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Lettere
L’Asse che verrà PDF Stampa E-mail
Scritto da Stefano Vernole   
Domenica 01 Agosto 2004 01:00

Una lettura del fondamentale saggio “Parigi, Berlino, Mosca: geopolitica dell’indipendenza europea” di Henry De Grossouvre (Fazi Editore, Roma 2004), un lavoro che lascia ben sperare sulle possibilità della formazione di un blocco eurasiatico rivoluzionario.

Pubblicato per la prima volta nell’aprile 2002, il libro di De Grossouvre ha conosciuto un’inattesa notorietà l’anno successivo, quando l’aggressione anglo-americana all’Iraq ha dato vita a un ipotetico asse geopolitico Parigi-Berlino-Mosca (le capitali europee più decise nel «no» alla guerra), al punto che l’autore ha deciso tra l’ottobre e il novembre 2003 di redarre tre capitoli supplementari presenti in questa edizione italiana.
Henri de Grossouvre propone anche un sito www.paris.-berlin-moscou.org che ha l’ambizione di sviluppare dibattiti sulle questioni di sicurezza e difesa europee e di favorire la cooperazione euro-russa e franco-tedesca.
Già questo basterebbe a giudicare positivamente l’opera del geopolitico francese, che vanta peraltro recensioni favorevoli da parte del generale Pierre Marie Gallois (ex consigliere di De Gaulle sulle questioni nucleari), nonché da parte del ministro degli Esteri di Parigi Dominique de Villepin.
In effetti sono numerosi gli spunti interessanti contenuti nel libro.
Innanzitutto un’analisi fredda e puntuale sulla necessità dell’asse geopolitico Parigi-Berlino-Mosca quale nocciolo duro dell’indipendenza europea, traguardo indispensabile per liberarsi sia dall’egemonia statunitense che dai meccanismi perversi della globalizzazione, pur non mancando qua e là considerazioni quasi di ordine metafisico relativamente al “Destino dell’Eurasia”.
Si passa così dalla volontà di superare politicamente la dicotomia “destra-sinistra”, alla necessità di rivedere l’Alleanza Atlantica (1), uno strumento utile ormai soltanto alle ambizioni imperialistiche di Washington, che nasconde dietro lo slogan della «guerra al terrorismo» la volontà di controllo dei tracciati degli oleodotti petroliferi.
Che gli Stati Uniti siano in crisi viene sviscerato dalle cifre: oggi imperversa una guerra economico-commerciale tra l’Unione Europea che detiene il 32% del PIL mondiale e gli USA con il loro 28% (ricordiamo che la loro quota di PIL nel 1946 era del 40%, un declino ammesso dallo stesso CFR statunitense) e ben simboleggiata dal ruolo spionistico antieuropeo di Echelon. (2)
Al contrario le direttrici geopolitiche dell’asse Parigi-Berlino-Mosca s’intersecano perfettamente, in quanto ognuno di questi paesi svolge il ruolo di cardine geografico in una porzione d’Eurasia: la Francia sull’ovest e sul sud, la Germania sull’Europa centrale e orientale, la Russia sull’estremo est, il Caucaso e l’Asia centrale.
In particolare lascia ben sperare la politica eurasiatica di Vladimir Putin, la cui tattica della «mano tesa» verso gli americani nasconde in realtà il progetto di un’Europa indipendente e sovrana (3), così come emerge chiaramente dal suo discorso pronunciato al Bundestag ad appena due settimane dagli attentati dell’11 settembre 2001. (4)
Essa si nutre dei proficui rapporti bilaterali economico-militari stretti tra Mosca e Teheran, Mosca e Nuova Dehli, Mosca e Pechino, nonostante la minaccia delle sanzioni statunitensi.
Anche se la Russia possiede le più grandi riserve di gas naturale del pianeta e rappresenta il terzo produttore mondiale di petrolio, ancora più strategica potrebbe risultare la cooperazione euro-russa nel settore spaziale (5) e in quello dei trasporti, grazie al lancio congiunto di “Soyuz” e alla nascita -annunciata dal ministro russo Sergej Frank- di una “Unione dei Trasporti Eurasiatici”.
Promettente è in proposito il progetto relativo alla costruzione di un corridoio di trasporto Parigi-Berlino-Minsk-Mosca, il cui elemento chiave sarebbe rappresentato dalla ferrovia Brest-Parigi-Berlino-Minsk-Mosca.
Quali dovrebbero essere secondo De Grossouvre -oltre a quelle sopra enunciate- le misure concrete volte a stabilire un’alleanza strategica euro-russa?
Essenzialmente sei:
1) Allestimento in Russia di un polo tecnologico franco-russo-tedesco;
2) Accord

