giovedì 22 Febbraio 2024

Una sera d’ottobre, giusto quattro mesi fa

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Ripensando a quell’omaggio al Che

Eccomi arrivato, è il 9 ottobre, sono partito da casa che era freddo e nuvoloso, il treno non ha fatto ritardi e a Roma è veramente caldo e giro in maniche corte, non poteva iniziare meglio questa trasferta. Eccomi
in via Napoleone III al portone di Casa Pound, fa un certo effetto vedere sui muri i manifesti che annunciano la conferenza di stasera, con la foto del Che e il mio nome tra i relatori, assieme a Gabriele Adinolfi e Giorgio Vitangeli, suono il campanello e mi vengono ad aprire. “Ciao Davide” saluto chi mi apre la porta, Davide, che ho conosciuto qualche mese fa alla conferenza di Valerio Morucci, si stupisce che mi ricordi di lui, in realtà è un po’ la reazione di quasi tutti quelli che incontro al piano di sopra quando li saluto per nome, ma io ho una certa memoria e poi me esco con un “Siete molto famosi”. Risate, se ce ne fosse stato bisogno sarebbe rotto il ghiaccio, ma non ce n’è bisogno. Rivedo così Gianluca, Simone, e il poster di Corto Maltese alla parete è un buon punto comune da cui partire. Visita guidata a tutti i locali e chiacchiere in attesa di Gabriele. E’ ora di pranzo e così bucatini all’amatriciana in un ristorante vicino con Valerio e Gabriele, e poi tappa a casa di quest’ultimo, dove continuiamo a parlare finchè ognuno si ritira per impostare la scaletta dell’intervento alla conferenza. E’ ormai l’ora, John Wayne nel suo ultimo film si recava al suo ultimo duello in tram, noi due ci muoviamo in metrò ma non sentiamo di dover duellare, anche se sui manifesti uno è la “destra radicale”, l’altro la “sinistra radicale”. A volte la sostanza conta veramente più delle etichette, e spero che sia anche questo uno di quei casi. Cominciano ad arrivare in tanti per preparare la serata in tutti i suoi aspetti, molti mi vengono a salutare o a conoscermi incuriositi, sono molto giovani e sorridenti i “lugubri picchiatori di fogna pound che vai a legittimare a casa loro”, come recitava uno dei messaggi di insulti che ho ricevuto nei giorni scorsi. Stringo la mano a tutti, un ragazzo mi stringe l’avanbraccio alla loro maniera, ma si scusa subito con un “è l’abitudine, mi scusi” io rispondo, “dammi del tu e non preoccuparti. Se mi saluti, io non mi offendo di certo. Perché dovrei?” Sorrisi, chiacchiere, sport, curiosità, studi, con tutti si parla amabilmente e tranquillamente. Eccoli Cerino, Pandoro, Keller, Adriano, Guelfo, Nervo, Manno, e tanti altri. Eccoli i razzisti, omofobi, maschilisti, violenti, ma chi li definisce così ha mai parlato con loro di qualsiasi cosa, cercando magari di capire le loro ragioni prima di etichettarli come il male assoluto e condannarli alla “dannazione eterna”? A volte penso che chi esprime certi giudizi e rifiuta qualsiasi contatto con loro, non sia poi così diverso da chi dice i “neri sono inferiori ai bianchi, gli immigrati sono tutti ladri” o amenità simili. Ah già il paragone è improponibile, sono loro che sono fascisti “e non devono avere alcuno spazio né agibilità, perché sono da odiare.”
Si avvicina l’ora e comincia a salire la tensione, che mi prende sempre prima di ogni cosa importante che faccio, si tratti di lavoro o sport. Ormai è buio, io e Gabriele usciamo a prendere una boccata d’aria e una birretta in un bar davanti alla chiesa di Santa Maria Maggiore, ammiro la chiesa illuminata e troviamo il tempo di giocare con una piccola bambina, poi ci incamminiamo e arriviamo alla sala conferenze insieme al professor Vitangeli che ci ha raggiunto sulla porta di Casa Pound. Ecco siamo seduti al tavolo, la sala è piena di gente ed un attimo prima di iniziare intravedo in fondo, sulla porta, la mitica Roby e anche Francesco M. Adriano introduce la discussione e poi dopo Vitangeli, tocca a me che, rispetto al pubblico, sono seduto più a destra rispetto agli altri tre. Sono l’uomo seduto alla destra e sono molto teso. Dopo vent’anni di militanza a sinistra senza se e senza ma, sento tutto il peso di un evento così particolare. E’ la prima volta che parlo davanti a così tanti fascisti, e devo parlare del Che, uno dei personaggi che più ammiro, un simile compito mi farebbe tremare le gambe a prescindere, senza pensare alle polemiche, agli insulti ricevuti, ai saluti che non ricevo più da quando “parlo coi fascisti”. Penso a tutto ciò e se mi chiedessero adesso di alzarmi, forse farei un bel po’ di fatica. Una battuta di Gabriele: “La parola al camerata Morani” io di rimando “Grazie, compagno Adinolfi” e comincio a parlare. Ho le gambe pesanti, muovo piano la mano libera dal microfono, cerco di guardare negli occhi quanta più gente posso, spiego perché il Che per me è importante, un comunista molto particolare, un uomo pronto al sacrificio estremo e a dedicare la vita agli altri, il tutto intervallato da qualche battuta e dalla mia risata, che sul forum di vivamafarka qualcuno definirà coinvolgente, mentre qualcun altro dirà “sembra più il dottore dei Simpson”. Le qualità del Che che ho descritto, sono più o meno le stesse descritte anche da Vitangeli e Adinolfi, e tutti, pubblico compreso, lo aprezziamo, sono diventati tutti comunisti o sono io che sono fascista? Ma ha importanza la questione? Una persona la si stima e la si rispetta per quello che è, non certo solo per la casacca che porta o per le idee che ha, checché ne dicano indymedia, fgci, sinistre terminate varie che hanno criticato la serata, e i simpaticoni che mi hanno mandato su facebook vari insulti. Interventi e domande del pubblico tra cui uno di Sinistra e Libertà, che non apprezza “l’appropriazione” di Casa Pound del simbolo della sinistra per antonomasia, rispondo anch’io, e dico che non bisogna fermarsi alle magliette o alle bandiere del Che, che bisogna studiarlo, conoscerlo e apprezzarlo per quello che è stato e per quello che ha fatto realmente, non per l’immagine che ne abbiamo magari superficiale, che non porterei mai la sua maglietta, in quanto è solo un’operazione commerciale, ma che in casa mia c’è il suo poster come segno di omaggio, oltre a quello di Allende, Bobby Sands, e tanti altri, “e anche la foto di uno dei cattivi ragazzi di Terza Posizione, che si chiamava Nanni De Angelis.” Gli applausi mi interrompono e quando riprendo a parlare spiego che “non era certo comunista, ma lottava anche lui per un mondo più giusto.” Altre parole e finisce la serata, le gambe non mi tremano più come qualche ora fa, l’uomo seduto alla destra si alza ora in piedi.

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