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Zitti e Mosca

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Perché Putin ha fatto quelle scelte su Kiev

La domanda giusta è: perché Putin ha lasciato che Kiev slittasse ad ovest e che l’Ucraìna venisse spartita? Posto che non l’abbia addirittura causato.
La risposta la si può cercare solo nei dati reali, a patto di non essere preda di nessuna variante di 1984 e di non immaginarsi la realtà secondo la trama di un film orwelliano, che, peraltro, ci obbliga a mistificare la storia a ritroso.
Dobbiamo partire da un presupposto. La Russia è una potenza a metà.
Quando Putin l’ha presa in mano, ha arrestato una caduta precipitosa e ha cambiato la direzione delle cose.
Ma la Russia è sempre e comunque una potenza a metà, erede di una superpotenza a metà, l’Urss, che aveva sviluppato una forza muscolare del tutto asimettrica rispetto alla sua arretratezza sociale (ereditata peraltro dallo zarismo) e alla sua dipendenza finanizaria dal rivale-compare di New York.

Il conto della serva
La ripresa di Putin è stata fondata su due punti: una propaganda revanscista, condita di molti elementi che a noi piacciono in modo particolare, e dalla forza economica e politica determinata dal gas e dal petrolio.
La crisi del 2008 e poi l’offensiva americana del 2011 hanno stravolto il quadro.
Non solo perché hanno messo il piombo sulle ali dei partners europei, ma anche perché il pil russo ebbe subito un tracollo del 10%.
Il bilancio statale è salvato solo dalle entrate fiscali dei prodotti energetici.
E qui abbiamo una prima possibile risposta alla scelta su Kiev.
L’incorporazione della parte ucraìna strategicamente non vitale per Mosca nella zona Ue, comporta il taglio dell’uscita dei prestiti annui che servivano a tener buona la pipeline nauturale, costi che ci accolleremo noi, e permette anche di aumentare il prezzo di vendita del gas in occidente.
I conti della serva tornano. Ma Putin non é Renzi e non avrebbe operato la scelta solo perché redditizia a brevissimo termine.
Sa di esser chiamato a un’opera difficile e urgente di ristrutturazione che non gli consente di essere distratto da questioni che possono essere liquidate agevolmente.
E sa anche che, per provare a risollevarsi, deve avere tempo e ossigeno e che deve quindi fare concessioni agli americani.

Il colosso ha i piedi d’argilla
Ce li ha perché tra aziende energetiche, collegate e derivate, il fatturato in Russia sfiora il 50%: un’enormità che segna anche una dipendenza inaggirabile.
In particolare ora che gli Usa, che hanno affrontato la questione quindici anni orsono applicando il Rapporto Cheney, hanno reso competitive la trivellazione in profondità, l’esplorazione e la produzione dello shale gas e sembra che di qui a otto anni possano diventare il maggior esportatore di energia mondiale, quando prima ne erano dipendenti.
Ma il petrolio russo è geograficamente sparso, ha infrastrutture desuete. Mosca ha sfruttato il petrolio a buon mercato che si va esaurendo, ma non ha capitali da investire per l’esplorazione.
Anche il tight oil intrappolato sotto le formazioni rocciose è molto più in profondità, in Russia, di quanto non lo sia in Usa e quindi molto più costoso.
Poi c’è il problema atavico dell’inaffidabilità della forza-lavoro russa. Un problema mai risolto da nessuno.
In Russia la retorica neo-stalinista e neo-zarista del Cremlino si accompagna ad una realtà economica di grandi gruppi oligarchici privati che, all’insegna del mix statalismo-turboliberismo, procedono in modo atipico.
Come reggere in queste condizioni alla sfida dei costi per lo sfruttamento energetico interno e a quella della concorrenza americana che s’impone travolgente?

Una ristrutturazione impellente
Putin ha parlato chiaro già nel 2012 su Vedonosti: “Solo i settori più liquidi, connessi con le materie prime non lavorate e prodotti semilavorati, sono sopravvissuti alla trasformazione di mercato. In effetti c’è stata una deindustrializzazione su larga scala che spiega l’eccessiva dipendenza dall’importazione di beni di consumo, tecnologia e prodotti complessi, così come la fluttuazione dei prezzi dei principali beni d’importazione”. Modernizzare l’economia superando la dipendenza dalle materie prime è la parola d’ordine di Putin il quale nell’articolo indicava “negli accordi tecnologici internazionali e nell’ingresso nel WTO le strade da percorrere per superare la dipendenza energetica e accelerare la crescita”.
A questo si aggiunge il paragone della produttività del lavoro in Russia che è inferiore all’occidente e lo è in maniera più drammatica se paragonato con la Cina. Ed è così che i capitalisti russi – che non sono in rotta con il Cremlino – reclamano a gran voce tagli dei salari e del welfare, esattamente come da noi, tagli che difficilmente saranno evitati.

