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Storia&sorte
Nel suo nome PDF Stampa E-mail
Scritto da Adriano Romualdi   
Giovedì 29 Luglio 2004 01:00

Egli è stato un rivoluzionario: un uomo che ha messo in movimento la ruota della storia; che ha aperto strade, demolito pregiudizi, fondato uno stato, costruito città, creato uno stile, suscitato un mito. È stato un Romano in mezzo agli Italiani. È stato il migliore di noi. A Benito Mussolini, nel centoventunesimo anniversario della sua nascita.

Di Mussolini spesso abbiamo pensato molto male. D’accordo, i suoi critici ed i suoi detrattori erano infami, ma c’era qualcosa, nella sua opera e nella sua condotta, che non persuadeva neppure noi. Aveva parlato di guerra per vent’anni e ci pareva avesse evitato di prepararla sul serio, trascurando gli armamenti e circondandosi di generali inetti. Aveva predicato l’idea della nuova gerarchia e si era circondato non di una aristocrazia di uomini ma di un entourage di retori e di adulatori. Aveva proclamato la rivoluzione ma tollerato l’immobilismo borghese e qualunquistico dei salotti e dei circoli ufficiali. Infine, per due volte, al momento decisivo, lui, il duce, il massimo interprete della dottrina della forza e dell’azione, si era rassegnato senza combattere: il 25 luglio, quando era andato dal re senza prendere nessuna misura protettiva, e il 25 aprile, quando aveva lasciato Milano con animo rassegnato alla fine.

Ma oggi, al di là di queste ombre, noi sentiamo intera la positività della sua natura e della sua creazione. Egli è stato un rivoluzionario: un uomo che ha messo in movimento la ruota della storia; che ha aperto strade, demolito pregiudizi, fondato uno stato, costruito città, creato uno stile, suscitato un mito. Soprattutto, ha saputo incarnare ed interpretare l’esigenza posta dalla cultura del suo tempo: superare l’ideologia borghese scientista ed egualitaria del XVIII secolo.

Il Fascismo, quale egli lo ha realizzato, è la grande breccia aperta d’assalto nel grigio orizzonte della modernità razionalistica ed economicistica.

In un’ora di tramonto e di decomposizione, egli ha saputo raccogliere intorno a sé le forze migliori della gioventù italiana per prendere d’assalto lo stato e farne il faro di una nuova fede europea. L’hitlerismo, che ha impegnato l’estrema battaglia dell’Europa contro l’imperialismo russo e americano, è uscito dallo spirito della rivoluzione di Mussolini.

Che tutto ciò sia venuto dall’Italia, da questo paese di straccioni e di avvocati, di cattolici e di opportunisti, è quasi incredibile.

 

26 luglio 1956, Nasser sfida l’Occidente PDF Stampa E-mail
Scritto da noreporter   
Lunedì 26 Luglio 2004 01:00

Quarantotto anni fa la crisi di Suez. In seguito il vittorioso Nasser avrebbe costretto gli Americani e gli Israeliani a preoccuparsi tanto da suscitare e foraggiare i fondamentalisti islamici contro il nazionalismo che aveva risvegliato.

26 luglio 1956. La nazionalizzazione del canale di Suez, decisa a sorpresa dal regime del colonnello Nasser, al potere in Egitto dal 1952 provoca una crisi internazionale. Israele, Francia ed Inghilterra attaccano militarmente gli egiziani, ma l'Onu e gli Stati Uniti, impegnati nella “decolonizzazione” , di fatto per la “nuova colonizzazione delle multinazionali” mettono freno all’aggressione. I giovani del Msi avevano frettolosamente allestito un barcone per partire volontari ad appoggiare le forze amiche dell’Egitto. Il nuovo governo egiziano, che aveva instaurato canali preferenziali economici e diplomatici con il Msi, grazie a Filippo Anfuso, era l’espressione dei giovani ufficiali nazionalisti che si erano battuti contro l’Inghilterra nelle fila dell’Asse. Nasser avrebbe rappresentato di lì a poco il punto di riferimento del nazionalismo panarabo (tanto che trasformò l’Egitto in R.A.U. Repubblica Araba Unita) ed osteggiò fattivamente le mire neo/imperialistiche americane. A partire dagli anni Sessanta gli Usa utilizzarono contro di lui e contro il regime che gli è succeduto il pupazzo Gheddafi – sempre pronto ad attribuirsi la paternità di ogni attentato che porta alla Cia e indisturbato tranne che sotto Reagan – e gli integralisti islamici. Fu un attentato dei Fratelli Musulmani che mise significativamente fine alla vita del successore di Nasser, Sadat, la cui politica aveva costretto gli israeliani a retrocedere dai territori occupati. Da allora la politica nell’area non è mutata. Contro il Nasserismo e contro i partiti Ba’as, contro il nazionalismo palestinese, gli Usa e Israele alimentano il fondamentalismo islamico.

