giovedì 25 Luglio 2024

C’era una volta il calcio, che non muore oggi

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Bisogna capire che tutto si tiene, tutto è correlato e quando non si riconosce l’alto dal basso, ovunque si è trascinati dal fluire

Nel 1980 quando scoppiò lo scandalo calcio-scommesse il direttore del Corriere dello Sport, credo fosse Ghirelli, rispose nell’editoriale a chi si scandalizzava perché ciò accadeva nello sport. Replicò che questo non è separato dalla società e in una società materialista e corrotta, con l’ansia di prestazione e risultato, per quanto lo sport fosse più virtuoso della vita civile, non poteva non venir contaminato.

Da allora la società è peggiorata vorticosamente
e altrettanto molte discipline, specie le più lucrose, al punto che non si può neppur più parlare di un’inferiorità immorale dello sport rispetto alla fogna globale.
Di cosa ci si scandalizza, allora, per l’annuncio della SuperLega per paperoni che non devono conquistare più nulla? Già venticinque anni fa questo esito sembrava scontato. Tra legge Bosman e dominio delle televisioni private erano chiare tante cose. Che non ci sarebbe più stata identità di alcun genere nel calcio, che le televisioni l’avrebbero fatta da padrona, che i tifosi sarebbero stati invitati a guardarsi le partite a casa, che sarebbero stati desocializzati e anche un po’ criminalizzati, che avrebbe regnato il merchandising e che, infine, un Gotha di superclubs avrebbe realizzato il proprio circo. La sola cosa che ci sorprende è quanto tempo ci abbiano messo per arrivare a chiudere la pratica aperta negli anni Novanta.
Ma non si tratta solo della conseguenza di quelle scelte: è qualcosa di più. Lo vogliamo leggere dal punto di vista socioeconomico o da quello della profanazione?
Perché di ambo le cose si tratta.

Dal punto di vista socioeconomico
il tutto s’iscrive nella dinamica della deregulation degli anni Ottanta a margine – e a nutrimento – dell’economia a debito. Anche il calcio è una bolla che, per non esplodere, deve creare altre bolle. I superpaperoni di cui sopra sono schiacciati dai debiti. Gli ingaggi che pretendono le loro rose numerosissime, infarcite da carichi da novanta, come Messi, Cristiano Ronaldo, Neymar, Mbapé, si portano via più dei guadagni dei clubs che s’indebitano ulteriormente e sono sempre più schiavi della logica che li usura in tutti i sensi. Ma chi glielo fa fare? Direte voi.
Tranquilli: tra società di consulenza e creature del genere vanno all’incasso anche gli “indebitati” che lasciano che la bolla cresca e poi ci penserà qualcun altro.
Insomma nel calcio è come nel resto: domina l’accoppiata deregulation-debito, ovvero l’economia non soggetta a regole d’austerità. In altri termini è la logica che si oppone al cosiddetto “ordoliberismo”, una logica che pretende la libertà d’indebitarsi e di non seguire le regole. Vi suona familiare?
Non che l’ordoliberismo sia una scelta virtuosa ovviamente, la soluzione è tutt’altra, ma tanto per ricordare a tutti da chi sono menati per il naso.

Dal punto di vista valoriale
spirituale, metafisico, quello che il calcio mette in scena oggi è paradigmatico. Assistiamo ad una corsa sempre più veloce verso l’abisso, con un’espansione spaziale oltre gli oceani, presso tifoserie esotiche, in costante tempo-zero: la diretta sul divano.
Si gioca ogni tre giorni, saltano crociati, flessori, menischi. In compenso non ci si allena sul serio. Quando Gentile arrivò alla Juventus era tecnicamente scarso; alla fine degli allenamenti si fermava ogni giorno a palleggiare contro un muro di sinistro, il suo piede debole. Divenne titolare inamovibile, in Nazionale fu campione del mondo nell’82 annullando Maradona e vinse sei scudetti due coppe Italia, una Coppa delle Coppe e una Uefa in bianconero. Facile, direte voi, giocando nella Juventus. Forse, ma non era così facile essere titolare in quella Juventus. Il lavoro pagò.
I “valori” sono mutati, così come tutte le percezioni, a iniziare da quelle spazio-temporali, per passare a tutte le altre. È un avvitamento in picchiata, è il percorso verso il demone di gravità di una pallina impazzita. Come per il resto, come per tutto il resto.
Quando vengono meno i canoni essenziali, quelli che in qualsiasi forma la s’immagini, fondano tutto sulla regalità, sul pontificato e sulla sacralizzazione degli spazi e dei gesti, tutto è caduta ed è stordimento.

