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Lettere
L’itinerario di Knut Hamsun PDF Stampa E-mail
Scritto da Robert Steukers   
Martedì 18 Maggio 2004 01:00

Knut Hamsun: una vita che attraversa un secolo intero. L'itinerario esistenziale del cantore della Norvegia contadina, nemico degli USA ed affascinato dal Fascismo.

Knut Hamsun: una vita che attraversa circa un secolo intero, che si estende dal 1859 al 1952, una vita che ha camminato tra le prime manifestazioni dei ritmi industriali in Norvegia e l’apertura macabra dell’era atomica, la nostra, che comincia a Hiroshima nel 1945. Hamsun è dunque il testimone di straordinari cambiamenti e, soprattutto un uomo che insorge contro l’inesorabile scomparsa del fondo europeo, del Grund in cui si sono poggiati tutti i geni dei nostri popoli: il mondo contadino, l’umanità che è cullata dalle pulsazioni intatte della Vita naturale.

"una fibra nervosa
che mi unisce all’universo"

Questo secolo di attività letteraria, di ribellione costante, ha permesso allo scrittore norvegese di brillare in ogni maniera: di volta in volta, egli è stato poeta idilliaco, creatore di epopee potenti o di un lirismo di situazione, critico audace delle disfunzioni sociali dello "stupido XIX secolo". Nella sua opera multi-sfaccettata, si percepiscono pertanto al primo sguardo alcune costanti principali: un’adesione alla Natura, una nostalgia dell’uomo originario, dell’uomo di fronte all’elementare, una volontà di liberarsi dalla civilizzazione moderna essenzialmente meccanicista. In una lettera che egli scrive all’età di ventinove anni, scopriamo questa frase così significativa: "Il mio sangue intuisce che ho in me una fibra nervosa che mi unisce all’universo, agli elementi".
Hamsun nasce a Lom-Gudbrandsdalen, nel sud della Norvegia, ma trascorre la sua infanzia e la sua adolescenza a Hammarøy nella provincia del Nordland, al largo delle Isole Lofoten e al di là del Circolo Polare Artico, una patria da lui mai rinnegata e che sarà lo sfondo di tutta la sua immaginazione romanzesca. È una vita rurale, in un paesaggio formidabile, impressionante, unico, con gigantesche falesie, fiordi grandiosi e luci boreali; sarà anche l’influenza negativa di uno zio pietista che condurrà assai presto il giovane Knut a condurre una vita di simpatico vagabondo,di itinerante che esperimenta la vita in tutte le sue forme.

Il destino di un "vagabondo"

Knut Pedersen(vero nome di Knut Hamsun) è figlio di un contadino, Per Pedersen che, a quarant’anni, decide di abbandonare la fattoria che appartiene alla sua famiglia da più generazioni, per andare a stabilirsi a Hammarøy e di

 
IL NOBEL PROSSIMO VENTURO PDF Stampa E-mail
Scritto da Claudio Mutti   
Lunedì 17 Maggio 2004 01:00

Feltrinelli ha appena pubblicato Il ritorno dell’hooligan, il capolavoro dello “scrittore romeno” Norman Manea.

Romeno? Si fa per dire. In realtà Manea, che è di famiglia ebraica, ha lasciato la Romania nel 1996 e adesso risiede a New York. Dopo avere “scelto la libertà”, lo scrittore è tornato in Romania una volta sola, e per un breve periodo, perché non nutre nessun amore nei confronti di quella gente barbara.

I Romeni, da parte loro, temono che il prossimo Nobel per la letteratura venga assegnato proprio a Manea. Secondo quei barbari antisemiti, dice lo scrittore miracolosamente scampato all’Olocausto, “io sarei in cima alla lista spinta dalla cospirazione ebraica. Sono convinti che il premio sia assegnato da ebrei che manipolano e controllano tutto. Anche se ciò è ridicolo, farebbero carte false per convincere l’Accademia svedese a evitare un altro terremoto, come quello scatenato dal Nobel all’ungherese Imre Kertész, un mio caro amico”. (Imre Kertész ungherese? Anche in questo caso, si fa per dire... Quanto alle doti di scrittore di Kertész, gli Ungheresi le negano recisamente. Olvashatatlan, “illeggibile” – dicono. Ma si sa, gli Ungheresi sono “antisemiti” quanto i Romeni… Per gli Italiani, sarà sufficiente leggere Kertész in traduzione, per rendersi conto che il suo unico merito consiste nell’essere miracolosamente scampato, anche lui, all’Olocausto).