 
Una storia dimenticata – I martiri dell´Estonia: "I fratelli della foresta", i guerriglieri che hanno sconfitto il comunismo PDF Stampa E-mail
Scritto da Marco Giomi - Tallinn   
Lunedì 26 Luglio 2004 01:00

Era il giugno del 1940 quando i Sovietici hanno occupato l'Estonia, una piccola nazione sul litorale orientale del Mar Baltico. Il paese allora aveva una popolazione di 1.134.000, il novanta per cento dei quali era di etnia estone. Il partito comunista locale contava appena 150 membri.

In un anno, i Sovietici fecero sentire la presenzaavendo uccisoe deportato21.000 "nemici della popolo": erano essenzialmente uomini, personale militare, ufficiali di polizia, imprenditori, sacerdoti, attivisti politici, cittadini prominenti e le loro famiglie. Le chiese e le comunita´religiose perseguitate, la proprietàprivata confiscata: Perfino le associazioni dei ragazzi, vicine alla chiesa, erano state disciolte. Trentatremila giovaniestoni coscritti nell'Armata Rossa, per essere poi inviati sul fronte. Infine, l´ultimo atto:con elezioni a lista unica, sotto intimidazioni, i comunisti trasformarono l'Estonia in una Repubblica sovietica.

Minacciati di arresto e di deportazione, moltiestonifurono costretti a trovarerifugio nalla foresta. Era l'inizio di un movimento denominato la "fratellanza della foresta" ( in estone "metsavendlus"). Quando i nuovi occupanti in 1941, i nazisti, la gente invase le strade con scene di giubilo. Le truppetedesche furonoaccolte come liberatori contro la tiranniabrutale dei comunisti. Nel paese venne immediatamente istituito un governo provvisorio alleato della Germania e delle nazioni aderenti all´Asse.

Quando i nazionalsocialisti si ritirarononell´autunno di 1944, incalzati dall´avanzata dell´Armata Rossa, gli estoni si trovarono nuovamente nella drammatica scelta di seguire l´alleato oppure restare sul territorio nazionale per combattere l´invasore. La divisione Estland, inquadrata nell´esercito tedesco, intraprese il suo viaggio verso l´estrema difesa di Berlino mentre invece in Estonia il movimento estone di indipendenzaaveva stabilito le proprie relativeautorità di comando. Il nuovo governo provvisorio, denominato comitato nazionale della Repubblica estone,ebbe vita breve: tre giorni, defenestrato dal ritorno dell´Armata Rossa. In uno scritto, il partigiano anticomunista Thoomas Läär, descrive "come l´Unione Sovietica ha trasformato l'Estonia in una base militare enorme, in cui parecchi clienti locali (i comunisti)possono disporre 100.000 - 150.000 soldati sovietici per compiere i loro proditori saccheggi, sopraffazioni, soprusi ed appropriazioni indebite in nome del popolo.Inutile ogni resistenza concreta, ogni tentativo di scontro diretto,con un rapporto di un soldato estone per ogni quaranta sovietico"