E qui veniamo alla profanazione
Sempre per ragioni utilitaristiche si è violentata la matematica che faceva da struttura al calcio, così come – lo sapevano i pitagorici, i germani, i persiani, e lo sanno ancora i cabbalisti – essa rappresenta la struttura di ogni cosa.
Partiamo dal fatto più evidente. C’erano due punti in palio, si dividevano in caso di parità. Per favorire lo spettacolo delle televisioni, così come si è allegerito il pallone per far sembrare più tecnici i giocatori, si sono attribuiti tre punti alla squadra vincente per scongiurare il gioco difensivo. Così in ogni pareggio un punto evapora. Che importa? Direte voi. Niente, se non avete la minima idea del Cosmo.
Perfino nella geometria si è paraticata la profanazione. Al calcio d’avvio si doveva portare subito il pallone nel campo avversario, era l’equivalente della dichiarazione di guerra, oggi lo si deve passare indietro… Non parliamo poi del regolamento che è stato violentato in lungo e in largo, a iniziare dal senso stesso del fuorigioco per finire alla volontarietà del fallo in area di rigore, sostituita dal “danno procurato”. Evidente che non vi è più un criterio ma solo un’approssimazione utilitaristica.
Questo si è andato ad aggiungere al supertatticismo inventato nel Benelux con le difese alte per far scattare il fuorigioco e il pressing sul portatore di palla, il che ha finito con il raggruppare venti birilli in un fazzoletto di campo, e con l’imporre a tutti di fare praticamente lo stesso identico gioco.
Uniformità che ben si adatta alla composizione regolarmente multinazionale di ogni squadra.
Avevamo uno dei vivai migliori al mondo, ora ingaggiamo solo stranieri, spesso mediocri, per aprire i mercati del marchandising e della televisione e soffochiamo i nostri talenti.
Non è un mistero che la proprietà americana della Roma abbia agito costantemente per allontanare i giocatori romani dalla squadra al fine di renderla più globale.
Oggi tutti fanno praticamente lo stesso gioco, che è di una noia infinita. Un tempo non era così. Al mondiale del 1970 in Messico, sedici nazionali praticavano sedici giochi differenti, identitari potremmo dire. Mezzo secolo più tardi non si sa neppure cosa sia una differenza.
Ma si segnano molte reti, su errori e calci piazzati: questo piace a chi di calcio non capisce un tubo, quindi alle grandi teletifoserie.
Se la SuperLega partirà e farà presa, vedrete che si arrangeranno per produrre in serie pareggi con molte reti e finali pirotecnici ai calci di rigore, per dare più spazio agli sponsores e ottenere più spots.

Le tifoserie non sono da meno
Tutto si lega con tutto, gli effetti provengono dalle cause e si vedono ovunque.
C’erano una volta i tifosi. Erano quelli che sono così ben dipinti nel film Febbre da novanta in cui si tratta dell’Arsenal, o nei film di Vanzina.
Sono quelli che il 17 giugno del 1951, appresa alla radio all’Olimpico la retrocessione in serie B della Roma, dopo un istante di sgomento si ripresero con un boato d’incitamento e poi accompagnarono la squadra giallorossa in tutte le partite della serie cadetta.
Sono quelli che il 5 luglio del 1987 accompagnarono in massa la Lazio a Napoli per lo sparaggio-salvezza dalla serie C contro il Campobasso, causa una forte penalizzazione di punti in classifica.
Con il tempo i tifosi non sono più per la squadra, vogliono che la squadra vinca per loro. Sono disposti a vendersi a sceicchi, petrolieri, a speculatori.
Quando la Roma passò agli americani ed io ero tra i pochissimi che preferiva retrocedere per risollevarsi, non tanto per pregiudizio anti-yankee ma perché mi sembrava evidente quello che sarebbe accaduto, rammento camerati che speravano che ci comprasse Soros!
Poi ci sono le radio. Se ascoltate i tifosi, con le loro violente lamentele e con le loro pretese di criticare, di abbattere, d’infangare – si pensi a come hanno rovinato l’addio a Maldini e quello a Giannini – si capisce com’è nata l’antropologia Cinque Stelle.
Non comprendo come possano questi tifosi parlare oggi di morale e di trasparenza rispetto al progetto SuperLeghista o a qualsiasi altro.

Il teatro nel teatro
È possibile che questa mia riflessione sia liquidata come lo sfogo nostalgico di uno rimasto legato al passato che non sa integrarsi nel presente.
Non credo si tratti di questo, ritengo di capire molto bene il presente e soprattutto di vederlo proiettato nel futuro. Mi considero dotato della consapevolezza, della filosofia e dell’ironia necessarie per osservare questa caduta precipitosa in cui si è slanciata l’umanità, quantomeno l’occidentale, con un certo retrogusto, pur sapendo che gli argini sono rotti e che non si ferma una piena, ma si va oltre se si vuol ricreare.
Come porsi allora di fronte a tutto ciò? Ci sono due modi di partecipare alla commedia, una è crederci, assimilarsi ad essa, angosciarsi per essa, ed esserne vittime, magari lamentose ed esibizioniste sui social e su qualche marciapiede. Un’altra è parteciparvi con il distacco filosofico e metafisico necessario a restare saldi in sé e a dominare quello che altrimenti ti lacera e ti annulla, come insegnano, anche da ottiche differenti, Pirandello, Débord, Magritte.
Mai come oggi questo vale per tutto: dalla pandemia al Gran Reset, alla Super Lega.

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