sabato 20 Luglio 2024

Una cosa è Gaza e un’altra sono i gazari

Le motivazioni sottaciute del massacro di Gaza e il ruolo sciocco delle nuove sinistre

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La sinistra mondiale sostiene la Palestina, o almeno crede di farlo.

Al punto di esaltare Hamas, i cui membri sono definiti partigiani del Sud globale che resistono contro l’Occidente inteso in senso lato, ovviamente cattivo e nazista. Pare la propaganda grottesca del Cremlino in difesa della sua aggressione all’Ucraìna.

Assistiamo oggi a uno schema nuovo, che ha trascinato un’area solitamente sensibile alle cause ebraiche ad assumere quello che viene impropriamente definito come antisemitismo.

Come si spiega?

La spiegazione elementare è quella data dalla crisi di rappresentatività politica nel pieno del mutamento societario.

È emblematico il caso del (Nouveau) Front Populaire francese che va oltre la costruzione del cosidetto islamo-gauchisme (sintesi bizzarra tra islamismo e marxismo) cavalcato da Mélénchon, ma chiama l’Islam di Francia ad una mobilitazione che sa tanto di “lotta di classe”. L’Islam è identificato con le banlieues e con gli immigrati irregolari e, nella logica immancabilmente sovversiva e conflittuale dell’estrema sinistra, rappresenta la forza violenta che può rovesciare gli equilibri dal basso.

È lo stesso per i vari centri sociali e per le associazioni universitarie fuori dalla Francia.
Della Palestina non gliene frega nulla, ma non si può dire altrettanto di questa unità proletaria sovversiva, eterno motore utopico del titanismo pezzente.

Una seconda spiegazione ci fa pensare alla strumentalizzazione dell’estrema sinistra, da sempre funzionale al sistema contro cui s’illude di ribellarsi e di cui è letteralmente serva, per svolgere un ruolo nel disegno formale degli involucri politici dopo che la spartizione di quella Jalta, non al quadrato ma al cubo, che si sta delineando ovunque, avrà avuto luogo.

Se questo servirà, qui da noi, alle sinistre estreme per disegnare una globalizzazione degli orchetti, potrà servire, lì, a dare al piccolo e non libero Stato di Palestina che verrà formalizzato, un mix, appunto islamo-gauchiste, che dovrà sempre e comunque rispondere a Tel Aviv e alle petromonarchie.

Per quanto riguarda Israele si tratterà di un ritorno a un vecchio metodo. Fin da dopo la Guerra dei Sei Giorni (1967) le ambasciate israeliane, in particolare quella di Parigi, foraggiarono e guidarono ambienti marxisti palestinesi per contrastare al tempo stesso la leadership di Arafat e acuire la tensione terroristica internazionale al fine d’impedire i sostegni alla causa palestinese nel mondo.

Con l’implosione sovietica e con il fallimento dell’illusione comunista, Tel Aviv ripiegò sull’estremismo religioso. Non fu estranea alla stessa costituzione di Hamas. Molti anni dopo Netanyahu si è compiaciuto pubblicamente del finanziamento di Hamas da parte del Qatar perché avrebbe ostacolato di fatto il riconoscimento dello Stato di Palestina. E qui concordano gli interessi di chi vuol mantenere alta la tensione senza che abbia via d’uscita. In Israele, nelle autocrazie wahhabite o tra gli internazionalisti religiosi che, da Teheran all’Isis, hanno disintegrato la causa araba, vari ambienti anche ostili tra loro condividono quest’interesse.

Il New York Times, giornale molto vicino alla comunità israelita americana, ha rivelato che il 7 ottobre scorso, il capo del Mossad, David Barnea, si era recato proprio in Qatar, chiarendo al governo di quel Paese che il premier era favorevole alla prosecuzione del sostegno finanziario di Doha ad Hamas.
Per non parlare poi degli avvertimenti egiziano e americano dell’imminente attacco.

Ovviamente, dopo che la questione di Gaza sarà risolta, Tel Aviv dovrà trovare un altro “nemico” manovrabile, Hamas essendo divenuto impresentabile, e quest’ultimo sarà quasi sicuramente un soggetto islamo-gauchiste.