Comenel 1940, i Sovietici cominciarono immediamente la loro opera di "democratizzazione coatta" con arresti e le deportazionidi massain Siberia. Tra i molti sfortunati, anche il ministro della pubblica istruzione del tempo Arnold Susi che siera trovato nello stesso accampamento di gulag dello scrittoreAlexandr Solzhenitsyn.m Come costume staliniano si tennero elezioni fasulle per instaurare sotto il volere del popolo un nuovo stato comunista. "Fighting from the Forest for Freedom"scritto daMa

 
Toh, Napoleone fu avvelenato PDF Stampa E-mail
Scritto da Ansa   
Giovedì 22 Luglio 2004 01:00

Riaperto il caso di morte dell’Empereur che la vox populi ha sempre attribuito ad avvelenamento albionico ma che la versione ufficiale aveva attribuito ad un tumore allo stomaco

La morte di Napoleone Bonaparte, e' stata forse un 'caso di malasanita'' e non un cancro allo stomaco, come vuole la versione ufficiale condivisa ormai da numerosi storici.
E' la 'denuncia' riportata sul numero di questo mese del magazine New Scientist e avanzata dal patologo forense Steven Karch che ha analizzato il caso con la sua equipe del San Francisco Medical Examiner's Department.
La morte potrebbe infatti essere effetto di pratiche mediche un po' troppo 'cruente': troppe purghe e clisteri sarebbero stata la sua rovina, sostiene Karch.
Queste 'terapie', somministrategli forse per i suoi problemi allo stomaco, avrebbero portato Napoleone a un deficit di potassio nell'organismo che ha causato uno scompenso del battito cardiaco tale da essergli fatale. Il caso 'Napoleone Bonaparte', che mori' il 5 maggio 1821 nel suo luogo d'esilio sull'isola di Sant'Elena, archiviato come morte per cancro dopo numerose investigazioni tese a smontare l'ipotesi di un avvelenamento, potrebbe ora essere riaperto.

 
Il giorno della Memoria PDF Stampa E-mail
Scritto da Il Messaggero   
Mercoledì 21 Luglio 2004 01:00

Roma ricorda i “liberatori”. Una manifestazione popolare si è svolta nel quartiere San Lorenzo per commemorare le vittime civili del terrorismo angloamericano.

Prima le immagini di Felipe Goycoolea, cento anni di vita di un quartiere che non ha mai voluto cancellare completamente le cicatrici di quel bombardamento, 19 luglio '43, che uccise centinaia di persone disarmate. Poi le parole di Ascanio Celestini e il suo lungo monologo in "Roma Clandestina", per recuperare alla memoria le emozioni di una città occupata dai nazisti attraverso il racconto del massacro delle Fosse Ardeatine. San Lorenzo quest'anno, il sessantunesimo da quella data lontana, ha voluto commemorare così le vittime, tantissime, di quella strage. E ieri sera ancora una volta in piazza, in quel piazzale Tiburtino gremito di gente, tanti giovani seduti a terra, e ancora una volta in mezzo alla gente, per ricordare quello che ogni romano non dovrebbe dimenticare mai. «La memoria di un quartiere come questo, di una così forte e manifesta vocazione all'antifascismo, non può essere persa ma va tramandata- spiega Orlando Corsetti, presidente del III Municipio che ha organizzato l'iniziativa - e anche per questo lo scorso anno abbiamo realizzato un libro su questa vicenda e ieri sera ne abbiamo distribuito gratuitamente 300 copie». Si è cominciato con i colori del tramonto, intorno alle 20, a fare da sfondo alle immagini di un filmato realizzato da un giovane abitante del quartiere, Felipe Goycoolea. Una decina di minuti per volare dalla San Lorenzo di cento anni fa a quella attuale, passando per il bombardamento, il '68 vissuto intensamente dagli studenti dell'università La Sapienza, fino a Ciampi e Veltroni che, l'anno scorso, presenziarono la commemorazione del 60° anniversario. Poi, dopo le parole di alcuni, come Gaetano Bordoni superstite di un'intera famiglia massacrata, tra quelli che quel giorno c'erano e ancora oggi riescono a trovare le parole per raccontarlo, una pausa di musica jazz, per riportare un po' di armonia alla piazza. Infine le parole del testo teatrale di Ascanio Celestini. Un racconto dalla comicità amara e struggente che non riesce a trattenere l'orrore per quei 335 morti delle Fosse Ardeatine, simbolo di ogni violenza subita da questa città durante la seconda guerra mondiale.
 
