Ricorda l’autunno caldo italiano, quello 1969, all’indomani del “Sessantotto”, che contrassegnò l’avvio della strategia della tensione, con la strage a piazza Fontana, a Milano.
Che ci sia aria di strategia della tensione in tutta Europa l’abbiamo scritto di recente nel documento politico che, se non lo avete già, potete scaricare al link:
https://noreporter.org/wp-content/uploads/2026/08/AmiciSerpenti-1.pdf
Non bisogna credere che tutto sia stato messo in piedi di sana pianta, ma che venga manipolato e strumentalizzato, questo sì.
Si dovrà fare un bel balzo in avanti nella comprensione della realtà
perché in quest’epoca di crisi di passaggio i conflitti si moltiplicano e sono molto più seri e importanti quelli che si combattono all’interno di ogni schieramento e persino di ogni partito – perché fanno capo a centrali d’interesse in conflitto tra loro che rispondono anche a diversi gradi di dipendenza straniera– di quelli messi in scena tra i diversi “campi larghi”, di destra o di sinistra.
Come comprova la Svezia, la cui coalizione di centrosinistra che ha appena vinto di un soffio le elezioni è la somma di tre politiche diverse e inconciliabili.
Insomma, è tempo di proteste, di movimentismo, di diversi populismi, di toni accesi senza soluzioni reali, di politiche saltellanti e affannose, ed è perciò tempo di manipolatori e, con essi, si devono fare i conti.
Questo vale in tanti scenari.
Una riflessione telegrafica su quanto le sinistre stanno mettendo in scena in Francia e in Spagna
In Francia la protesta degli studenti è espressione dell’epoca. Rivela la presenza di un corpo insegnante scarso in numeri e molto poco qualificato che ha a che fare con giovani viziati dall’assistenzialismo sistemico. Le rivendicazioni di questi ultimi sono abbastanza puerili: vogliono classi con meno studenti, più finanziamenti per la didattica (da dove?), ma, non per un investimento nella qualità, perché pretendono anche meno impegni e minor selezione.
Alla protesta sorprendentemente violenta si sono aggiunti gli apparati del partito di Mélenchon, che persegue la chimera della guerra sociale mettendo assieme giovani e banlieues (l’islamogauchisme) e la CGT (il sindacato comunista). Copiano lo schema del 1968. Ma, a differenza di allora, il governo ha scelto la linea dura. Degli studenti, soprattutto se isolati, sono stati letteralmente massacrati dagli agenti antisommossa. L’Eliseo vuole arrivare alle presidenziali della primavera prossima alimentando le paure, con l’esigenza di una svolta d’ordine: tra Mélenchon, che rischia con le ultime sortite di non arrivare al ballottaggio, e Marine, che dovrebbe accedervi in ampio vantaggio, punta su un terzo candidato rassicurante.
Nel 1968, in diverse nazioni, la controparte nazionalrivoluzionaria animò una protesta diversa e parallela
che talvolta s’incrociò anche con quella rossa. Si trattava di un’alternativa che contrassegnò una linea che trovò il suo spazio nel mondo studentesco e che in seguito alimentò una continuità generazionale alla causa.
Non mi risultano per il momento espressioni di un movimentismo studentesco alternativo al predominante, che faccia leva sullo spirito di corpo e sulla solidarietà generazionale che agita molti studenti che non si ritrovano comunque nell’antropologia e nelle posizioni degli agit-prop della sinistra.
E questo è un peccato e una simile assenza potrebbe avere conseguenze di non poco conto sulla popolarità futura.
In Spagna la protesta ha un’altra motivazione, molto più valida in sé, al di là della sua strumentalizzazione
Smantellato l’impianto franchista, la speculazione edilizia e quella abitativa si sono gonfiate all’estremo. Ora c’è l’oligopolio bancario sulla proprietà e le speculazioni impazzano, e con esse gli sfratti, non poche volte ingiustificati e feroci come quello dell’ottantastettenne Maricarmen Abascal a Madrid.
Sanchez, che insieme a Macron e a Giorgia Meloni, è uno tra i pochi governanti che abbiano intelligenza politica e carattere, sta adoperando la protesta di piazza esplosa con il caso di Maricarmen, per far dimenticare Ceuta e per perdere le elezioni (sempre che non faccia miracoli in un mese e mezzo) non sulla su quella crisi che lo rovinerebbe, mantenendo invece la leadership di una sinistra che si ritroverebbe all’opposizione di una difficile coalizione PP-Vox che egli ritiene che non riuscirà a durare a lungo.
A motivare le elezioni anticipate è stata la sconfitta dei decreti di governo contro i “fondi avvoltoio” su cui la maggioranza di governo non ha mai votato compatta.
Trattandosi in questo caso soprattutto di una tattica politica, lo spazio per una componente alternativa che faccia sue le rivendicazioni della piazza, non c’è.
Tuttavia esiste la possibilità di propagandare
quella che fu la “Politica de vivienda” di Franco, affidata direttamente alla Falange, che aveva dato casa praticamente a tutti gli spagnoli.
È stata la democrazia, con la sua somma di egoismi cinici, a rovesciare tutto.
Quello che gli attuali ribelli di sinistra richiedono, abbastanza male peraltro, non è che uno sputo rispetto a quello che gli spagnoli ebbero assicurato per un buon mezzo secolo.
Tra i manifestanti si vedono sventolare ovunque bandiere repubblicane, quelle con la banda viola e senza i simboli della Spagna. Qualcuno dovrebbe insegnare a questi baldi giovani che è proprio il ritorno subdolo e graduale di quell’AntiSpagna che ha prodotto la speculazione e, dunque, i fondi avvoltoi che della Repubblica erano sostenitori.
È ben altra la bandiera da sventolare per le rivendicazioni sulla casa!
Come sia sia, ognuno di questi scenari dimostra un fallimento, e non è il fallimento di una parte, ma quello dell’architettura umana, morale e politica dell’antifascismo.