A detta del suo confratello Heinrich Böll, Norman Manea è uno scrittore che "più di ogni altro merita di essere conosciuto in tutto il mondo". Più di Franz Kafka, di Robert Musil, di Bruno Schulz. Norman Manea ha preso sul serio il paragone, e dice all’eletta intervistatrice del “Corriere della Serva”, Alessandra Farkas: “Forse non sono conosciuto dalla massa, ma neppure Kafka e Proust lo sono”.

Di questo Kafka o Proust redivivo sono già usciti, in Italia, alcuni libri: Ottobre ore otto (Serra e Riva 1990 e Il Saggiatore 1998), Un paradiso forzato (Feltrinelli 1994), La busta nera (Baldini e Castoldi 1999), Clown. Il dittatore e l'artista (Est 1999).

Clown, una raccolta di articoli, comprende

 
Guerra e poesia PDF Stampa E-mail
Scritto da all'insegna del veltro   
Domenica 16 Maggio 2004 01:00

Un promettente accostamento sviluppato da Bela Hamvas per i tipi dell'iInsegna del veltro. Introduzione di Cluadio Mutti

Béla Hamvas, Guerra e poesia, pp. 96, € 9,50

“Ci sono già dei vigliacchi che fanno incetta di acqua minerale, salumi, farina e petrolio; […] comincia così, con salami e petrolio nella dispensa […] come criceti pensano solo ad accumulare cibo per salvarsi la pelle […] Se l’Europa intera verrà distrutta, […] è forse morale che l’individuo cerchi di sopravvivere in mezzo agli stenti con una manciata di generi alimentari?” (1) Così, attraverso le parole sprezzanti di due personaggi minori di Válás Budán, il romanziere ungherese Sándor Márai registrava nel 1939 i primi effetti dell’inizio della guerra.

Si potrebbe ipotizzare, anche se non è necessario farlo, che Béla Hamvas, riflettendo alcuni anni più tardi sulla “grandiosità della guerra” e sulla “piccolezza dell’uomo”, abbia preso le mosse proprio da questa pagina del suo connazionale, svolgendo in termini filosofici un tema che era stato semplicemente abbozzato in un contesto narrativo.

In modo analogo, si potrebbe pensare a una ripresa di temi contenuti nell’opera di Ernst Jünger. La caratterizzazione hamvasiana dell’”uomo del panico”, che riduce il destino umano a fabbisogno alimentare e cerca la propria sicurezza in una dispensa ben fornita, non può non richiamare la rappresentazione jüngeriana del borghese minacciato dall’irruzione delle forze elementari: “Lo sforzo compiuto dal borghese per chiudere ermeticamente lo spazio vitale all’irruzione di ciò che è elementare è l’espressione, efficacemente riuscita, di una primordiale brama di sicurezza” (2).

Sicuramente, il linguaggio di Hamvas è meno astratto: se l’autore di Der Arbeiter individua nel tipo del borghese la forma della difesa, lo scrittore ungherese adopera termini improntati a un freddo sarcasmo e parla di una “Weltanschauung della cambusa”. Nei due tipi contrapposti del combattente e del civile, Hamvas vede due diversi modi di rapportarsi alla realtà, due diversi livelli esistenziali, due diversi gradi di conoscenza. Se il civile è prigioniero dell’irrealtà del mondo materiale, il combattente si trova invece nell’unica condizione reale dell’esistenza umana, che consiste nella decisione di fare della propria vita ciò che si vuole. Anzi, per Hamvas il combattente è il tipo stesso della decisione, poiché è solo la decisione, ossia la capacità di credere e di volere, a dare un senso alla vita.

Al pari di Hamvas, lo hanno capito le generazioni tedesche della Konservative Revolution. “Ci eravamo buttati – ha scritto Ernst von Salomon – sulla sola virtù che quell’epoca esigesse: la decisione, perché come la nostra epoca anche noi avevamo sete di decisione” (3). Trasferendo l’elemento della decisione sul piano giuridico e formulando la teoria del decisionismo, che segna la rottura col marcio parlament

 
Karl Haushofer, Italia, Germania e Giappone PDF Stampa E-mail
Scritto da Edizioni all'insegna del Veltro   
Sabato 15 Maggio 2004 01:00

Il testo di Haushofer si contraddistingue per la sua chiarezza e semplicità, ed in questo senso rappresenta un documento didattico di rilevante importanza per gli studiosi di geopolitica.