Non c’interessa qui speculare su come il 7 ottobre si produsse, se poteva essere evitato, se venne lasciato compiersi, ma soltanto capire quale senso ha la gestione di questo conflitto. Che non si può riassumere agli odi razziali e religiosi, benché marcati, perché questi nascondono notevoli divisioni in ambo i fronti e anche obiettivi materialistici di peso.

Le motivazioni della pulizia etnica a Gaza e degli attacchi a nord da parte israeliana non sono spiegabili soltanto con preoccupazioni, pur presenti, di sicurezza militare. Esse vanno ricercate anche altrove, tanto nella difficoltà interna di Israele, dove convivono modernisti laici e pazzi esaltati che figliano come conigli e che, esentati dal servizio militare, invitano i correligionari a farsi ammazzare per procurare loro territori da coltivare, quanto nel disegno del nuovo ordinamento internazionale e del ruolo che Tel Aviv già vi ha assunto.

Dal 2019 Israele ha iniziato a trasformarsi in un hub energetico israelo-arabo. Si parte dalla partenrship siglata quell’anno con l’Arabia Saudita che da allora Tel Aviv rifornisce di gas. Seguirono nel 2020 gli Accordi di Abramo con gli Emirati Arabi, Bahrein e di fatto il Marocco.

Il 20 settembre 2023, 17 giorni prima dell’attacco di Hamas, un nuovo accordo venne siglato con l’Arabia Saudita e il riconoscimento formale di uno Stato di Palestina divenne indispensabile.
Verosimilmente questo staterello non dovrà avere accessi da nessun’altra parte se non da Israele e dovrà essere ridotto come territorio e come popolazione.

Da cui la strategia militare che vuole, tra le altre cose, estirpare il valico di Rafah ed evitare che ci siano accessi potenzialmente incontrollati alla riserva palestinese.
In quest’azione Israele può contare sulla complicità egiziana, visto che fin dal 2014 Il Cairo sta distruggendo abitazioni e coltivazioni intorno a Rafah, nella parte contenuta nel proprio territorio.

Negli ultimi anni Israele ha raggiunto un accordo sui confini marittimi col Libano, dando il via allo sfruttamento del giacimento di Karish e immettendo nuove risorse nel proprio mercato energetico.

La scoperta di ingenti quantità di gas naturale al largo delle sue coste ha rappresentato per Israele non solo un’opportunità economica ma un fattore di potenza nazionale.
L’aumento dei prezzi dell’energia sui mercati globali e la crescita nella produzione nazionale hanno permesso di trarre importanti profitti.
La scoperta dei giacimenti Tamar e Leviathan ha fatto ridurre considerevolmente le importazioni energetiche fino a trasformarsi Israele, nel 2020, in un esportatore netto di gas naturale. Da allora gran parte del gas prodotto dai giacimenti israeliani viene esportato in Egitto attraverso l’East Mediterranean gas pipeline, un’infrastruttura che collega Ashkelon con la città egiziana di Arish e che era stata inizialmente concepita per rifornire Israele di gas egiziano.

La “svolta marittima” di Israele, sulla via del gas sottomarino, ha portato al rafforzamento dei rapporti con l’Egitto e alla creazione di una solida partnership con Cipro e Grecia. La stessa partecipazione di Israele nell’East Mediterranean Gas Forum si può inscrivere in questa fase di rinnovato attivismo regionale.

Compagnie israeliane come la NewMed Energy hanno ampliato il proprio portfolio investendo nell’esplorazione di idrocarburi in acque marocchine, mentre a settembre 2021, Mubadala, il fondo sovrano di Abu Dhabi, ha investito un miliardo di dollari per l’acquisto di una quota del 22% del giacimento di Tamar. Se il gas naturale continua a rimanere al centro di queste relazioni energetiche, ci sono stati importanti investimenti anche nell’ambito delle rinnovabili e dell’idrogeno.

La cooperazione in questi ambiti è anche al centro di alcune piattaforme di cooperazione regionale o interstatale a cui Israele ha preso parte nell’ultimo periodo, dal Forum del Negev all’I2U2, il forum recentemente costituito con Emirati Arabi Uniti, India e Stati Uniti.

