa col visto per il Canada (comunque, le autorità canadesi hanno negato di aver ricevuto una richiesta di asilo politico da parte del padre del piccolo, bensì da uno zio, ma incompleto per lo status da rifugiato e perciò respinta), infine compaiono anche alcune foto del piccolo Aylan sorridente coi suoi giocattoli, che ovviamente puntano dritto al cuore di chiunque abbia una coscienza.
La sua famiglia scappava dal Kurdistan: “Avevo provato tante volte a scappare da Kobane. Stavolta ero riuscito, con l’aiuto di mia sorella e mio padre, a mettere insieme 4mila euro per fare questo viaggio”, ha racconta papà Abdullah al-Kurdi a Radio Rozana, guarda caso stazione radiofonica vicina all’opposizione siriana al presidente Bashar al Assad. Eppure, da gennaio la città è stata strappata dall’offensiva dell’esercito curdo all’Isis, che l’aveva conquistata ad ottobre. Proprio a Kobane, peraltro, il papà di Aylan ha deciso di tornare e di seppellire i suoi cari.
A chiosare questa storia le utili parole della fotografa turca: “Sono felice che il mondo finalmente abbia prestato attenzione a questo problema, anche se perché lo facesse c’è voluta la foto di un bambino morto. Spero che la mia foto contribuisca a far cambiare la situazione dei migranti e che le persone non debbano più morire in quel modo”.
Il piccolo Ayal è certamente morto (come lui, purtroppo, tantissimi altri bambini (e adulti) in fondo al mare, oppure sotto le bombe, più o meno democratiche, in tante parti del Mondo, ma le foto non ci sono o non ce le hanno fatte vedere) ed il fenomeno dell’immigrazione è certamente esploso in maniera tale da chiedere misure eccezionali. Ma la propaganda e la strumentalizzazione sono in agguato per modificare e condizionare il pensiero dei popoli, spesso anche con foto e video ad effetto.
Fantasia…? Realtà…? Complottismo…? Dietrologia…? Ognuno si faccia la sua idea, ma soprattutto se ne faccia una.