Il testo di Haushofer si contraddistingue per la sua chiarezza e semplicità, ed in questo senso rappresenta un documento didattico di rilevante importanza per gli studiosi di geopolitica

EDIZIONI ALL'INSEGNA DEL VELTRO Viale Osacca 13 43100 Parma tel. e fax: 0521 290880 Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo.
 
Le novità dal Salone del libro di Torino PDF Stampa E-mail
Scritto da Libreria di Ar   
Venerdì 14 Maggio 2004 01:00

tutti i titoli più succosi selezionati per il Salone dalla nota casa editoriale d'avanguardia, alla sua sedicesima presenza alla manifestazione

la Libreria Ar ha curato lo stand delle Edizioni di Ar al Salone del Libro di Torino, conclusosi lunedì sera.

Questa diciassettesima edizione - la sedicesima per le Ar - ha avuto un notevole successo di visitatori,

che si sono aggirati 'famelici' tra gli stand, in cerca di 'idee' da divorare.

Si sa che nella Salone si espone di tutto, libri e oggettistica, dvd e posters, mala nostra impressione è che quest'anno

tutto ciò che non era 'libro' avesse minore visibilità e importanza degli altri anni.

Segnaliamo alcuni novità che abbiamo selezionato al Salone, e che sono disponibili presso di noi:

- Arianna De Giorgi, Per grazia, con grazia. Nietzsche: una forma di lettura. Edizioni di Ar, euro 8,00

Questo libro si sofferma sulla natura della filosofia di Nietzsche, per la quale l'impeto della forma,
le ragioni dello stile, non si risolsero mai in esercitazioni per eruditi. Nel libro ci si sofferma sullo Zarathustra,
sul Nietzsche politico e sulla volontà di potenza.

Non ci si lasci ingannare dal titolo: nessuna intenzione di depotenziare il pensiero nietzscheano percorre queste pagine;
la Grazia a cui si allude intende solo riflettere quella 'forza' che nella sua massima espressione diventa, appunto, 'piena di grazia'.

- Jean Cau, Una passione per Che Guevara, Vallecchi, euro 15,00 

G. Locchi: l’Europa non è eredità ma missione futura PDF Stampa E-mail
Scritto da Margini   
Martedì 11 Maggio 2004 01:00

Il vero ‘americanismo’, quello che minaccia la cultura o più esattamente l’anima dell’Europa, è concretato dall’adesione cosciente o inconscia al cosiddetto ‘mito americano’, al ‘sogno americano’. È questo il ‘male americano’ di cui soffre l’Europa, male che ho tentato di caratterizzare nel saggio redatto in collaborazione con Alain de Benoist.

Queste riflessioni di Giorgio Locchi, tratte da un suo scritto intitolato significativamente L’Europa: non è eredità ma missione futura e pubblicato sulla rivista Intervento (n. 69, 1985), sono ancor oggi attualissime. Anzi, a nostro avviso, solo oggi (ossia nell’epoca in cui il conflitto tra i blocchi sembra essersi risolto a favore dell’imperialismo planetario degli USA, in cui l’identità europea la si vuol costruire su ‘radici’ giudeo-cristiane, ecc.) possono essere adeguatamente apprezzate nella loro lucidità. Per questo motivo le riproponiamo ai lettori di Margini.