 
"+Enzo Re" di A.Messeri+ PDF Stampa E-mail
Scritto da Fabio Pini   
Sabato 31 Luglio 2004 01:00

Quando le figure dei padri sono troppo luminose, quelle dei figli rischiano di sbiadire. Tra i molti e sventurati figli di quelli che Dante definisce "ultimo imperadore de li Romani", infatti, soltanto due o tre sono ancora presenti nella nostra memoria, e ciò grazie alla poesia.

Soprattutto Manfredi, perché il suo ricordo è tenuto vivo dai celeberrimi versi del Purgatorio dantesco; ma anche Corradino, la cui tragica fine sul patibolo di Napoli ispirò tra l'altro la musa di Aleardo Aleardi; infine Re Enzo, al cui nome Giovanni Pascoli intitolò una incompiuta serie di Canzoni. Di Re Enzo, la monografia di Antonio Messeri è soprattutto una biografia. Nominato legato generale dell'Impero per tutto il Regnum, Enzo fu dal 1239 al 1249 il braccio destro del grande Staufen. Per dieci anni, impegnandosi in una lotta senza tregua, contrastò le schiere guelfe dell'Emilia, della Toscana e delle Marche, dovunque l'autorità imperiale fosse minacciata. Nel 1249, però, la catastrofe: a Fossalta Enzo cadde prigioniero dei Bolognesi, i quali lo tennero in ostaggio in quella gabbia dorata che è il palazzo detto ancor oggi "di Re Enzo". Oltre che una biografia, il libro del Messeri è anche uno spaccato di vita ducentesca, mentre le frequenti citazioni dei brani poetici composti dal principe prigioniero contribuiscono a restituirci il quadro della cultura letteraria che andava formandosi in quegli anni. Sono dunque molteplici le ragioni per cui la pubblicazione di questo saggio va considerata utile e opportuna, finché non si avranno a disposizione più approfonditi ed ampi lavori sull'argomento. Antonio Messeri, Enzo Re, Edizioni all'insegna del Veltro, pp. 80, € 8,00
 
Una ignorata tragedia di Mircea Eliade PDF Stampa E-mail
Scritto da Claudio Mutti   
Venerdì 23 Luglio 2004 01:00

Mercoledì 12 febbraio 1941, nella sala "Comedia" del Teatro Nazionale di Bucarest (diretto all'epoca dal romanziere Liviu Rebreanu) andava in scena la prima di Iphigenia, dramma in tre atti e cinque quadri che Eliade aveva scritto alla fine dell'autunno 1939. L'opera fu diretta dal regista Ion Sahighian e musicata da N. Buicliu; la parte della protagonista venne affidata ad Aura Buzescu. Tra febbraio e marzo, si ebbero dieci rappresentazioni, alle quali Eliade non poté esser presente, perché si trovava all'estero da diversi mesi. Le notizie che pervennero all'autore circa il successo del dramma non furono esaltanti: "Mi si disse -scrive Eliade nelle sue Memorie- che mancavo di 'vigore drammatico', il che probabilmente è vero. Se Iphigenia ha qualche merito, bisogna cercarlo altrove".

Il testo dattiloscritto del dramma, custodito alla Biblioteca del Teatro Nazionale, fu pubblicato da Mircea Handoca nel 19742;  ma già nel 1951 era uscita in Argentina, a cura di un gruppo di esuli romeni, un'edizione ciclostilata del testo, cui Eliade aveva apportato lievi modifiche formali3.  L'edizione argentina recava una dedica "alla memoria di Haig Acterian e Mihail Sebastian" e conteneva una prefazione dell'Autore, nella quale si legge:  "Pubblico con gioia, ma anche con una stretta al cuore, quest'opera giovanile, che piaceva tanto, quando fu scritta, ai miei amici Haig Acterian, Mihail Sebastian, Constantin Noica ed Emil Cioran.  Due degli amici migliori  -Acterian e Mihail Sebastian-   non sono più tra noi.  Dedico loro questo testo, che tutti insieme abbiamo amato nel crepuscolo della nostra giovinezza".