Delitto Matteotti: invenzioni vecchie e nuove. PDF Stampa E-mail
Scritto da Mirco Ceselin   
Martedì 20 Luglio 2004 01:00

La vicenda del celebre “martire antifascista” torna d’attualità allorché la TV italica riscopre illazioni e falsità che di storico hanno ben poco ma che pure fanno molto comodo alla vulgata dominante. La Repubblica "nata dalla resistenza" continua a spargere menzogna per evitare salutari "crisi di rigetto" da parte del popolo "cornuto e mazziato".

Anno sfortunato, anno scocciante, anno insopportabile questo 2004:
esso fa cifra tonda con troppe ricorrenze spiacevoli, tra le quali
quella del "D Day" non è l'unica, almeno per noi. Ricordo di aver già
dedicato qualcosa - su Rinascita - al rapimento e all'uccisione del
deputato socialista Giacomo Matteotti, avvenuta il 10 giugno 1924,
per l'appunto.
Quello di Giovanni Minoli è un televolto più ingrassato che nuovo e
non è nuova la tesi proposta dal programma da lui presentato (RAI
EDUCATIONAL, "LA STORIA SIAMO NOI", ore 8,15-9, giorno 9 giugno) tesi
che sostiene l'esistenza di una mazzetta versata dalla compagnia
petrolifera americana Sinclair Oil al governo Mussolini, con
l'intenzione di aggiudicarsi la possibilità di effettuare ricerche in
esclusiva su alcuni territori della Sicilia e della pianura padana.
Tutto ciò è francamente inattendibile, visto che dette ricerche non
ne è rimasta traccia, e le concessioni non si comprano per nulla.
D'altronde l'istituzione dell'AGIP alla fine degli anni 20 ed il
successivo sfruttamento dei pozzi albanesi (Elbasan) non fanno che
rinforzare la smentita: Gli storici chiamati in causa durante la
trasmissione (le solite vecchie ciabatte marx-papiste) non si sono
mai chiesti dove l'Italia si procurasse il greggio che le era
necessario? Sempre più dalla vicina Romania, sempre meno negli Usa ma
questo non l'hanno detto, naturalmente.
In sé e per sé certe cose - tanto evidenti - dovrebbero essere facili
da appurare, ma di fatto lo sono meno: la democrazia è corrotta?
Come vedete lo era anche il fascismo: questo è ciò che i media
cercano di fare credere alla gente.
Finora non abbiamo spaziato tra le novità sensazionali, come vi
sarete accorti. È il programma televisivo, l'analisi e le conclusioni
che esso propone, ad invitare alla più energica delle contestazioni,
al di là di quelle che furono le ragioni che determinarono
l'aggressione dell'esponente socialista. Secondo Minoli, che sembra
palare a memoria, Matteotti fu volutamente fatto sopprimere da
Mussolini, perché non rivelasse al Parlamento la storia di corruzione
 

Quando l’Italia difendeva l’indipendenza irakena PDF Stampa E-mail
Scritto da Claudio Mutti   
Lunedì 19 Luglio 2004 01:00

Iraq: una nazione destinata ad essere la “trincea d’Eurasia”, vittima predestinata delle brame di potere britanniche e statunitensi. Eppure pochi sanno che già nella guerra del Sangue contro l’Oro (1939 – 1945) Bagdad fu protagonista dello scontro tra le potenze mondialiste ed i paesi dell’Asse, sostenitori dell’indipendenza irakena. Cronache dai tempi in cui sceglievamo le buone guerre…