Il vero ‘americanismo’, quello che minaccia la cultura o più esattamente - rinunciando a questo termine di cultura che non significa più nulla - l’anima dell’Europa, è concretato dall’adesione cosciente o inconscia al cosiddetto ‘mito americano’, al ‘sogno americano’. È questo il ‘male americano’ di cui soffre l’Europa, male che ho tentato di caratterizzare nel saggio redatto in collaborazione con Alain de Benoist. Male ‘americano’ dell’Europa e non già male dell’America come fin troppi lettori di quel saggio sembrano aver compreso. E male, del resto, che non viene all’Europa come una contagione, bensì male che l’Europa da sempre porta con sé. Il ‘mito americano’ altro non è che l’assolutizzazione di quella ideologia ‘democratico-liberale-individualistica’ che nelle società europee emerse dal XVIII secolo è invece conflittualmente correlativa dell’ideologia ‘democratico-socialista-collettivista’, quest’ultima assolutizzata dal ‘mito bolscevico’. All’indomani della guerra, gli Europei hanno senza dubbio oscillato tra la tentazione ‘americana’ e quella ‘comunista’, ma il loro destino era già stato deciso a Yalta, dalla forza delle armi in combutta con la geografia. La cultura europea è da due secoli definita proprio da questo conflitto ideologico, che è la sua malattia mortale. Nella prima metà del secolo il cosiddetto fenomeno fascista ha configurato un tentativo di superare questa malattia, tentativo represso dalla coalizione d’America e Russia e delle ideologie incarnate da America, Russia e campi ideologici agglomerati intorno ad esse. La fine della guerra ha restituito l’Europa al suo intimo conflitto ideologico, ma, per decreto della Storia maturato a Yalta, questo conflitto si trova ormai di fatto amministrato e governato, da una parte e dall’altra della cortina di ferro, dalle due Superpotenze.

Intervento chiede se "richiamare il senso e l’identità dell’Europa al di fuori della logica dei due blocchi contrapposti sia velleitarismo oppure soluzione praticabile e realistica". Ma a non essere realistica è la questione stessa. La logica dei due blocchi contrapposti altro non è che la cruda materializzazione geopolitica della logica delle contrapposte ideologie di cui l’Europa è matrice. Né d’altra parte esiste un’identità politica dell’Europa, tanto è vero che la situazione attuale dell’Europa scaturisce proprio dall’assenza di questa identità. Quanto al ‘senso’ dell’Europa, poi, esso va senza dubbio ritrovato nella civiltà o cultura europea: civiltà e cultura giudeo-cristiana, dalla quale America e Russia sovietica traggono or

 
L'Infezione Psicanalista PDF Stampa E-mail
Scritto da Il Reazionario   
Lunedì 10 Maggio 2004 01:00

Il titolo è ripreso da uno scritto di Evola apparso su “IL Conciliatore” nel novembre del 1970 e lo abbiamo adottato in quanto riteniamo il termine “infezione” sicuramente come il più adatto a definire questo fenomeno dilagante e devastante introdotto a fine 800’ da Sigmund Freud.

Come tutte le idee e le correnti che fungono da capisaldo del mondo moderno, la psicanalisi ha un forte contenuto antitradizionale, non tanto nelle premesse, quanto nelle conseguenze che da esse si vogliono trarre e soprattutto nelle smodate ed inadeguate applicazioni che di esse si vogliono fare.

Infatti, la psicanalisi, sin dalla sua apparizione, ha subito perso i connotati di disciplina strettamente specializzata, applicata alla casuologia clinica delle nevrosi e delle turbe mentali, per cui presenta anche una certa valenza, per assurgere ad una precisa concezione dell’uomo con l’invasione in campi che con la medicina e la psicoterapia non hanno nulla a che vedere.

Lo sconfinamento è stato tale da determinare una distorta definizione della sfera spirituale dell’uomo ed addirittura la pretesa di essere un paradigma comportamentale in fenomeni sociali, culturali, morali ed “ovviamente” politici.

Prima di passare a contestare le teorie di Freud e dei suoi discepoli, più o meno ortodossi, è necessario fare una premessa: la scoperta dell’”inconscio” non è certo attribuibile al medico viennese, poiché antiche dottrine tradizionali, lo yoga in particolare, avevano ben presente come il subconscio, come è più appropriato definirlo, avesse ampie e profonde dimensioni.

La caratteristica fondamentale del freudismo sta nell’attribuire all’inconscio la forza motrice principale della psiche, in termini meccanici e deterministici: gli impulsi, gli istinti, i complessi del sottosuolo psichico avrebbero una carica “fatale” destinata a scaricarsi all’esterno; se ciò non accade, se sono repressi, avvelenano la vita dell’uomo, lo nevrotizzano, ovvero giocano l’Io cosciente soddisfacendosi malgrado tutto, in forma mascherata. Tronco fondamentale dell’inconscio sarebbe la libido, ovvero l’impulso al piacere avente la sua manifestazione precipua in quello sessuale.

