Ricerca

Dossier Ricerca

Partner

orion

Centro Studi Polaris

polaris

 

rivista polaris

Agenda

<<  Settembre 2019  >>
 Lu  Ma  Me  Gi  Ve  Sa  Do 
        1
  2  3  4  5  6  7  8
  9101112131415
16171819202122
23242526272829
30      

NOEVENTS

Altri Mondi

casapound
Comunità solidarista Popoli
L'uomo libero
vivamafarka
foro753
2 punto 11
movimento augusto
zetazeroalfa
la testa di ferro
novopress italia
Circolo Futurista Casalbertone
librad

Sondaggi

Ti piace il nuovo noreporter?
 
Storia&sorte
Il giorno della Memoria PDF Stampa E-mail
Scritto da Il Messaggero   
Mercoledì 21 Luglio 2004 01:00

Roma ricorda i “liberatori”. Una manifestazione popolare si è svolta nel quartiere San Lorenzo per commemorare le vittime civili del terrorismo angloamericano.

Prima le immagini di Felipe Goycoolea, cento anni di vita di un quartiere che non ha mai voluto cancellare completamente le cicatrici di quel bombardamento, 19 luglio '43, che uccise centinaia di persone disarmate. Poi le parole di Ascanio Celestini e il suo lungo monologo in "Roma Clandestina", per recuperare alla memoria le emozioni di una città occupata dai nazisti attraverso il racconto del massacro delle Fosse Ardeatine. San Lorenzo quest'anno, il sessantunesimo da quella data lontana, ha voluto commemorare così le vittime, tantissime, di quella strage. E ieri sera ancora una volta in piazza, in quel piazzale Tiburtino gremito di gente, tanti giovani seduti a terra, e ancora una volta in mezzo alla gente, per ricordare quello che ogni romano non dovrebbe dimenticare mai. «La memoria di un quartiere come questo, di una così forte e manifesta vocazione all'antifascismo, non può essere persa ma va tramandata- spiega Orlando Corsetti, presidente del III Municipio che ha organizzato l'iniziativa - e anche per questo lo scorso anno abbiamo realizzato un libro su questa vicenda e ieri sera ne abbiamo distribuito gratuitamente 300 copie». Si è cominciato con i colori del tramonto, intorno alle 20, a fare da sfondo alle immagini di un filmato realizzato da un giovane abitante del quartiere, Felipe Goycoolea. Una decina di minuti per volare dalla San Lorenzo di cento anni fa a quella attuale, passando per il bombardamento, il '68 vissuto intensamente dagli studenti dell'università La Sapienza, fino a Ciampi e Veltroni che, l'anno scorso, presenziarono la commemorazione del 60° anniversario. Poi, dopo le parole di alcuni, come Gaetano Bordoni superstite di un'intera famiglia massacrata, tra quelli che quel giorno c'erano e ancora oggi riescono a trovare le parole per raccontarlo, una pausa di musica jazz, per riportare un po' di armonia alla piazza. Infine le parole del testo teatrale di Ascanio Celestini. Un racconto dalla comicità amara e struggente che non riesce a trattenere l'orrore per quei 335 morti delle Fosse Ardeatine, simbolo di ogni violenza subita da questa città durante la seconda guerra mondiale.
 
Delitto Matteotti: invenzioni vecchie e nuove. PDF Stampa E-mail
Scritto da Mirco Ceselin   
Martedì 20 Luglio 2004 01:00

La vicenda del celebre “martire antifascista” torna d’attualità allorché la TV italica riscopre illazioni e falsità che di storico hanno ben poco ma che pure fanno molto comodo alla vulgata dominante. La Repubblica "nata dalla resistenza" continua a spargere menzogna per evitare salutari "crisi di rigetto" da parte del popolo "cornuto e mazziato".

