sabato 20 Aprile 2024

Nel trentacinquesimo

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Che non si vergognino di noi!

Dapprima l’assassinio di Franco e Francesco ad opera di forze del disordine armate di una skorpio fornita loro dalle forze dell’ordine, poi quello di Stefano direttamente ad opera di queste ultime.
I fascisti – che uccidere non era un reato – vennero allora sacrificati in una vasta operazione terroristica di potere che, coinvolgendo le Brigate Rosse, vedeva schierati i servizi segreti francesi, israeliani, tedesco-orientali, italiani, inglesi, russi ed americani in una sanguinosissima partita fatta di doppi e tripli giochi che aveva come poste il controllo del Mediterraneo e quello delle nostre istituzioni.
Serviva che si alzasse il tiro, che una cortina fumogena consentisse ai brigatisti eterodiretti di realizzare l’intera operazione-Moro e che gli opposti estremismi andassero in collisione armata.
Tutti questi obiettivi furono conseguiti senza alcun problema dai burattinai.
A distanza di tanto tempo la verità – che le istituzioni conoscono da sempre e che da sempre custodiscono gelosamente nel cassetto – sta venendo alla luce anche nei dettagli grazie a  Valerio Cutonilli e Luca Valentinotti. E di questo dobbiamo esser contenti, ma forse è l’unico motivo di soddisfazione.

I Caduti ed il rito del sangue sono qualcosa che ha da sempre caratterizzato il fascismo in tutte le sue forme e che i brillanti analisti di ogni colore si sono spiegati costantemente in modo inadeguato (tanatofilia, religione della morte ecc).
In effetti si tratta di un sentimento di unità impersonale che, tramite il sangue inteso come spirito, rimanda al di là delle dimensioni superficiali, creando una comunione totemica che si fa tragedia metafisica e trasfigurante, che fa dei Caduti al contempo gli Eroi e i Lari che riconducono all’essenza e all’eternità.
Questa forza sacra e impersonale, percepita naturalmente da ogni singolo militante, questo grande richiamo ad altre dimensioni e all’annullamento dell’ego nella comunità guerriera, perde di valore ogni  volta che qualcuno prova a far intervenire categorie razionalistiche e motivazioni egoistiche.
Quando ci si lascia andare nel vittimismo sdolcinato e si pretende di asciugare la lacrimuccia si commette sacrilegio nei confronti di chi non va  pianto ma imitato.
La perdita della dimensione tragica, che è propria di oggi, ha comportato come conseguenza inevitabile l’adozione di un modello politico/esistenziale cui rifarsi che purtroppo però  attualmente è estetico o razionale ma appunto non tragico e formante.

Senza la percezione del tragico e del metafisico, senza la formazione profonda che da quella percezione procede e che è totalizzante, avviene  quell’implosione che conosciamo, con i Presente! divisi, staccati, separati, che fanno da corollario alla  suddivisione dei singoli Caduti tra le varie comunità politiche e geografiche che si sentono padrone assolute della memoria di questo o di quello e ne fanno icone e trofei.
Quando prevalgono queste devianze si finisce con l’offrire, come lo scorso anno, degli esempi indecorosi, offensivi nei confronti proprio di chi si pretende di onorare.

E’ impensabile oggi sperare che si possa realizzare una pur dovuta unità nella sacralità e nel rito, ma qualcosa la si può  pretendere: che ciascuno di noi si faccia prendere dalle forze evocatrici, profonde, impersonali, sacrificali del Rito del sangue, abbandonandovisi con piena e olimpica consapevolezza. Che ognuno di noi riesca a togliersi dalla testa e dall’anima, almeno per un momento, tutte quelle categorie del pensiero condizionato che scaturiscono dall’egotismo, individuale come di gruppo, che poi è la viscerale libidine di ricondurre il mondo al proprio ombelico.
Uniti non si può essere per motivazioni oggettive, ma si può raggiungere un’oggettiva unità impersonale, trasfigurante e sacrale se ci si offre a quel Rito con lo spirito giusto, cancellandovi ogni traccia dell’io.
Cerchiamo di non doverci vergognare più davanti ai nostri Caduti.

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