Entrando nello specifico della critica, da un’ottica tradizionale il disconoscimento della presenza e del potere di qualsiasi centro spirituale, insomma dell’Io in quanto tale, è un elemento di gravissima degenerazione, è un inversione di fatto delle gerarchie esistenti per cui il così detto “Super-Io” diviene il padrone di tutte le situazioni dell’io cosciente, ridotto ad un fantoccio in balia delle inibizioni, dei tabù e dei complessi, frutto di repressione degli istinti sessuali.

Evola metteva in evidenza che il termine “repressione”, slogan dei movimenti contestari degli anni 60-70 (periodo in cui è stato scritto l’articolo a cui si è fatto riferimento), viene proprio dalla psicanalisi, in relazioni a fenomeni paralleli, ad un’emergenza dal basso.

Infatti la “terapia”, per non dire la morale della psicanalisi consiste nell’abolizione della repressione esercitata dalla parte cosciente della psiche su quella istintuale, nel riconoscimento e nell’accettazione delle istanze dell’inconscio.

Questo in termini di etica tradizionale equivale ad una vera e propria capitolazione!

Quello che deve essere considerato come il primo passo necessario per conseguire un ascesi personale, viene invece presentato come un male da curare, un’aspirazione da estirpare.

Un altro punto importante da sottolineare è l’identificazione dell’ “ inconscio” con i bassifondi della psiche, ossia gli impulsi irrazionali, libido, torbidi complessi ed anche l’impulso alla distruzione. Ebbene, una teoria completa dell’essere umano nell’ampliare gli orizzonti interiori non riduce a questo fondo torbido, demonico e subpersonale, tutto ciò che cade al di fuori della zona della coscienza ordin

 
La filosofia della forza - 1908 PDF Stampa E-mail
Scritto da Benito Mussolini   
Lunedì 10 Maggio 2004 01:00

Il giovane Mussolini legge Nietzsche in un testo comparso nei numeri 48, 49 e 50 - usciti tra novembre e dicembre del 1908 - della rivista Il Pensiero Romagnolo, organo del Partito Repubblicano della regione.

LA FILOSOFIA DELLA FORZA

(postille alla conferenza dell’on. Treves)

di Benito Mussolini

Più che trattare di una Filosofia della Forza, e cioè di una filosofia che abbia qual nucleo centrale e irradiatore una ben determinata nozione di forza – la conferenza dell’on. Treves è stata una chiara, sintetica, brillante esposizione delle teorie di Federico Nietzsche. Treves sa che il Wille zur Macht è un punto cardinale della filosofia nietzscheana, ma ci sembrerebbe inesatto affermare che a quell’unica nozione possano ridursi tutte le idee di Nietzsche. Non si può definire questa filosofia, poiché il poeta di Zarathustra non ci ha lasciato un sistema. Ciò che v’è di caduco, di sterile, di negativo in tutte le filosofie è precisamente “il sistema”, questa costruzione ideale, spesse volte arbitraria ed illogica, tale da dover essere interpretata come una confessione, un mito, una tragedia, un poema.

Nietzsche non ha mai dato una forma schematica alle sue meditazioni. Era troppo francese, troppo meridionale, troppo “mediterraneo”per “costringere” le speculazioni novatrici del suo pensiero nei quadri di una pesante trattazione scolastica. Ma creatore di sistemi filosofici o no, Nietzsche è pur sempre lo spirito più geniale dell’ultimo quarto del secolo scorso e profondissima è stata la influenza delle sue teoriche. Per qualche tempo gli artisti di tutti i paesi, da Ibsen a D’Annunzio, hanno seguito le ombre nietzscheane. Gli individualisti un po’ sazi della rigidità dell’evangelio stirneriano si sono volti ansiosi a Zarathustra e nella filosofia dell’Illuminato trovano il germe e la ragione di ogni rivolta e di ogni atteggiamento morale e politico. Non mancano gli imbecilli che chiamano super-umanismo certo equivoco dandismo da efebi e invocano la solita “torre d’avorio” per celare a chi sa essere osservatore il vuoto spaventoso delle loro scatole craniche. Infine – per completare il quadro – ecco i filosofi salariati che hanno la religione del 27 del mese – gli accademici – questi goffi rappresentanti della scienza ufficiale – che scongiurano la giovinezza di non cedere alle lusinghe dei nuovi pensatori liberi, dal momento che Federico Nietzsche, capo riconosciuto di questi homines novi, ha passato gli ultimi anni della sua vita nelle tenebre della pazzia. Nietzsche è dunque l’uomo più discusso dei giorni nostri. L’uomo, ho detto, perché in questo caso è l’uomo appunto che può spiegarci il grande enigma.