Con la spartizione del bottino ottomano al termine
della grande guerra, la Gran Bretagna si prese tra l'altro anche la
Mesopotamia, regione ricca di giacimenti petroliferi e tappa
indispensabile per i collegamenti con l'India. Era nato così il
mandato britannico, cui nel 1921 era succeduta la finzione del "Regno
dell'Iraq", affidato al regolo collaborazionista Faysal ibn Husayn.
Alla Gran Bretagna restava comunque garantito il controllo del paese
grazie ad un trattato che le consentiva di mantenere basi aeree a
Habbâniyyah e a Shwaybah, nonché di utilizzare fiumi, porti,
aeroporti e ferrovie irachene per il transito di forze armate e
rifornimenti militari.
Alla vigilia del secondo conflitto mondiale,
governava l'Iraq il reggente `Abd el-Ilâh, zio del re-bambino Faysal
II. Tuttavia nel paese erano molto forti il sentimento antibritannico
e le simpatie per il Terzo Reich, tanto che proprio a Bagdad si erano
rifugiati numerosi militanti palestinesi e lo stesso Gran Mufti di
Gerusalemme, Hâjj Amîn al-Husaynî. La rottura delle relazioni
diplomatiche con la Germania, decisa dal governo collaborazionista  

“Volveràn banderas vitoriosas” PDF Stampa E-mail
Scritto da noreporter   
Domenica 18 Luglio 2004 01:00

Sessantotto anni fa il “levantamiento” spagnolo contro la Repubblica terroristica segnava l’avvio di una guerra civile che si sarebbe prolungata per due anni e otto mesi. Perché i “nacionales” ebbero la meglio.

Sessantotto anni fa mezza Spagna si ribellava alla Repubblica dittatoriale che era in procinto di regolare i conti con i suoi nemici mediante violenza e sterminio. Cosa che avrebbe continuato a fare durante la stessa guerra civile allorquando massoni e comunisti massacrarono scientificamente anarchici e operaisti. A scatenare la rivolta fu l’uccisione per strada del leader di destra Calvo Stelo. In precedenza erano stati incarcerati, esclusivamente per ragioni ideologiche, il capo falangista José Antonio Primo de Rivera e il capo delle Jons, Ledesma Ramos che vennero successivamente assassinati. Il “levantamiento” fu stroncato nel sangue e nell’orrore. Riuscì solo in Galizia e in Navarra. Inoltre, in Castiglia, i cadetti riuscirono a tenere l’Alcazar di Toledo che sarebbe divenuto poi il simbolo della resistenza e della vittoriosa controffensiva. La Spagna nazionale era però del tutto impreparata e non sarebbe mai riuscita a superare l’esito del tragico e leggendario 18 luglio se un tenente colonnello di stanza a Siviglia, Queipo de Llano non fosse riuscito ad impadronirsi del comando locale mettendo agli arresti uno a uno i suoi superiori di fede repubblicana e non avesse vinto la guerra psicologica tramite una genialità propagandistica degna del miglior Goebbels. La tenuta dell’Andalusia assicurata da Queipo de Llano, un vero e proprio colpo di poker, tenne aperta la via per lo sbarco dal Marocco delle guarnigioni di Franco e Milan de Astray. La guerra civile, iniziata ufficialmente quel 18 luglio, sarebbe durata due anni e mezzo, concludendosi il 1 aprile 1939. Una guerra spietata nella quale, contrariamente alle solite leggende propagandistiche, fu la Repubblica l’incontrastata regina dell’orrore. In una sola notte a Madrid vennero uccisi undicimila civili per mano comunista. A Madrid e soprattutto a Barcellona i comunisti soffocarono nel sangue la voce dei loro più agguerriti alleati militari, in particolare anarchici, il cui capo indiscusso, Durruti, cadde, simbolicamente, lo stesso giorno di José Antonio, il 20 novembre 1936. L’apporto tedesco fu limitato e sostanzialmente volto allo studio tattico e strategico, più importante il contributo italiano alla causa spagnola mentre, dall’altra parte, l’Antispagna era sostenuta dall’Urss in modo massiccio, da diverse repubbliche sudamericane, da formazioni internazionali, dal governo francese (anche se moderatamente) e dagli stati Uniti. Da ambo le parti gli spagnoli diedero prova di un immenso valore. La causa nazionale vinse soprattutto perché l’esercito si divise e mentre da parte repubblicana, forse perché massoni, si schierarono gli alti gradi, furono gli ufficiali giovani ed i sottufficiali a prendere invece le armi nel “bando nacional” assicurando così un’ossatura disciplinare unica e formidabile.

