Acqua, fuoco, fuocherello?

Gli esopianeti per scoprire condizioni di vita a noi congeniali

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Lo studio di un esopianeta lontanissimo da noi, molto speso richiede di conoscere al meglio la stella attorno a cui ruota, soprattutto se a interessarci sono i dati atmosferici. Finora abbiamo trovato moltissimi pianeti rocciosi, anche simili alla nostra Terra, ma mai così adeguati alla vita per come la intendiamo. Esiste una zona abitabile, dove le condizioni sono considerate ideali per il proliferare di attività biologica, ma si fa strada anche la possibilità che ci siano altre possibilità scarsamente prese in considerazione.
In ogni caso, anche la NASA ha lavorato molto sull’osservazione di mondi lontani e strettamente connessa a questo è Pandora, la nuova missione NASA dedicata agli esopianeti, che ha iniziato le rilevazioni scientifiche dopo il lancio dell’11 gennaio 2026 in orbita terrestre bassa.
Il piccolo satellite analizzerà almeno 20 mondi esterni al Sistema solare, cercando informazioni sulla presenza di acqua, nubi e foschie nelle loro atmosfere. Grazie a essa si cercherà di distinguere ciò che appartiene al pianeta da ciò che viene prodotto dalla stella.

Quando un esopianeta transita davanti al proprio astro, una parte della luce stellare attraversa la sua atmosfera e porta con sé le impronte chimiche delle molecole presenti, ma bisogna ricordare che la superficie delle stelle non è uniforme. Ciò significa che regioni più calde e luminose e zone più fredde, simili alle macchie solari, possono alterare le misurazioni e persino confondere il segnale dell’acqua.
Pandora proverà a risolvere il problema osservando contemporaneamente pianeti e stelle nella luce visibile e nel vicino infrarosso. Durante la missione primaria, prevista per un anno, ciascuno degli almeno 20 esopianeti sarà osservato 10 volte, con sessioni della durata di 24 ore che comprenderanno un transito.
Operativamente parlando, il satellite si presenta come un telescopio interamente in alluminio con diametro di circa 45 centimetri. L’aspetto interessante è che il suo rivelatore nel vicino infrarosso ha inoltre una parentela particolare con quello del James Webb Space Telescope, in quanto si tratta di un componente di riserva sviluppato originariamente per esso. A tutti gli effetti i dati delle due missioni potranno essere combinati per separare con maggiore precisione i segnali stellari da quelli planetari

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