II

 

« Iraq, trincea d'Eurasia » PDF Stampa E-mail
Scritto da Edizioni All'Insegna del Veltro   
Lunedì 10 Maggio 2004 01:00

Libro-intervista a cura di Tiberio Graziani Prefazione di Enrico Galoppini Seguito dal saggio “L’Asse e l’Anaconda. L’Iraq di fronte alla conquista dell’Eurasia” di Carlo Terracciano.

Prefazione

di Enrico Galoppini

Il controllo del discorso sull’Iraq

Chi leggerà questo libro-intervista, che a causa di una limitata distribuzione non godrà della grancassa delle recensioni importanti, con buona probabilità fa parte di un’élite, di quelle persone, cioè, che s’interrogano e che hanno intuito che qualcosa nelle versioni ufficiali non va, che hanno fiutato l’«inganno iracheno».

Senza voler fare dello snobismo, e se si hanno delle relazioni con persone di varia estrazione, ci si rende facilmente conto però che si è letteralmente circondati da gente per la quale sapere che un Paese viene aggredito pretestuosamente e sottoposto ad ingiustizie a catena non costituisce un fattore di scandalo. Si tratta di persone spesso in buona fede, ma che per semplice ignoranza o perché «si informano» quel tanto che reputano bastevole, provano compassione, sgomento e indignazione per le tragedie che colpiscono popoli interi solo se glielo ordina il telegiornale.

A queste persone vorrei davvero che giungesse questo volumetto, di modo che si rendano conto che mentre un mondo cosiddetto «libero» viene immerso a forza nell’atmosfera da psicodramma collettivo delle celebrazioni della prima ricorrenza dell’11 settembre e dell’avvio di Enduring freedom, in Iraq si ricordano, certo più sommessamente, i dodici anni di un evento realmente duraturo, tanto che verrebbe da chiamarlo Enduring embargo.

Ma i «padroni del discorso» hanno buon gioco nell’aver partita vinta: l’embargo all’Iraq ha decretato la morte mediatica di questo Stato, che non riesce più a far sentire la propria voce al resto del mondo. Tutte le calunnie sono permesse senza tema di smentita.

L’ultima, davvero esilarante, riguardava un “figliastro di Saddam Hussein” intento ad ordire trame malefiche per sabotare il 4 luglio degli americani. Anche gli sbarchi di disperati sulle coste italiane offrono lo spunto per disinformare, e in totale contraddizione rispetto a quanto evidenziano le immagini questi sono metodicamente descritti come “di profughi in maggioranza curdi”. Non vittime della pulizia etnica strisciante messa in atto dalla Turchia (paese dal quale salpano appunto le «carrette del mare»), ma “in fuga dal regime di Bagh

 
"+Un impero di 400 milioni di uomini: l'Europa"+ PDF Stampa E-mail
Scritto da Claudio Mutti   
Lunedì 10 Maggio 2004 01:00

L'introduzione alla nuova edizione del celebre testo di Jean Thiriart, in preparazione presso le Edizioni Controcorrente. Vita ed opera del padre nobile dell'europeismo nazionalrivoluzionario.

L’ultimo ricordo che ho di Jean Thiriart è una lettera che mi scrisse alcuni mesi prima di morire: mi chiedeva di indicargli una località isolata sugli Appennini, dove potersi accampare un paio di settimane per fare qualche escursione sui monti. Quasi settantenne, era ancora pieno di vitalità: non si lanciava più col paracadute, però navigava con la barca a vela sul Mare del Nord.

