domenica 21 Luglio 2024

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La damnatio memoriae colpisce anche Igor Stravinskij, che venerava Benito Mussolini.

Roma, 28 dic (Velino) – Una scorsa veloce ai cartelloni delle principali fondazioni lirico sinfoniche (unicamente tre – La Scala, l’Opera di Roma, ed il Massimo di Palermo- hanno ancora un corpo di ballo con pieno organico) pare indicare che un centenario importante rischia di essere obliato: quello de “L’oiseau de feu” di Igor Stravinskij il cui debutto ebbe luogo il 15 giugno 1910 all’Opéra di Parigi da cura di quei Ballets Russes, compagnia fondata da geniale Sergej Djagilev con danzatori transfughi dal teatro imperiale di San Pietroburgo che appena un anno prima , il 18 maggio 1909, sempre a Parigi, ma al meno ufficiale, Théâtre du Châtelet, aveva sconvolto la scena teatrale. Si dirà che non si tratta di una dimenticanza poiché nel 2009 a Bologna, a Firenze, a Spoleto e, soprattutto, a Roma si sono tenuti cicli di rappresentazioni dirette a ricordare la serata allo Châtelet ed il ruolo che i Ballets Russes ebbero nei successivi 20 anni nel cambiare il gusto degli appassionati di arti sceniche in tutto mondo.

Tuttavia, come fa notare Roman Vlad in un suo saggio di diversi anni fa, il successo immediato e travolgente de L’oiseau de feu non solo segnò un’importante tappa nella carriera di Stravinskij, ma mutò “tutta la concezione dei Ballets Russes che pur erano appena nati”. Invece di importare l’arte russa, Djagilev, incoraggiato dalla riuscita del lavoro, avrebbe cercato d’allora in poi di stimolare la creazione di nuove opere su piano internazionale e di promuovere – novità assoluta per quell’epoca – la fattiva collaborazione tra musicisti, letterati, pittori e scultori. Il risultato fu un nuovo modo di concepire non solamente la danza ma l’arte scenica nel suo complesso. La sera del 15 giugno erano corsi al Palais Garnier musicisti come Debussy e Ravel ed anche letterati come Proust, Claudel, Girardoux. Ad una delle prime repliche arrivò, inattesa, Sarah Bernhardt, allora un mito prima ancora di essere una bella donna ed un’attrice di grande successo.

Di per se stesso, non era l’intreccio de L’oiseau de feu ad essere innovativo. Tratto da un’antica leggenda, Katschei, l’immortale, era già stato messo in musica dall’italiano Catterino Cavos nel 1823 per uno di quei balletti che, secondo l’uso dell’epoca, venivano rappresentati al termine di un melodramma. In Russia, Rimiskij-Korsakov aveva evocato la leggenda in due delle sue opere fantastiche. La carica innovativa della musica di Stravinskij era nel vero e proprio fuoco posto nella partitura. L’intesa con il coreografo Fokine e con il protagonista Nijinky portarono ad uno spettacolo che nulla aveva di convenzionale, nella gestualità, nei numeri specifici, nell’impianto scenico e nei costumi. In breve, seguendo un percorso differente, si arrivava ad un approdo analogo a quello della Gesamtkustwerk, l’opera d’arte dell’avvenire, frutto d’integrazione tra le varie arti, teorizzata e sperimentata da Richard Wagner.

La scarsa attenzione al centenario de L’oiseau de feu induce a pensare male, ma forse a cogliere nel segno. Recenti ricerche storiografiche di Stefano Biguzzi (pubbliche nel libro L‘orchestra del Duce , rivelano che l’impolitico Stravinskij (detestava solo la rivoluzione russa che lo aveva costretto a scappare dalla Patria) dicesse di “venerare” Mussolini – questa fu una delle motivazioni per cui chiese di essere sepolto in terra italiana (i suoi resti sono al cimitero di Venezia) – non per le sue idee e proposte politiche ma per il supporto dato a musicisti contemporanei come Casella, Malipiero, e Dallapiccola e soprattutto avere creato il festival internazionale di musica contemporanea a Venezia.

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