 
Quest’America è davvero onnivora PDF Stampa E-mail
Scritto da Reuters   
Venerdì 16 Luglio 2004 01:00

Divoratrice di spazi, popoli e civiltà, l’America avrebbe conosciuto anche il cannibalismo durante la sua tanto decantata epopea: quella della corsa verso il Far West

Una scoperta archeologica nel deserto della Sierra Nevada ha portato in luce quelle che potrebbero essere le prove di un noto caso di cannibalismo nel Far West. Un focolare per cucinare e pezzi di ossa sono stati trovati nel luogo dove a metà dell'Ottocento rimase bloccato dalla neve il Donner Party, un gruppo di coloni partito dall'Illinois per raggiungere la California, e rimasto bloccato per mesi.
I ricercatori hanno detto che i frammenti di ossa ritrovati sono sufficientemente grandi per poter effettuare le analisi del Dna e per verificare se i resti appartengono a un essere umano. In tal caso sarebbe la prima prova evidente che membri del Donner Party praticarono il cannibalismo per sopravvivere durante quel lungo gelido inverno del 1846.
La carovana, composta di 81 persone, era partita in primavera per raggiungere le coste dell'ovest e come accade in tutte le storie di viaggi e avventure ci fu chi propose di prendere una scorciatoia. I pionieri raggiunsero la Sierra Nevada alla fine di ottobre ma rimasero intrappolati dalla neve.
Circa metà della carovana morì e si racconta che l'altra metà dovette nutrirsi della carne dei corpi dei compagni. Non solo, si dice che bollirono la pelle dei cadaveri per ricavarne il grasso e proteggersi così dal gelo, prevenendo l'assideramento.
La missione degli archeologi ora si è concentrata nella zona dell'attuale Tahoe National Forest a nord di Truckee, in Nevada.

 
Faccetta nera sarai delusa PDF Stampa E-mail
Scritto da Corriere della sera   
Giovedì 15 Luglio 2004 01:00

Obelisco di Axum, tre pezzi e quattro verità Si trova in una caserma della polizia, per trasportarlo in Etiopia servono 10 milioni. Che nessuno tira fuori