Negli anni Sessanta, in qualità di giovanissimo militante della Giovane Europa, l’organizzazione da lui diretta, ebbi modo di vederlo diverse volte. Lo conobbi a Parma, nel 1964, accanto a un monumento che colpì in maniera particolare la sua sensibilità di “eurafricano”: quello di Vittorio Bottego, l’esploratore del corso del Giuba. Poi lo incontrai in occasione di alcune riunioni della Giovane Europa e in un campeggio sulle Alpi. Nel 1967, alla vigilia dell’aggressione sionista contro l’Egitto e la Siria, fui presente a un’affollata conferenza che egli tenne in una sala di Bologna, dove spiegò perché l’Europa doveva schierarsi a fianco del mondo arabo e contro l’entità sionista. Nel 1968, a Ferrara, partecipai a un convegno di dirigenti della Giovane Europa, nel corso del quale Thiriart sviluppò a tutto campo la linea antimperialista: “Qui in Europa, la sola leva antiamericana è e resterà un nazionalismo europeo ‘di sinistra’ (…) Quello che voglio dire è che all’Europa sarà necessario un nazionalismo di carattere popolare (…) Un nazionalcomunismo europeo avrebbe sollevato un’ondata enorme di entusiasmo. (…) Guevara ha detto che sono necessari molti Vietnam; e aveva ragione. Bisogna trasformare la Palestina in un nuovo Vietnam”. Fu l’ultimo suo discorso che ebbi modo di ascoltare.

Jean-François Thiriart era nato a Bruxelles il 22 marzo 1922 da una famiglia di cultura liberale originaria di Liegi. In gioventù militò attivamente nella Jeune Garde Socialiste Unifiée e nell’Union Socialiste Anti-Fasciste. Per un certo periodo collaborò col professor Kessamier, presidente della società filosofica Fichte Bund, una filiazione del movimento nazionalbolscevico amburghese; poi, assieme ad altri elementi dell’estrema sinistra favorevoli ad un’alleanza del Belgio col Reich nazionalsocialista, aderì all’associazione degli Amis du Grand Reich Allemand. Per questa scelta, nel 1943 fu condannato a morte dai collaboratori belgi degli Angloamericani: la radio inglese inserì il suo nome nella lista di proscrizione che venne comunicata ai résistants con le istruzioni per l’uso. Dopo la “Liberazione”, nei suoi confronti fu applicato un articolo del Codice Penale belga opportunamente rielaborato a Londra nel 1942 dalle marionette belghe degli Atlantici. Trascorse alcuni anni in carcere e, quando uscì, il giudice lo privò del diritto di scrivere.

Nel 1960, all’epoca della decolonizzazione del Congo, Thiriart partecipa alla fondazione del Comité d’Action et de Défense des Belges d’Afrique, che di lì a poco diventa il Mouvement d’Action Civique. In veste di rappresentante di questo organismo, il 4 marzo 1962 Thiriart incontra a Venezia gli esponenti di altri gruppi politici europei; ne esce una dichiarazione comune, in cui i presenti si impegnano a dar vita a “un Partito Nazionale Europeo, centrato sull’idea dell’unità europea, che non accetti la satellizzaz

 
Per il popolo, con il popolo - 1935 PDF Stampa E-mail
Scritto da Berto Ricci   
Domenica 09 Maggio 2004 01:00

L'invettiva di Berto Ricci contro i residui borghesi, classisti e capitalisti ancora presenti negli interstizi della società fascista

Suburra. Finché il controllore ferroviario avrà un tono coi viaggiatori di prima classe, e un altro tono, leggermente diverso, con quelli di terza; finché l’usciere ministeriale si lascerà impressionare dal tipo “commendatore” e passerà di corsa sotto il naso del tipo a “povero diavolo”, magari dicendo torno subito; finché l’agente municipale sarà cortesissimo e indulgentissimo con l’auto privata, un po’ meno col taxi e quasi punto con quella marmaglia come noi, che osa ancora andare coi suoi piedi; finché il garbo nel chiedere i documenti sarà inversamente proporzionale alla miseria del vestiario; eccetera eccetera eccetera; finché insomma in Italia ci sarà del classismo, anche se fatto di sfumature spesso insensibili agli stessi interessati per lungo allenamento di generazioni; e finché il principal criterio nello stabilire la gerarchia sociale degli individui sarà il denaro o l’apparenza del denaro, secondo l’uso delle società nate dalla rivoluzione borghese, delle società mercantili, apolitiche ed antiguerriere; potremo dire e ripetere che c’è molto da fare per il Fascismo.

Il che poi non è male.

Non è male, a patto che lo si sappia bene

L'Universale

10/2/1935

 
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