giovedì 13 Giugno 2024

La Cina è indecisina

La questione Taiwan è sempre più spinosa

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La posizione della Cina nei confronti di Taiwan è stata sintetizzata dalle ultime dichiarazioni rilasciate dai massimi dirigenti di Pechino. Per Wang Yi, ministro degli Esteri cinese, “esiste una sola Cina e Taiwan ne fa parte indipendentemente dal risultato delle elezioni”. Per Mao Ning, portavoce del ministero degli Esteri cinese, “le elezioni regionali di Taiwan sono un affare interno della Cina” ed è per questo che Pechino “si oppone a qualsiasi scambio ufficiale tra Stati Uniti e Taiwan, qualunque sia il contesto”.
La realtà dice però che il nuovo presidente di Taiwan – isola rivendicata dal Dragone – sia William Lai, vicepresidente uscente del governo Tsai Ing Wen, esponente del Partito democratico progressista (Dpp) e fautore della sovranità e indipendenza di Taipei. Lo stesso Lai, per intenderci, che i media cinesi avevano definito Troublemaker.
Il diretto interessato ha chiarito di voler mantenere la pace nello Stretto di Taiwan ma ha anche evidenziato il fatto di voler salvaguardare l’isola dalle minacce del suo ingombrante vicino di casa. Se questo è il contesto, al netto delle frasi di circostanza, all’ombra della Città Proibita la leadership del Partito Comunista Cinese deve capire come comportarsi con il neo governo taiwanese.

Il dilemma della Cina
Xi Jinping continua a ripetere che la riunificazione di Taiwan è inevitabile ma sull’altra sponda dello Stretto il nuovo governo Lai non la pensa affatto in questi termini. All’orizzonte prendono così forma due scenari.
Il primo coincide con il classico muro contro muro, ovvero con una Cina che – come appare evidente e scontato – non cambierà di una virgola la propria posizione sull’isola e intensificherà le pressioni su Taipei. Con il rischio, va da sé, che le provocazioni e manifestazioni di forza possano sfociare in un conflitto aperto, coinvolgendo anche gli Stati Uniti.
Nell’altro scenario il Dragone eviterebbe l’escalation immediata con Lai preferendo invece concentrarsi con un obiettivo spalmato nel lungo periodo. Ben sapendo che a Taiwan ogni quattro anni si vota, Pechino potrebbe insomma spingere sul pedale della guerra psicologica e dell’informazione per favorire, almeno indirettamente, la prossima salite al potere del Kuomintang, partito taiwanese ben più propenso al dialogo.
Non è però da escludere che Xi possa affidarsi ad un ibrido, alternando fasi di intensa pressione ad altre di apparente distensione. Il dilemma è tuttavia complesso, visto che il dossier Taiwan è sempre più una questione internazionale. Significa quindi che ogni mossa della Cina finirà sotto la lente dei partner ufficiosi e ufficiali di Taipei, Stati Uniti e Occidente in primis.

Le mosse diplomatiche e politiche del Dragone
Da qui ai prossimi mesi il gigante asiatico potrebbe cercare di conseguire due obiettivi: togliere ancor più alleati diplomatici a Taiwan e sfruttare la minoranza parlamentare raccolta dal Dpp per attaccare William Lai.
Già, perché Lai è diventato presidente ma nel parlamento taiwanese deve fare i conti con una spinosa minoranza. I seggi del Dpp nella legislatura di 113 membri sono infatti scesi da 61 a 51 mentre quelli del Kuomintang sono passati da 38 a 52. L’equilibrio parlamentare dipende da due legislatori indipendenti che propendono per lo stesso Kuomintang e da otto seggi ottenuti dal Partito popolare di Taiwan.
Sul fronte diplomatico, invece, la Cina ha spesso sfruttato il suo successo economico per convincere quei pochi Paesi che ancora riconoscono Taiwan come uno Stato sovrano a tagliare i legami diplomatici con l’isola. Lo scorso marzo l’Honduras ha voltato le spalle a Taipei per riconoscere Pechino come “unica Cina”. Nell’immediato post elezioni è stata la volta della piccola isola di Nauru, nel del Pacifico, che ha annunciato di aver trasferito il riconoscimento diplomatico da Taiwan alla Repubblica Popolare Cinese.
Grazie alle tattiche usate dal Dragone, il numero di nazioni che hanno legami formali con l’isola è sceso da 51 nel 1971, quando le Nazioni Unite hanno riconosciuto Pechino ed espulso Taipei, a 12. Sette si trovano in America Latina e nei Caraibi, tre nelle isole del Pacifico e uno in Africa, oltre al Vaticano. Il gioco silenzioso della Cina è appena iniziato.

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