giovedì 25 Luglio 2024

Eternit riposo

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Megaesposto contro l’Eternit che continua ad uccidere. Con “lentezza programmata”.

Le vittime dell’amianto di Casale Monferrato contro i padroni elvetici
Vent’anni dopo l’Eternit continua a uccidere. Colpa della «lentezza programmata» dei padroni svizzeri ad abbandonare l’amianto

Nel 1903 l’Eternit di Niederurnen, nel Cantone dei Grigioni, inizia a produrre manufatti di cemento-amianto per l’edilizia. Dieci anni dopo, l’ente cantonale per la tutela del patrimonio avvia una campagna contro l’Eternit perchè le case «modulari» costruite con pannelli e tegole di cemento-amianto «sfigurano il paesaggio». Beata ingenuità! Grazie alla campagna notorietà e fatturato aumentano, commenta compiaciuta l’Eternit nell’opuscolo edito per festeggiare il centenario. La pubblicazione non fa cenno ai «danni collaterali» dell’amianto non sul paesaggio, ma sull’uomo. Per il centeneraio l’Eternit ha anche allestito una grande mostra e tra un pannello e l’altro ha ammesso che l’amianto ha ucciso «una cinquantina» (sic) di suoi dipendenti a Niederurnen. Ma si è attribuita il merito d’aver abbandonato l’asbesto non appena la scienza ne ha acclarato i dannosi effetti. L’esposto presentato ieri alla procura della repubblica di Torino racconta una storia tutta diversa. Quella luttuosa dell’Eternit di Casale Monferrato e di Cavagnolo. Solo lì il mesotelioma, il tumore della pleura sicuramente causato dall’amianto, ha falcidiato più di un migliaio tra lavoratori e residenti. L’esposto firmato da decine di malati e da centinaia di «eredi» delle vittime documenta 436 casi di mesotelioma. E’ la prima tranche di una denuncia a cui si aggiungeranno prossimamente altre firme: ancora da Casale, dove ogni anno si registrano almeno trenta nuovi mesoteliomi (per due terzi colpiscono persone che non hanno mai messo piede nella fabbrica chiusa nel 1986); da Bagnoli, Siracusa e Reggio Emilia, dove c’erano gli altri stabilimenti dell’Eternit Italia; da Balangero, dove funzionava la cava d’amianto più grande d’Europa, pure quella della multinazionale svizzera. L’esposto rientra nella «vertenzamianto» promossa a Casale dall’Associazione familiari vittime dell’amianto, dalla Cgil e dall’Inca. Quattro avvocati, prima di redigerlo, hanno intervistato i firmatari uno a uno e compilato schede per ogni singolo caso (la mole della documentazione allegata ha imposto un esposto a tappe).

Obiettivo dei casalesi, arrivare al vertice della multinazionale svizzera, cioé ai ricchissimi fratelli Thomas e Stephan Schmidheiny. L’unico processo celebrato contro l’Eternit di Casale si è fermato ai piani bassi della catena di comando (finì con una condanna prescritta). Due inchieste aperte dalla procura di Torino e di Siracusa hanno aperto un varco per «chieder conto» agli svizzeri in sede penale ed, eventualmente, per ottenere risarcimenti in sede civile. Dalle testimonianze dei manager sia italiani che svizzeri risulta che la casa madre di Niederurner dettava le direttive a tutti gli stabimenti sparsi nel mondo. Risulta, ma questo si sapeva, che la multinazionale era consapevole della nocività dell’amianto almeno dagli anni sessanta. E, questa la vera novità, risulta che l’Eternit ha dilazionato l’uscita dall’amianto per una ventina d’anni con la probabile complicità della Suva. L’ente svizzero, equivalente grosso modo all’Inail, certificava come sicuri metodi di produzione che non lo erano. Per questo il pm Raffaele Gauriniello ha chiesto per rogatoria alla Svizzera le carte sui rapporti tra Eternit e Suva.

Il nostro esposto, spiega l’avvocato Sergio Bonetto, non chiede di accertare che l’amianto uccide. «Questo ormai è assodato sia dalla scienza che da decine di sentenze». Lo scopo è di dimostare che negli stabilimenti italiani si applicavano rigidamente gli ordini emanati dalla Svizzera, compreso quello di rendere la vita difficile a «sindacalisti, magistrati e giornalisti». Inol

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