            Mihail Sebastian non si era recato alla prima di Iphigenia.  "Avrei avuto l'impressione di assistere a una riunione di cuib4", scrive nel suo Diario il drammaturgo ebreo.  Questo sospetto gli viene confermato da una telefonata di Nina Mares, la moglie di Eliade, la quale gli dice che l'opera ha avuto un grande successo e che proprio per questo teme che possa essere vietata dalle autorità.  Da una ventina di giorni, infatti, il generale Antonescu ha instaurato la dittatura militare e sta cercando di liquidare il Movimento Legionario.   Mihail Sebastian si reca dunque ad assistere a una successiva rappresentazione del dramma, ed annota:  "Grande insuccesso, uno dei più grandi insuccessi del Nazionale!"  Ma aggiunge anche: "Sembrava molto più interessante di quanto, per quel che ricordo, non mi era sembrata quando l'avevo letta.  In compenso, lo spettacolo è grossolano, privo di stile, privo di nobiltà"5.

            In quegli stessi giorni, Petru Comarnescu (1905-1970) affidava anche lui alle pagine del proprio Diario una annotazione sul lavoro teatrale di Eliade;  ma il giudizio di Comarnescu risulta alquanto diverso da quello di Sebastian.  "Ifigenia di Mircea Eliade, -scrive-  rappresentata al Teatro Commedia (il Nazionale è in restauro in seguito al terremoto), è molto debitrice ad Euripide e Racine, a parte il sogno di Ifigenia e la sua posizione, con cui Eliade vuole ricordare Codreanu.  Montaggio grandioso, interpretazione di bravi attori, come Aura Buzescu (Ifigenia) e Mihai Popescu (Achille).  Hanno stili diversi di recitazione.  Aura Buzescu è statica e lirica, Mihai è irruente, impetuoso, esplosivo, esteriore"6.

            Norman Manea, un autore che a detta del suo contribule Heinrich Böll "più di ogni altro [più di Kafka, Musil e Schulz] merita di essere

 
Guarda lassù, la nostra bandiera PDF Stampa E-mail
Scritto da Quaderni di Geopolitica   
Martedì 13 Luglio 2004 01:00

Queste parole riecheggiarono tra i piloti nipponici al sorgere del sole di 7 dicembre ’41 immediatamente prima dell’attacco alla base imperialista di Pearl Harbour. Diamo uno sguardo alla geopolitica giapponese che fu all'origine di quello scontro di civiltà

Una pubblicazione da non perdere.

Karl Haushofer, Lo sviluppo dell'idea imperiale nipponica, pp. 64,Euro 6,00
Con una Introduzione di Carlo Terracciano,
un saggio di Robert Steuckers sulla vita e le opere di Haushofer,
un saggio di Castrese Cacciapuoti sull'ideologia trifunzionale nei miti giapponesi.

 
Le Penne dell'Arcangelo PDF Stampa E-mail
Scritto da Edizioni all'insegna del Veltro   
Martedì 13 Luglio 2004 01:00

Lo studio di Claudio Mutti, Le penne dell'Arcangelo. Intellettuali e Guardia di Ferro, pubblicato nel 1994 dalla Società Editrice Barbarossa, è uscito in edizione romena. Traduciamo qui di seguito la lunga recensione che il poeta e saggista Gabriel Stanescu ha dedicato al saggio di cui sopra.

