giovedì 25 Luglio 2024

Guai a chi tocca i Signori del Denaro

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Dietro l’uscita di scena di Tremonti c’è il volere dei poteri forti, attuato su commissione dai soliti “picciotti”. Non a caso per il posto lasciato vuoto è subito saltata fuori la candidatura di Mario Monti, eurocrate affiliato al Bilderberg. L’usurocrazia è il nostro destino ineluttabile?

Le dimissioni da ministro dell’Economia imposte a Giulio Tremonti la notte tra venerdì e sabato 3 luglio, rappresentano molto di più che il punto d’arrivo di una verifica tra forze che compongono una maggioranza di governo frastornata per i risultati delle elezioni europee.
Si scrive “dimissioni”, ma si deve leggere “esecuzione su commissione”. Killer, il solito Gianfranco Fini, intento a collezionare cambiali di benemerenza tratte dai “poteri forti”, convinto di poterle mettere un giorno tutte all’incasso e così ottenere quella poltrona che attualmente ospita le terga del signor Berlusconi.
A noi sembra che, tra gente di mafia, raramente il picciotto che esegue riesca ad arrivare alla cupola. Generalmente è destinato a rimanere picciotto a vita, condannato a ubbidire per non essere eliminato a sua volta. Ma, sinceramente, questo è un problema di Fini e a noi non interessa granché.
In questa occasione, il lavoro di killeraggio peraltro è risultato molto agevole, anche grazie all’assenza di quel Bossi che prima di ammalarsi ha ripetutamente svolto una preziosa opera di “contrappeso” e di “cane da guardia” in quel caravanserraglio che è il governo Berlusconi. Con il “senatur”, probabilmente, non si sarebbe giunti così facilmente alle dimissioni di Tremonti.
Intendiamoci, non è certo nostra intenzione farci avvocati difensori di un ministro di un governo il cui operato certamente non condividiamo.
A noi però le notizie piace leggerle per quello che sono e non per quello che sembrano. A noi piace vederci chiaro. Ci chiediamo quindi da dove è partito l’ordine.
A chi Tremonti ha pestato i piedi con tanta insistenza da meritarsi di essere sbattuto giù dal treno in corsa?
In molte occasioni l’ex ministro ha manifestato un legittimo fastidio per la soggezione che il mondo politico dimostra di fronte alla tirannide bancaria e monetaria. E, conseguentemente, ha lasciato intravvedere l’intenzione di trasferire alcuni poteri dalla Banca d’Italia a nuovi organi di controllo di nomina politica e governativa.
Bankitalia, sarà utile ricordarlo, non è una vera e propria istituzione dello Stato, ma uno strano Ente i cui proprietari sono soprattutto le Banche, quindi i privati, e il placet, quello reale, quello che conta veramente, per la scelta del suo Governatore spetta alla Banca dei Regolamenti Internazionali di Basilea, il cui massimo azionista è la Federal Reserve USA.
Nel 2003 scoppia il caso Cirio i cui bond erano stati offerti a piene mani dagli Istituti di Credito agli ignari risparmiatori.
Il dito accusatore del ministro dell’Economia indica allora, con prontezza, la Banca d’Italia per i mancati controlli e delinea con insistenza una Commissione da istituire per tutelare il risparmio degli italiani.
Da allora Tremonti, per non dimenticarsi della questione, ha utilizzato come portapenne sulla sua scrivania al ministero, un barattolo di pelati Cirio.
Si arriva alla fine del 2003 e scoppia, con un botto ancora più forte, il caso Parmalat. Il duello Fazio-Tremonti, appena sopito, si riaccende ancor più violento.
Dov’erano i controllori? Quali interessi copre Fazio? “Occorre costruire un’authority unica per la tutela del risparmio, togliendo molti poteri alla Banca d’Italia”. Con urgenza.
Fazio snobba il governo e non si presenta nemmeno per dare spiegazioni del suo operato.
Le sentinelle dell’usurocrazia scattano, come morse dalla tarantola: “Attenti. Bankitalia non si tocca” tuona Fassino.
“L’indipendenza della Banca d’Italia è una questione costituzionale”, non può essere messa in discussione; fa sapere l’ex banchiere Carlo Azeglio Ciampi.
I mesi passano, chiarimenti non si raggiungono. Ignoriamo se Tremonti abbia messo, sulla sua scrivania, accanto al barattolo di pelati, anche una bottiglia di latte, fattostà che i suoi toni non si addolciscono. Il 27 marzo denuncia che Bankitalia “ha perso 4,6

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