Esposizione muscolare
E’ in condizioni di estrema debolezza che Putin si appresta a intraprendere questa sfida che è volta non a fare della Russia una superpotenza, ma a cercare di evitarne il tracollo.
Gli salva la faccia l’esposizione muscolare. E in particolare lo fa il mancato attacco occidentale alla Siria per cui Mosca si è sovraesposta e ha portato a casa il successo d’immagine.
Ma senza l’intervento discreto cinese e la scelta israeliana, che la Siria la vuole libanizzata e non stabilizzata sotto il controllo wahabita, il Cremlino avrebbe dovuto accontentarsi del piano b, che già era sul tavolo, con lo smembramento siriano e la conservazione della base di Tartus per la flotta russa. Non è stata la voce grossa di Putin, sono state le dipendenza finanziaria di mezza classe politica europea a Pechino e quella politica di tutti al partito israeliano (rammentate la Bonino all’epoca?) che hanno paralizzato la mossa di Obama fino a mettere addirittura il premier Cameron in sorprendente minoranza in casa sua.
Putin sta seguendo da tempo lo stesso copione: mostrarsi forte, deciso e aggressivo per poter trattare meglio sui cedimenti inevitabili e per conservare sufficiente autorità nella ristrutturazione interna.

Mosse sull’Ucraìna e sulla Crimea
Quell’idiota di Yanukovitch, che poi non era altro se non un oligarca massone particolarmente presuntuoso, non piaceva a Putin e pensava di fare impunemente di testa sua.
Se non abbiamo elementi per dire, ma abbastanza per sospettare, che la sua caduta sia stata voluta del Cremlino dopo un accordo pregresso con la Casa Bianca, ne abbiamo a iosa per affermare che nulla è stato fatto in concreto da Mosca per sostenerlo prima o per rimetterlo in gioco poi.
Perché subito dopo Putin, anziché ispirare un referendum sull’indipendenza della Crimea, ha dato il destro all’Occidente puntando all’annessione? E perché ha ammassato e continua ad ammassare truppe verso ovest dando l’impressione di minacciare Kiev quando poteva, se voleva, riprendersela in un attimo?
L’uomo è molto intelligente e non avrebbe commesso errori grossolani.
Così facendo dimostra alla sua opinione interna che è forte, mascherando quindi la cessione obbligata che pure ha concordato. Ma c’è di più: quando si respira aria di ristrutturazione totale, e quando a farsene portavoce è lo stesso Putin, egli rassicura i militari che il riarmo non verrà accantonato. Contemporaneamente aiuta l’Fmi a spingere il passivo ucraìno in fretta verso Bruxelles e aiuta tutti a negare i tagli al riarmo.

La formula magica della guerra fredda
Questi gli elementi reali della gestione russa della crisi ucraìna.
Putin è sulla difensiva, non a Kiev, che ha ceduto (o che forse mantiene in comproprietà), ma sul piano generale. Deve accollarsi una ristrutturazione turboliberista cercando di effettuarla senza perdere troppo terreno sullo scacchiere mondiale e modificando il meno possibile la struttura sociale interna. Deve provare a cedere il meno possibile dell’autorità e della sovranità statale durante la ristrutturazione e soprattutto quando si sarà conclusa ed ha quindi bisogno di ossigeno fuori e di consenso dentro.
Cosa di meglio, per cimentarsi in queste sfide difficilissime, se non il clima da guerra fredda? Questo gli consente che i rapporti conflittuali con l’ovest scemino, perché, come ormai è un must, essi sono inversamente proporzionali ai toni usati.
Quando Ahmadinejad voleva distruggere Israele sui media, di fatto lo riforniva di petrolio e si spartiva allegramente con Tel Aviv le spoglie irachene.
Le affermazioni violente e roboanti servono esclusivamente a distrarre l’opinione pubblica oppure a mascherare la debolezza.
I cinesi, infatti, non parlano mai.

Auspici
Facciamo a Putin, che insieme ad Assad, Shinzo Abe e Orban è uno dei pochi leaders internazionali degni di stima e di simpatia, i migliori auguri per la grande sfida interna che sta lanciando e per quella ristrutturazione che, se riuscirà, potrà offrire anche a noi europei la sponda quantomeno per un riequilibrio rispetto alla dipendenza atlantica.
Non è certo per “sbugiardarlo” che abbiamo radiografato la sua tattica ucraìna.
Quel che ci preme è che si formi, qui da noi, una classe dirigente potenziale che non sia preda dei deliri orwelliani, che non si abbandoni istericamente ai concetti di “scontro di civiltà” o di “forze del male” che sono schemi studiati al Pentagono e che comunque vengano accolti (anche rovesciandoli e cambiandoli di segno) sono fuorvianti e voluti dove si puote quel che si vuole.
Non c’è un Ivanohe da nessuna parte.
Non c’è nulla che si potrà fare se non la facciamo noi.
Il centro è qui. Il centro è dove sei tu, purché tu sia. Il centro è la tua Patria, il centro è l’Europa, il centro è chi ha ancora il senso della vita e dell’epos. Il centro è chi combatte (ad Atene come a Kiev). Il centro è rispondere all’imperativo Hic et Nunc e gettare al rogo l’illusione paralizzante della delega, sia questa intesa a qualcuno che voti o a qualcuno che da fuori ti libererà.
Nessuno viene mai liberato. La libertà è innanzitutto interiore e si fonda sulla forza, sul carattere e sull’autonomia.
Un saluto quindi ai tanti schiavi impazienti e volgarmente acclamanti che la individuano puntualmente fuori di sé e fuori di qui. Nessun dio e nessu uomo si batterà al posto loro.
Guardate a Kiev e ad Atene e provate a imparare qualcosa. Sempre che siate ancora in grado d’imparare.

 

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