I dibattiti degli ultimi decenni sui casi di Nietzsche e di Heidegger hanno coinciso con le accuse relative all'adesione al Movimento Legionario da parte di alcuni intellettuali di fama europea come Mircea Eliade ed Emil Cioran. Secondo una pratica seguita non soltanto dalle polizie segrete dei regimi totalitari, sono stati addirittura fabbricati dei documenti falsi per dimostrare la loro "colpevolezza", mentre gli avvocati della difesa, da parte loro, hanno cercato di "delegionarizzarli", invocando circostanze attenuanti o assolvendoli da ogni colpa.
Claudio Mutti, un importante ricercatore del fenomeno sociopolitico e culturale interbellico della Romania, autore di numerosi studi tra cui anche una breve monografia su Mircea Eliade (1984), editore, traduttore e pubblicista italiano, perfetto conoscitore della lingua romena, ha osato intraprendere - sulla base di una solida documentazione bibliografica - un'ampia indagine sine ira et studio circa i rapporti di Nae Ionescu, Mircea Eliade, Emil Cioran, Constantin Noica e Vasile Lovinescu col Movimento Legionario. Il suo libro, che reca il titolo suggestivo Le penne dell'Arcangelo, è stato inizialmente pubblicato in Francia e in Italia, poi, nel 1997, è apparso in una traduzione romena curata da Razvan Codrescu presso l'editrice Anastasia.
L'autore si propone in primo luogo di far luce nel fascicolo dei cinque intellettuali romeni, al di là delle accuse infami lanciate contro alcuni di loro e dello zelo dei loro apologeti e difensori. Infatti il volume comprende cinque brevi monografie (quella dedicata a Vasile Lovinescu risponde in minor misura allo scopo della ricerca, mentre le più documentate sono quelle dedicate a Nae Ionescu e a Mircea Eliade) e due appendici: L'Inquisizione contro Mircea Eliade e Il caso Eliade attraversa le Alpi.
Lo studio si avvale di un'interessantissima prefazione firmata da Philippe Baillet, un eccellente conoscitore del fenomeno romeno interbellico. Tra l'altro, Baillet parla di una certa specificità del Movimento Legionario nel quadro dei fascismi e concorda con l'idea di altri ricercatori, secondo cui il Movimento Legionario non è altro che un "falso fascismo", dato il suo carattere religioso e data la dottrina del sacrificio che affonda le proprie radici nel cristianesimo romeno. In questo senso, l'appello fatto dal prefatore francese alla testimonianza di Mircea Eliade è rivelatore di per sé e non necessita di alcun commento. Lo storico delle religioni afferma, nel vol. II delle sue Memorie, che per Corneliu Codreanu "il Movimento Legionario non costituiva un fenomeno politico, ma era di essenza etica e religiosa. Aveva ripetuto tante volte che non gli interessa la conquista del potere, ma la creazione di un uomo nuovo. La necessità del sacrificio, leit motiv della dottrina legionaria, è spiegato da Baillet con la persistenza del tema arcaico giunto al cristianesimo per il tramite della poesia popolare (vedi la Ballata di Mastro Manole) della costruzione spirituale.
Il contributo di Claudio Mutti è tanto più necessario, in quanto la nostra storiografia, con poche eccezioni, è metodologicamente tributaria di quel modo di pensiero unilaterale e tendenzioso che si esprime nel gergo democratichese. I manuali di storia qualificano il Movimento Legionario come una filiale della Germania hitleriana e lo accusano, tra l'altro, di aver propagato una "ideologia mostruosa". In molti studi romeni e non romeni, la Guardia di Ferro è per lo più etichettata, in maniera pura e semplice, come l'ala paramilitare del Movimento Legionario, mentre Guardia di Ferro è uno dei nomi che furono assunti dal Movimento Legionario. In realtà, il fenomeno è molto più complesso e variegato e la sua comprensione presuppone che il pensiero venga liberato da decine di pregiudizi relativi alla storia moderna e contemporanea della Romania.
Dato questo svantaggio, che consiste nel carattere lacunoso delle nostre conoscenze, non potremo mai offrire un'alt

 
Chi ha assassinato la Parmalat ? PDF Stampa E-mail
Scritto da www.disinformazione.it   
Mercoledì 07 Luglio 2004 01:00

Un giallo di attualità esposto in un libro di Domenico De Simone. “Parmacrack: non piangete sul latte versato”. Sul sito www.disinformazione.it come procurarselo