Nel corso di due decenni Israele si è trasformato da paese dipendente dalle importazioni di idrocarburi a esportatore netto di gas naturale.
Ma anche nell’hub strategico di interessi capitalistici comuni israelo-arabi, venendo attratto più ad est che ad ovest. Si sta deoccidentalizzando.

Tutto questo contribuisce a spiegare la strategia di terra bruciata praticata da Netanyhu perché non riguarda soltanto gli equilibri etnici e la possibilità di assegnare nuovi appezzamenti ai coloni, ma la libertà di gestione dei luoghi strategici dal punto di vista energetico. A cui si può forse aggiungere il progetto del Canale Ben Gurion, in alternativa al Canale di Suez (che dal 2020 è fonte di tensioni e incertezze) il cui tracciato passerebbe vicino al confine settentrionale di Gaza, l’enclave assediata che ospitava più di due milioni di persone prima dell’inizio dell’ultima conflagrazione.

La tragedia palestinese non è riconducibile soltanto allo scontro tra razzismi folli, c’è ben altro.

A strillare per la Palestina sono in molti, ma sembra che quello che accade dia fastidio a pochi, Forse solo agli europei. Si pensi che all’Eurosatory di Parigi, fiera dell’armamento di terra, sono state rifiutate le ditte israeliane e l’ingresso ai cittadini con passaporto israeliano. In Francia!
Malgrado ciò nessuno sostiene di fatto la causa palestinese, men che meno i suoi “amici”.

I finanziamenti umanitari ai palestinesi vengono da questi soggetti, elencati nell’ordine di quantitativo: Stati Uniti, Germania, Unione europea, Svezia, Norvegia, Giappone, Francia, Arabia Saudita, Svizzera e Turchia. Due soli (l’ottavo e il decimo!) sono musulmani e peraltro l’ottavo è fattualmente alleato di Tel Aviv.

In risposta all’attacco dei missili iraniani del 13 aprile si è attivata la difesa antiaerea e antimissile MEAD (del Medio Oriente) successiva agli Accordi di Abramo in cui ci sono anche Giordania ed Emirati Arabi Uniti.

Come si può quindi ridurre lo scontro e il massacro agli schemi di scontri etno-religiosi?

Quante componenti arabe e quante componenti islamiche sono alleate concrete di Israele, mentre lo stesso stato ebraico è dilaniato al suo interno e incontra difficoltà con le comunità in Occidente?


La realtà sta cambiando e ne cambia anche la narrazione: in futuro la sinistra tornerà a sostituire i fondamentalisti come burattina di Tel Aviv (ma anche di Washington, Mosca e Ankara) contro cui strepita invano.

Questo per la facciata e per il servilismo assistito che è proprio alla sinistra. Ma poi c’è la realtà di cui tenere conto.

Le tensioni internazionali sono mosse oggi da fattori di squilibrio e riequilibrio, primi tra tutti quelli demografici e quegli energetici.

Per l’opinione pubblica, e spesso per gli stessi attori, serve una lettura sommaria e schematica in cui restare impelagati. A meno che non li si sappia rompere per smuovere le acque.

Ora che, in mancanza di meglio, gli schemi tornano al passato e ripercorrono in qualche modo quelli di cinquant’anni fa (da cui l’islamo-marxismo), vanno affrontati sempre con il modello alternativo possibile già da allora, ovvero con la logica di terza via che prevede la cooperazione tra Europa e socialnazionalismo arabo, osteggiata e massacrata dalle borghesie internazionaliste, dai fondamentalisti religiosi e, ovviamente, dagli imperialisti anti-europei.

Quella logica poteva ridisegnare la mappa e impedire la morsa senza via d’uscita di oggi.

E tuttora è la sola che abbia questa potenzialità.
In questo frangente, come in altri, la ruota ha compiuto il suo giro e ha dimostrato che avevamo ragione e che l’abbiamo ancora e sempre.
Vediamo di riuscire con calma ad imporla una buona volta!

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