Anno sfortunato, anno scocciante, anno insopportabile questo 2004:
esso fa cifra tonda con troppe ricorrenze spiacevoli, tra le quali
quella del "D Day" non è l'unica, almeno per noi. Ricordo di aver già
dedicato qualcosa - su Rinascita - al rapimento e all'uccisione del
deputato socialista Giacomo Matteotti, avvenuta il 10 giugno 1924,
per l'appunto.
Quello di Giovanni Minoli è un televolto più ingrassato che nuovo e
non è nuova la tesi proposta dal programma da lui presentato (RAI
EDUCATIONAL, "LA STORIA SIAMO NOI", ore 8,15-9, giorno 9 giugno) tesi
che sostiene l'esistenza di una mazzetta versata dalla compagnia
petrolifera americana Sinclair Oil al governo Mussolini, con
l'intenzione di aggiudicarsi la possibilità di effettuare ricerche in
esclusiva su alcuni territori della Sicilia e della pianura padana.
Tutto ciò è francamente inattendibile, visto che dette ricerche non
ne è rimasta traccia, e le concessioni non si comprano per nulla.
D'altronde l'istituzione dell'AGIP alla fine degli anni 20 ed il
successivo sfruttamento dei pozzi albanesi (Elbasan) non fanno che
rinforzare la smentita: Gli storici chiamati in causa durante la
trasmissione (le solite vecchie ciabatte marx-papiste) non si sono
mai chiesti dove l'Italia si procurasse il greggio che le era
necessario? Sempre più dalla vicina Romania, sempre meno negli Usa ma
questo non l'hanno detto, naturalmente.
In sé e per sé certe cose - tanto evidenti - dovrebbero essere facili
da appurare, ma di fatto lo sono meno: la democrazia è corrotta?
Come vedete lo era anche il fascismo: questo è ciò che i media
cercano di fare credere alla gente.
Finora non abbiamo spaziato tra le novità sensazionali, come vi
sarete accorti. È il programma televisivo, l'analisi e le conclusioni
che esso propone, ad invitare alla più energica delle contestazioni,
al di là di quelle che furono le ragioni che determinarono
l'aggressione dell'esponente socialista. Secondo Minoli, che sembra
palare a memoria, Matteotti fu volutamente fatto sopprimere da
Mussolini, perché non rivelasse al Parlamento la storia di corruzione
 

Quando l’Italia difendeva l’indipendenza irakena PDF Stampa E-mail
Scritto da Claudio Mutti   
Lunedì 19 Luglio 2004 01:00

Iraq: una nazione destinata ad essere la “trincea d’Eurasia”, vittima predestinata delle brame di potere britanniche e statunitensi. Eppure pochi sanno che già nella guerra del Sangue contro l’Oro (1939 – 1945) Bagdad fu protagonista dello scontro tra le potenze mondialiste ed i paesi dell’Asse, sostenitori dell’indipendenza irakena. Cronache dai tempi in cui sceglievamo le buone guerre…

Con la spartizione del bottino ottomano al termine
della grande guerra, la Gran Bretagna si prese tra l'altro anche la
Mesopotamia, regione ricca di giacimenti petroliferi e tappa
indispensabile per i collegamenti con l'India. Era nato così il
mandato britannico, cui nel 1921 era succeduta la finzione del "Regno
dell'Iraq", affidato al regolo collaborazionista Faysal ibn Husayn.
Alla Gran Bretagna restava comunque garantito il controllo del paese
grazie ad un trattato che le consentiva di mantenere basi aeree a
Habbâniyyah e a Shwaybah, nonché di utilizzare fiumi, porti,
aeroporti e ferrovie irachene per il transito di forze armate e
rifornimenti militari.
Alla vigilia del secondo conflitto mondiale,
governava l'Iraq il reggente `Abd el-Ilâh, zio del re-bambino Faysal
II. Tuttavia nel paese erano molto forti il sentimento antibritannico
e le simpatie per il Terzo Reich, tanto che proprio a Bagdad si erano
rifugiati numerosi militanti palestinesi e lo stesso Gran Mufti di
Gerusalemme, Hâjj Amîn al-Husaynî. La rottura delle relazioni
diplomatiche con la Germania, decisa dal governo collaborazionista  

“Volveràn banderas vitoriosas” PDF Stampa E-mail
Scritto da noreporter   
Domenica 18 Luglio 2004 01:00

Sessantotto anni fa il “levantamiento” spagnolo contro la Repubblica terroristica segnava l’avvio di una guerra civile che si sarebbe prolungata per due anni e otto mesi. Perché i “nacionales” ebbero la meglio.