Chi ha assassinato la Parmalat?
Uno strano giallo quello del sesto gruppo industriale italiano: a ben vedere mancano l’assassino, la vittima, il movente ma paradossalmente si hanno sospetti precisi su mandanti e conniventi.
Per la verità, a leggere le cronache dei giornali, gli articoli delle principali riviste, ed i resoconti sugli istant book finora usciti in libreria, sembrerebbe tutto chiaro: l’autore materiale del delitto è Calisto Tanzi insieme ai suoi più stretti collaboratori, la vittima principale è l’azienda con la quale sono periti risparmiatori, Banche e finanziarie, i mandanti sono presumibilmente alcuni manager di Banca e professionisti della finanza che con la propria connivente complicità hanno spinto il gruppo di Collecchio a perpetrare l’efferato delitto.
I responsabili del governo e dell’opposizione, i vertici delle istituzioni economiche e finanziarie, i mass media non hanno nessun dubbio nell’additare i responsabili alla pubblica opinione. I cattivi sono loro, i vertici del gruppo di Tanzi con la complicità di qualche mela marcia nel sistema di finanziamento e di controllo vigente nel paese. Però, se ci pensiamo bene, scopriamo che è grazie al delitto che è nata la vittima, nel senso che solo le male arti di Tanzi e soci hanno fatto grande la Parmalat che, altrimenti, sarebbe rimasta un’aziendina votata a un fallimento di medie dimensioni in una ricca provincia italiana.
Uno scandaletto, insomma, di quelli che pressoché quotidianamente compaiono sulle pagine dei giornali e nelle cronache giudiziarie.
E la vittima? A leggere le cronache sta benissimo, produce a rotta di collo, tre turni al giorno, sette giorni su sette, nemmeno un’ora di sciopero per tutta la crisi. Insomma, gode di ottima salute.
Ah sì, alcune decine di migliaia di risparmiatori hanno perso i soldi investiti nelle obbligazioni spazzatura della Multinazionale di Collecchio e nelle azioni della società. Ma se volgiamo lo sguardo alla Borsa è come accusare di omicidio uno che brandisce uno stuzzicadenti mentre scoppia una bomba atomica. Le vittime della Borsa e delle obbligazioni più o meno spazzatura non si contano neppure. Il mio intento è di dare una spiegazione plausibile a quello che è successo e quello che succederà domani nel sistema finanziario del nostro paese. Andare alla ricerca dell’assassino, della vittima, del movente e dei complici di un giallo che riserva infinite sorprese.
Scopriremo che esso è al contempo, l’assassino della ragione, dell’umanità, della libertà, del lavoro, della dignità delle persone, della concorrenza e del mercato.
Non è buona regola rivelare il nome dell’assassino all’inizio di un giallo, ma qui faremo un’eccezione. Perché questo assassino ha un nome: si chiama capitale finanziario.

Domenico De Simone

 
Democrazia, rapina e schiavitù: la ricetta per l’Iraq PDF Stampa E-mail
Scritto da Reuters   
Mercoledì 07 Luglio 2004 01:00

L’Iraq oggetto di una rapina internazionale e della svendita globale di cui profittano lobbies e mafie raccontato in un libro che parla di democrazia e di subappalti. Le ragioni spudorate di una crociata di civiltà disgustosa assai.

