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«Li ho visti i ragazzi del ’99. Andavano in prima linea cantando. Li ho visti tornare in esigua schiera. Cantavano ancora». Con queste parole il generale Armando Diaz, comandante supremo dell’esercito italiano dopo Caporetto, ricordò la generazione di giovani italiani che, nel momento più drammatico della Prima guerra mondiale, venne catapultata dalle aule scolastiche alle trincee del fronte.
I cosiddetti Ragazzi del ’99 erano i giovani nati nel 1899, chiamati alle armi nel 1917 quando non avevano ancora compiuto diciotto anni. La loro vicenda s’intreccia con una delle fasi più critiche della storia italiana contemporanea, quando il Regio esercito rischiò il collasso e l’intero equilibrio geopolitico della penisola sembrò vacillare.

La crisi dell’Italia nel terzo anno di guerra
Nel 1917 il conflitto europeo era entrato nel suo quarto anno senza che nessuna delle grandi potenze fosse riuscita a conseguire una vittoria decisiva. Sul fronte italiano, dopo undici battaglie dell’Isonzo combattute tra il 1915 e il 1917, le perdite avevano raggiunto livelli impressionanti. Interi reparti erano stati decimati sulle alture del Carso, del Monte San Michele, del Sabotino e lungo le rive dell’Isonzo, in Friuli.
Le difficoltà aumentarono ulteriormente dopo la sanguinosa battaglia dell’Ortigara, combattuta tra il 10 e il 29 giugno 1917 sull’Altopiano dei Sette Comuni. L’offensiva italiana costò oltre venticinquemila perdite senza produrre risultati strategici significativi.
Per colmare i vuoti negli organici, il governo emanò il decreto luogotenenziale n. 112, anticipando la chiamata alle armi della classe 1899. Nei primi mesi dell’anno furono mobilitati circa 80mila giovani; entro l’estate il numero superò le 250mila unità.

Caporetto e il battesimo del fuoco
I nuovi coscritti completarono un addestramento ridotto e vennero inizialmente assegnati a reparti di supporto. La situazione cambiò radicalmente il 24 ottobre 1917, quando le forze austro-ungariche e tedesche sfondarono il fronte italiano presso Caporetto, oggi Kobarid, in Slovenia.
L’offensiva provocò una delle più gravi sconfitte militari della storia italiana. In poche settimane il fronte crollò per oltre cento chilometri, costringendo l’esercito a ripiegare dall’Isonzo fino al Piave. Più di 300mila soldati furono fatti prigionieri o dispersi, mentre centinaia di migliaia di civili abbandonarono le proprie case nel Friuli e nel Veneto orientale.
Fu in quel momento che i giovani della classe 1899 vennero inviati in prima linea

Sul Piave, sul Grappa e sul Montello
Tra novembre e dicembre 1917 i diciottenni furono schierati lungo la nuova linea difensiva italiana. Il Piave divenne la barriera naturale che separava l’esercito austro-ungarico dalla pianura veneta; il massiccio del Grappa e il Montello assunsero un’importanza strategica decisiva per impedire un ulteriore avanzamento nemico.
Le condizioni di combattimento erano estreme. Inverno rigido, trincee fangose, bombardamenti continui e scarsità di rifornimenti accompagnavano la vita quotidiana dei soldati. Molti di quei ragazzi non avevano mai lasciato il proprio paese prima di essere inviati al fronte.
Nonostante l’inesperienza, contribuirono in modo determinante alla stabilizzazione delle linee italiane. Integrati accanto ai veterani sopravvissuti alle campagne dell’Isonzo, parteciparono alle operazioni difensive che impedirono alle armate imperiali di sfruttare il successo ottenuto a Caporetto.

La battaglia del Solstizio
Nel giugno 1918 l’Austria-Ungheria tentò un’offensiva decisiva per costringere l’Italia alla resa. Tra il 15 e il 23 giugno si combatté quella che passò alla storia come battaglia del Solstizio. Lungo il Piave e sul Grappa i reparti italiani riuscirono a contenere gli attacchi avversari. I giovani della classe 1899 parteciparono alle azioni di difesa e ai contrattacchi che portarono alla riconquista di numerose posizioni perdute nei giorni iniziali dell’offensiva. Il fallimento dell’operazione segnò l’inizio della crisi irreversibile dell’impero austro-ungarico, ormai logorato da tensioni economiche, sociali e nazionali.
Vittorio Veneto e la fine dell’impero asburgico
Nell’autunno del 1918 il comando italiano guidato dal generale Armando Diaz lanciò l’offensiva finale. Il 24 ottobre, esattamente un anno dopo Caporetto, iniziò la battaglia di Vittorio Veneto. Le armate italiane attraversarono il Piave, sfondarono le linee nemiche e avanzarono rapidamente verso il Veneto orientale e il Friuli. Il crollo militare accelerò la disgregazione dell’impero austro-ungarico, già minato dalle rivendicazioni indipendentiste di cechi, slovacchi, sloveni, croati e ungheresi. Il 3 novembre 1918 fu firmato l’armistizio di villa Giusti, presso Padova. Le ostilità cessarono ufficialmente il giorno seguente, ponendo fine alla guerra sul fronte italiano.

L’encomio di Armando Diaz
Il contributo dei giovani soldati venne riconosciuto ufficialmente dal Comando Supremo. Nel bollettino militare del 22 novembre 1917, Diaz lodò il comportamento della classe 1899 dopo il primo impiego sul Piave.
Il comandante sottolineò come l’entusiasmo dei nuovi arrivati si fosse unito all’esperienza dei combattenti più anziani, contribuendo a fermare l’avanzata nemica in un momento decisivo per la sopravvivenza dello stato italiano. Quelle parole contribuirono a trasformare i Ragazzi del ’99 in uno dei simboli più duraturi della memoria nazionale del novecento.

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