Non è in un deposito di Fiumicino, dove avevano detto che lo avrebbero portato al momento dello smontaggio. Da quando è scomparso da piazza di Porta Capena, nove mesi fa, l’obelisco di Axum si trova nel cortile della caserma di polizia di Ponte Galeria. I tre tronconi vi sono stati trasportati in gran segreto e lì giacciono ammucchiati sotto una coperta di tela cerata, legati stretti e guardati a vista dagli agenti che ogni giorno si chiedono quando verranno liberati da quella montagna di granito. L’obelisco era stato smontato in tre pezzi, nel novembre del 2003, per essere restituito all’Etiopia. Doveva esere imbarcato su un aereo nel marzo scorso. Invece resta sdraiato alle porte di Roma. E sulla data di partenza non si sa ancora niente. I responsabili dell’operazione forniscono ben quattro versioni diverse sui motivi del ritardo: le condizioni dell’areoporto di Axum, il problema dei monsoni, la difficoltà di trovare l’aereo adatto. Ma, soprattutto, la mancanza di soldi. Dal milione e mezzo di euro preventivato nel 2002, la cifra è lievitata fino a 10 milioni. Che dovrebbero essere assegnati dal ministero del Tesoro. Ma allora perché l’obelisco, in attesa di una decisione certa, non è stato lasciato in piedi in mezzo alla piazza?
MINISTERO DEGLI ESTERI - Per il ministero degli Esteri il problema da risolvere è quello di reperire un aereo in grado di sollevare oltre 50 tonnellate di peso. «Abbiamo scartato la soluzione via mare», fa sapere Manuel Iacoangeli, consigliere del ministero degli Esteri con l’incarico di occuparsi della questione «perché gli unici porti praticabili, quelli eritrei, sono inaccessibili a causa delle ostilità tra Etiopia ed Eritrea. L’aereo più adatto sarebbe il Galaxy, ma i vettori di questo tipo, in dotazione alle forze armate americane, sono tutti impegnati in Iraq».
Poi c’è il problema dell’ aeroporto di Axum. Costruito cinque anni fa in previsione del ritorno del monumento, non regge un peso superiore alle 55 tonnellate. È quanto afferma il professor Giorgio Croci che ha guidato l’équipe di tecnici incaricati di smontare la stele. Croci ha fatto anche i sopralluoghi ad Axum. «L’aeroporto - dice - si trova a 2300 metri sul livello del mare e la rarefazione dell’aria a questa altitudine obbliga gli aerei ad atterrare più velocemente, quindi c’è qualche dubbio sulla lunghezza della pista. Si tratta di verificare con esattezza il rapporto tra peso, lunghezza della pista, altitudine e velocità di atterraggio».
I risultati di questo rapporto non sono del tutto rassicuranti. Tanto più che non si tratta di un unico atterraggio, ma di almeno quattro voli consecutivi. «Dobbiamo effettuare un volo per ogni blocco dell’obelisco - specifica Croci - più un volo per le attrezzature. Bisogna infatti portarsi dietro anche le gru per tirare giù i blocchi dall’aereo, i carrelli speciali, i camion per il trasloco dall’aeroporto alla città di Axum». Al ministero degli Esteri hanno preso in considerazione anche l’ipotesi di un atterraggio ad Addis Abeba. «Per trasportare via terra i blocchi», spiega Iacoangeli. «Ma il percorso è veramente impervio, quindi il dottor Proietti ha escluso questa soluzione».
MINISTERO DEI BENI CULTURALI - Giuseppe Proietti, direttore generale del ministero dei Beni culturali e responsabile dell’operazione per la parte di competenza del suo ministero, spiega: «Le strade non esistono più. Quando nel 1937 l’obelisco venne trasportato a Roma, furo

 
Due anni di Occupazioni Non Conformi PDF Stampa E-mail
Scritto da noreporter   
Giovedì 15 Luglio 2004 01:00

Il 15 luglio 2002 veniva occupata Casa Montag. L’anno successivo sono nati Foro 753 e Casa Pound. Poi è stata la volta di Casa Italia. Oramai è una vera e propria tendenza politica d’avanguardia socialrivoluzionaria.

Due anni fa, il 15 luglio, un pugno di giovani principalmente impegnati nell’alternativa artistica e musicale (si pensi agli Zetazeroalfa) occupavano alle porte di Roma una Casa del Fascio, poi divenuta scuola elementare e oramai abbandonata e lasciata andare in rovina. Casa Montag – dal nome del protagonista di Fahrenheit 451, romanzo cult e nome dell’associazione promotrice dell’occupazione – sarebbe divenuta il centro dell’altraestate romana oltre che una fucina di iniziative sociali e di rifugio per animali abbandonati. Casa Montag fece tendenza. Per analogia nacque il Foro 753 ed entrambi i centri sociali si federarono sotto la sigla di Occupazioni Non Conformi.

Lo scorso dicembre il salto: le occupazioni non più come luogo d’incontro, d’iniziativa e di organizzazione ma come trincea sociale, per dare un tetto agli italiani espropriati dalle banche e dalle multinazionali. Di qui Casa Pound e, recentissimamente, Casa Italia.

Nel solco di Fiume e dello squadrismo, nella linea retta Corridoni-Mussolini-Marinetti-Berto Ricci-Pavolini prendeva forma un nuovo avanguardismo sociale e rivoluzionario, un approccio alla lotta definito come “attivismo realista” o “nichilismo creativo”. E ci troviamo probabilmente solo agli inizi di un fenomeno che promette di crescere parecchio.

Sabato 17, alle ore 21, si festeggerà il compleanno di Casa Montag, 8° chilometro della via Tiberina, numero 801.

Si esibiranno

Hate for breakfast

Hobbit

Innato senso di allergia

Macchina targata paura

 
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