E' da poco uscito unvolumetto dal titolo“Eurobusiness in Iraq: dall’esportazione della democrazia ai subappalti USA”, edito da Manni Editori. Si tratta di 100 pagine (per lo più contenenti articoli tratti dalla rete) prefate da Manlio Dinucci - lo stesso autore de “Il potere nucleare. Storia di una follia da Hiroshima al 2015” - che tentano di far chiarezza sul colossale “Affare Iraq”. Il primo merito che ha questo libro è l’aver fornito un valido strumento a chi vuole farsi un’idea di cosa sta avvenendo in Iraq dietro le quinte del teatro bellico, con quell’operazione chiamata “ricostruzione”. Nome, questo, che leggendo il libro inizia con l’apparire dapprima dubbio, poi improbabile ed infine ridicolo. Ed infatti il secondo merito di questo volumetto è l’aver chiamato le cose con il loro nome: non “ricostruzione” ma “svendita”. A svendere un intero Paese come l’Iraq è uno straniero, gli Stati Uniti, che armato di tutto punto e basandosi su motivazioni del tutto menzognere ne ha distrutto le infrastrutture – ministeri, porti, aeroporti, ponti, strade, impianti idrici, elettrici - i settori di macro e microeconomia, radendo al suolo tutto ciò che sarebbe poi stato possibile “ricostruire”. “La guerra per il dopoguerra”, come qualcuno ha definito le imprese belliche statunitensi. Ma il libro della Manni va oltre. Ricondotto il ruolo degli Stati Uniti d’America nel giusto contesto e chiaritene le dimensioni, passa a spiegare il sistema con il quale sta avvenendo la più grande e colossale svendita della storia. Illuminante, in questo senso, è non solo il saggio di Dinucci, ma anche un piccolo articolo dello scorso aprile a firma di Naomi Klein tratto da “The Nation”. Leggiamo: «L’Iraq sta per essere trattato come una lavagna vuota sulla quale i peggiori ideologi neoliberisti di Washington possono disegnare l’economia che sognano: completamente privatizzata, in mano agli stranieri e aperta alle speculazioni […] Cos’ha da fare una superpotenza votata alla crescita ma in crisi recessiva? Dopo tutto i negoziati con nazioni sovrane sono duri. Molto più facile distruggere il paese, occuparlo, quindi ricostruirlo come vuoi. Bush non ha rinnegato il liberoscambismo […] ha semplicemente una nuova dottrina: “Bombarda prima di comprare” […].Quanto si sta pianificando non sono riparazioni, ricostruzione o reinserimento. E’ rapina: furto massiccio mascherato da carità».
Ma cosa si sta rapinando in Iraq? Di tutto: petrolio, acqua, strade, telefoni, treni, porti, aeroporti, trasporti, medicine, ospedali e persino i libri scolastici, alla cui stampa pensa una società statunitense. Tutto ciò che prima aveva l’Iraq, che era resistito a 12 anni di tremendo embargo internazionale – che in questo contesto appare un buon sistema per annientare l’impianto infrastrutturale statale iracheno in previsione di qualcos’altro - è stato privatizzato e dato in mano alle industrie statunitensi che poi hanno caritatevolmente subappaltato i prime contracts (il grosso dell’affare, per capirci) ai loro amici fedeli che hanno fatto da “palo” alla rapina in corso: Gran Bretagna, Polonia, Spagna (che ora rischia le ire Usa) e in prima fila l’Italia. Ed appare chiaro lo stretto legame tra sforzo profuso (supporto militare) e ricompensa assegnata (subappalti): come dire, più truppe invii più chances avrai di aggiudicarti i contratti di subappalto delle nostre industrie. E’ per questo che Valentino Parlato, nell’ultimo capitolo, definisce questi stati “mercenari”: «mi alleo e guadagno diritto alla mia mercede». Dai “fortunati” sono stati, ovviamente, esclusi i “cattivi” – i cui capofila sono Francia e Germania – ma, nell’immensa bontà statunitense, sono state incluse le industrie di nazioni quali le Isole Solomon o Palau. E dell’Iraq stesso. Peccato che però, poi, all’atto pratico non siano in grado di partecipare alle gare vista la mancanza dei requisiti fissati – guarda ca

 
La moneta come mezzo o come fine del processo sociale. Un confronto tra W. Beveraggi Allende e G. Simmel. PDF Stampa E-mail
Scritto da Francesco Ingravalle, in "Margini" n. 31, aprile 2000   
Domenica 04 Luglio 2004 01:00

La pietra angolare del saggio di Beveraggi Allende —La teoria qualitativa della moneta (Edizioni di Ar)— è costituita dalla seguente affermazione: il valore del denaro, in una economia monetaria, dipende essenzialmente dalla "destinazione produttiva per cui questo denaro è stato immesso nell'economia."

Il valore del denaro dipende, cioè, dalla sua finalità produttiva, la "causa" del suo essere immesso nell'economia è interpretabile come "causa finale" - il che significa che viene introdotta la categoria di "finalità" nella riflessione sul denaro.

Parlare di "finalità produttiva" equivale a parlare di "finalità sociale" e questo, a sua volta, equivale a porre un'istanza di controllo sociale sulla circolazione monetaria, a tentare di sottrarre la dinamica della circolazione monetaria ai meccanismi della speculazione e persino ai "capricci" della distribuzione dei redditi. Si esce così dalla logica liberistica del laissez faire e dalla mitologia smithiana della "mano invisibile" che ripartirebbe "naturalmente" la ricchezza.

E' chiaro che l'introduzione della considerazione finalistica nel problema della immissione del denaro in un dato sistema economico sia impossibile senza caricare l'amministrazione pubblica di un compito preciso di controllo sulla moneta e sulla circolazione.

E', parimenti, chiaro che il denaro viene considerato come strumento della produzione, in evidente contro-tendenza rispetto ai reali meccanismi dell'economia finanziaria e alle sue teorie apologetiche che fanno del denaro l'alfa e l'omega dell'intero processo produttivo.

