Non abbastanza armati

E tutti quelli che si oppongono alla spesa del riarmo, che lo sappiano o no, compiono un tradimento

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“Lo slancio attuale e l’aumento degli investimenti non si traducono ancora in forze sufficientemente operative, sostenibili e interoperabili, mentre permangono gravi lacune in termini di capacità: quanto raggiunto finora, sebbene senza precedenti, non è ancora sufficiente”. E’ l’analisi contenuta nel primo rapporto annuale sulla prontezza della difesa, redatto dall’Agenzia europea per la difesa (Eda), che l’ANSA ha potuto visionare in alcune delle sue parti. Il documento è riservato e sarà presentato, oltre che al Coreper, ai vertice dei leader Ue di ottobre.
Il rapporto evidenzia che gli Stati membri dell’Ue hanno raggiunto livelli di spesa per la difesa “senza precedenti” negli ultimi 30 anni. Secondo gli ultimi dati, a quanto apprende l’ANSA, la spesa per la difesa tra i 27 ha raggiunto “i 418 miliardi di euro nel 2025”, pari al 2,2% del PIL dell’Ue, e potrebbe arrivare “fino a 547 miliardi di euro entro il 2029”.

Il report annuale è stato previsto nella “Roadmap per la prontezza della difesa 2030” al fine di monitorare i progressi compiuti in relazione alle priorità in materia di capacità e alla base industriale europea della difesa e fornisce agli Stati membri uno strumento per gestire i progressi, individuare le lacune residue e orientare i futuri sforzi in materia di difesa. La relazione valuta i progressi compiuti in quattro settori interconnessi: spesa per la difesa, capacità, industria della difesa e partenariati.
Per quanto riguarda le capacità, il lavoro – stando all’Eda – procede in nove settori in linea con le aree di capacità prioritarie (PCA), con progressi “particolarmente significativi” sui droni e sulle contromisure antidrone, nonché nel settore marittimo, mentre saranno necessari “ulteriori sforzi” per colmare le lacune residue nelle altre aree.
Per quanto riguarda l’industria della difesa, invece, oltre ad aumentare la capacità produttiva l’Europa deve “continuare a rafforzare la sicurezza dell’approvvigionamento”, promuovendo al contempo l’innovazione e la concorrenza nell’ambito della base industriale europea. Il rapporto è riservato e non è destinato alla divulgazione pubblica: i leader dell’Ue, che nell’ottobre 2025 hanno incaricato l’Eda di coordinarne la stesura, dovrebbero discuterne in occasione del Consiglio europeo del 15-16 ottobre 2026.
“Per affrontare le sfide poste da un contesto di sicurezza controverso e in deterioramento e dalla minaccia rappresentata dall’aggressione della Russia è necessario compiere passi avanti più significativi e a un ritmo notevolmente più rapido rispetto a quello attuale, al fine di raggiungere la prontezza operativa entro il 2030”, si legge nel sommario esecutivo del rapporto. Il problema principale, per il rapporto, è la frammentazione: il 68% degli investimenti rimane infatti puramente nazionale, impedendo di fatto economie di scala e creando un mosaico di eserciti non integrati. Il contrasto dunque è tra le risorse mobilitate – fino a 547 miliardi entro il 2029 – e la resa effettiva a livello pratico-operativo.

Il rapporto evidenzia poi come il disimpegno Usa dal teatro europeo renderà ancora più impellente lo sforzo, soprattutto nel delicato settore degli “abilitatori strategici”. In particolare, si suggerisce di sfruttare i fondi Ue (come lo European Competitiveness Fund) non per “acquisti singoli” ma per “progetti comuni” nei settori in cui l’Europa deve essere tecnologicamente sovrana, garantendosi libertà d’azione. La ricetta indicata è quella di sviluppare a livello comunitario i sistemi che nessun singolo Stato può permettersi o gestire da solo: “comando e controllo strategico, rifornimento in volo, costellazioni spaziali e un cloud militare sicuro europeo”.
In generale, “non basta comprare nuovi mezzi” occorre dotare le piattaforme “di tutti i sotto-sistemi necessari”, accumulare “ampie scorte di munizioni decisive” e investire massicciamente “nell’addestramento collettivo e nell’interoperabilità del personale”. Inoltre è ritenuto fondamentale “snellire e modernizzare le regole di appalto per permettere l’ingresso sul mercato a nuove aziende, accelerare il rilascio dei permessi industriali e aggregare la domanda dei vari Stati attraverso contratti a lungo termine e appalti congiunti per dare stabilità alle aziende” aggiunge.

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