Per Beveraggi Allende ciò che conta non è il "confronto globale" tra moneta da un lato e beni e servizi dall'altro, come nelle teorie quantitative della moneta, bensì "la parcellizzazione settoriale" o "interazione settoriale" tra le parti che compongono queste variabili la quale contribuirà non solo a chiarire la formazione dei distinti prezzi ( e di conseguenza il livello dei prezzi), ma anche a rendere possibili e ad orientare l'"immissione" dei flussi monetari, là dove essi risultino più convenienti.2

Confrontare globalmente moneta, beni e servizi crea, per così dire, una "cattiva universalità" in cui si perde, con la specificità dei diversi settori produttivi, anche la possibilità di orientare l'immissione dei flussi monetari, cioè di pianificare gli interventi politici di rettifica dei meccanismi di mercato. Tale confronto globale è, invece, l'anima del modo di procedere tipico della teoria quantitativa della moneta. Che cosa significa, infatti, "confronto globale"? Perdere di vista quei fattori qualitativi che incidono, comunque, sulla consistenza degli indici quantitativi che dovrebbero darne espressione matematica e ridursi ad amministrare pure sequenze di cifre al netto della conoscenza qualitativa del "modo di operare" delle specificità dei singoli settori. I dati che compaiono in tutta la loro veste matematica di oggettività sarebbero, dunque, sostanzialmente non rispondenti alle vere dinamiche del sistema economico.

La teoria quantitativa della moneta si riconosce bene dalle terapie che propone: "per evitare l'inflazione bisogna evitare l'‘eccesso di mezzi di pagamento’ in rapporto alla quantità di beni e di servizi, e per evitare la deflazione bisogna procedere nel senso inverso, ovvero, bisogna provocare, tra l'altro, un certo ‘eccesso di mezzi di pagamento’"3. La condizione ottimale del sistema economico sarebbe la stabilità della massa monetaria - che si tenta di ottenere "razionando"il credito con la pratica di alti tassi di interesse. Così, però, si colpisce lo sviluppo della produzione, si favorisce l'elefantiasi dei servizi e si facilitano le manovre speculative.

Il rimedio viene indicato attraverso tre formule:

- estensione del credito produttivo al tasso di interesse minimo affinché non lievitino i prezzi;

- credito qualitativo destinato alla produzione e orientato al raggiungimento della piena occupazione dei fattori produttivi;

- credito qualitativo destin

 
Tutti da Tuti PDF Stampa E-mail
Scritto da noreporter   
Domenica 04 Luglio 2004 01:00

A teatro a Roma. Domenica alle 18, lunedì alle 20 ,30. Come procurarsi i biglietti per questa recitazione di prigionieri che hanno colto il senso teatrale del vivere sociale

Una compagnia di “cattivi” tra i quali spicca il nome di Mario Tuti, si esibisce in un’opera teatrale domenica (alle 18) e lunedì (alle 20 e 30) a Roma. Con l’Associazione culturale Edmond Dantès ed il sostegno della Regione Lazio.

Per acquistare i biglietti:

Teatro Anfitrione
00153 Roma (RM) - VIA DI S. SABA 24

(tra Piramide e Piazza Albania)
tel: 06 5783116 - 06 57288473 - 06 5750827

 
Cola di Rienzo PDF Stampa E-mail
Scritto da Claudio Mutti   
Sabato 03 Luglio 2004 01:00

Egli vagava tutto il giorno fra le terme gli archi i colonnati, lungo le mura di Aureliano, sotto gli acquedotti ormai aridi, nei deserti spiazzi ingombri di ruderi, diseppellendo le lapidi, liberando dalla crosta dei secoli le lettere incise, raccozzando i frammenti sparsi, nudando i volti delle statue mascherati dall’edera, interpretando le istorie scolpite nei bassi rilievi, leggendo ad alta voce i nomi dei consoli e degli imperatori, evocando in quel cimitero formidabile i fantasmi augusti, mentre gli pareva udire a quando a quando nel vento funebre gli urli della Lupa e i gridi dell’Aquila presaghi della seconda vita di Roma.

[…] Piombò giù di schianto la soma, senza motto né gemito. Allora gli si scagliarono sopra urlando i più feroci e tutto lo stamparono co’ ferri, a gara lo crivellarono, le mani gli orecchi il naso le pudende gli mozzarono. Poi, presigli in un cappio corsoio i fùsoli delle gambe, lo trascinarono fino alle case dei Colonnesi in San Marcello. Quivi giunti lo appesero per i piedi a un poggetto, con gran festa e gazzarra lo lapidarono. Penzolava giù senza il teschio, ché quel poco lasciatogli dai ferri erasi logorato nel lungo strascino. […] Quivi rimase al pubblico ludibrio due dì e una notte, finché non ebbe appestato col gran fetore quel capo di strada. Per comandamento di Giugurta e di Sciarretta Colonna calato giù dal poggiolo, fu tratto al campo dell’Austa, al luogo del Mausoleo imperiale, e dato alla rabbia dei giudei sozzi che l’ardessero. Gli fecero costoro un rogo di cardi secchi, e in gran numero accorsero intòrnogli ad attizzare il fuoco che nutrito dall’adipe vampeggiava forte. I vènti ebbero la cenere, i secoli la memoria, gli uni e gli altri discordi. Così scomparve il Tribuno di Roma. E l’Urbe stette su’ suoi colli sola co’ suoi fati e co’ suoi sepolcri.

Gabriele d’Annunzio, La vita di Cola di Rienzo

Carmela Crescenti, Cola di Rienzo. Simboli e allegorie, Edizioni all’insegna del Veltro, Parma 2003, pp. 300, € 20,00

 

Béla Hamvas PDF Stampa E-mail
Scritto da Claudio Mutti   
Mercoledì 30 Giugno 2004 01:00

Si sono svolte in Ungheria le celebrazioni di Béla Hamvas (1897-1968), uno scrittore ungherese che, pur essendo noto in paesi come la Germania e la Serbia (dove se ne è occupato anche Dragos Kalajic), in Italia è stato scoperto solo recentemente: della sua opera principale, Scientia Sacra, è uscito recentemente il secondo volume presso le Edizioni all'insegna del Veltro di Parma. Il Goethe Institut di Budapest, il Comune di Balatonfured e altre fondazioni hanno organizzato una serie di manifestazioni ("I giorni di Hamvas") che hanno visto intervenire numerose personalità della cultura e dell'arte.

La partecipazione popolare è stata molto ampia, perché Hamvas è un autore particolarmente amato dagli Ungheresi.

Béla Hamvas nacque a Pozsony (oggi Bratislava, in Slovacchia), da genitori ungheresi: pastore evangelico il padre, cattolica la madre. Dopo la Grande Guerra, nella quale combatté volontario e rimase ferito due volte, si trasferì a Budapest e si iscrisse alla Facoltà di Filosofia Fece il giornalista e l'ortolano, finché nel 1927 venne assunto dalla Biblioteca della Capitale, dove, tra gli altri incontri decisivi per la sua formazione culturale, vi fu quello con le opere di Guénon e di Evola. Nel 1935 apparve uno scritto di Hamvas sulla "letteratura della crisi" in cui venivano tradotti diversi brani di Rivolta contro il mondo moderno e di Imperialismo pagano, due libri di Evola che si trovano citati anche l'anno successivo, in una recensione del libro di Huizinga sulla "crisi della civiltà". Nel 1935, Hamvas è il primo, in Ungheria, a citare le opere di René Guénon. Guénon ed Evola, assieme a Leopold Ziegler, sono per Hamvas i punti di riferimento necessari per la soluzione del problema decadenza.

Nell'aprile del 1942 Hamvas parte per il fronte russo. Durante l'assedio di Budapest, la sua casa è bombardata e la biblioteca è distrutta.

Dopo la guerra, Gyorgy Lukacs emise un irrevocabile giudizio di condanna nei confronti di Hamvas. Il rampollo del banchiere Jozsef Loewinger bollò Hamvas come "il più torbido cultore del neomisticismo ungherese" e puntò il suo indice accusatore contro una collana di tascabili curata da Hamvas e dedicata ai maestri della filosofia: da Ermete Trismegisto fino a Heidegger, "capofila del tenebroso esistenzialismo fascista". Colui che l'ebreo-cattolico-marxista-liberale François Fejto (collaboratore del "Giornale") ha definito come il "direttore spirituale della nuova Ungheria", il "dittatore relativamente liberale", nel "momento del pluralismo e del dialogo", cioè appunto Lukacs, mandò al macero i volumi già stampati e fece fondere i piombi di quelli in corso di stampa, mentre Hamvas veniva inserito nella famigerata lista B, la "lista di proscrizione" in cui erano elencati i paria della nuova società, al cui vertice si trovavano i consanguinei di Loewinger-Lukacs.

 

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