Sessantotto anni fa mezza Spagna si ribellava alla Repubblica dittatoriale che era in procinto di regolare i conti con i suoi nemici mediante violenza e sterminio. Cosa che avrebbe continuato a fare durante la stessa guerra civile allorquando massoni e comunisti massacrarono scientificamente anarchici e operaisti. A scatenare la rivolta fu l’uccisione per strada del leader di destra Calvo Stelo. In precedenza erano stati incarcerati, esclusivamente per ragioni ideologiche, il capo falangista José Antonio Primo de Rivera e il capo delle Jons, Ledesma Ramos che vennero successivamente assassinati. Il “levantamiento” fu stroncato nel sangue e nell’orrore. Riuscì solo in Galizia e in Navarra. Inoltre, in Castiglia, i cadetti riuscirono a tenere l’Alcazar di Toledo che sarebbe divenuto poi il simbolo della resistenza e della vittoriosa controffensiva. La Spagna nazionale era però del tutto impreparata e non sarebbe mai riuscita a superare l’esito del tragico e leggendario 18 luglio se un tenente colonnello di stanza a Siviglia, Queipo de Llano non fosse riuscito ad impadronirsi del comando locale mettendo agli arresti uno a uno i suoi superiori di fede repubblicana e non avesse vinto la guerra psicologica tramite una genialità propagandistica degna del miglior Goebbels. La tenuta dell’Andalusia assicurata da Queipo de Llano, un vero e proprio colpo di poker, tenne aperta la via per lo sbarco dal Marocco delle guarnigioni di Franco e Milan de Astray. La guerra civile, iniziata ufficialmente quel 18 luglio, sarebbe durata due anni e mezzo, concludendosi il 1 aprile 1939. Una guerra spietata nella quale, contrariamente alle solite leggende propagandistiche, fu la Repubblica l’incontrastata regina dell’orrore. In una sola notte a Madrid vennero uccisi undicimila civili per mano comunista. A Madrid e soprattutto a Barcellona i comunisti soffocarono nel sangue la voce dei loro più agguerriti alleati militari, in particolare anarchici, il cui capo indiscusso, Durruti, cadde, simbolicamente, lo stesso giorno di José Antonio, il 20 novembre 1936. L’apporto tedesco fu limitato e sostanzialmente volto allo studio tattico e strategico, più importante il contributo italiano alla causa spagnola mentre, dall’altra parte, l’Antispagna era sostenuta dall’Urss in modo massiccio, da diverse repubbliche sudamericane, da formazioni internazionali, dal governo francese (anche se moderatamente) e dagli stati Uniti. Da ambo le parti gli spagnoli diedero prova di un immenso valore. La causa nazionale vinse soprattutto perché l’esercito si divise e mentre da parte repubblicana, forse perché massoni, si schierarono gli alti gradi, furono gli ufficiali giovani ed i sottufficiali a prendere invece le armi nel “bando nacional” assicurando così un’ossatura disciplinare unica e formidabile.

 
Quest’America è davvero onnivora PDF Stampa E-mail
Scritto da Reuters   
Venerdì 16 Luglio 2004 01:00

Divoratrice di spazi, popoli e civiltà, l’America avrebbe conosciuto anche il cannibalismo durante la sua tanto decantata epopea: quella della corsa verso il Far West

Una scoperta archeologica nel deserto della Sierra Nevada ha portato in luce quelle che potrebbero essere le prove di un noto caso di cannibalismo nel Far West. Un focolare per cucinare e pezzi di ossa sono stati trovati nel luogo dove a metà dell'Ottocento rimase bloccato dalla neve il Donner Party, un gruppo di coloni partito dall'Illinois per raggiungere la California, e rimasto bloccato per mesi.
I ricercatori hanno detto che i frammenti di ossa ritrovati sono sufficientemente grandi per poter effettuare le analisi del Dna e per verificare se i resti appartengono a un essere umano. In tal caso sarebbe la prima prova evidente che membri del Donner Party praticarono il cannibalismo per sopravvivere durante quel lungo gelido inverno del 1846.
La carovana, composta di 81 persone, era partita in primavera per raggiungere le coste dell'ovest e come accade in tutte le storie di viaggi e avventure ci fu chi propose di prendere una scorciatoia. I pionieri raggiunsero la Sierra Nevada alla fine di ottobre ma rimasero intrappolati dalla neve.
Circa metà della carovana morì e si racconta che l'altra metà dovette nutrirsi della carne dei corpi dei compagni. Non solo, si dice che bollirono la pelle dei cadaveri per ricavarne il grasso e proteggersi così dal gelo, prevenendo l'assideramento.
La missione degli archeologi ora si è concentrata nella zona dell'attuale Tahoe National Forest a nord di Truckee, in Nevada.

 
Faccetta nera sarai delusa PDF Stampa E-mail
Scritto da Corriere della sera   
Giovedì 15 Luglio 2004 01:00

Obelisco di Axum, tre pezzi e quattro verità Si trova in una caserma della polizia, per trasportarlo in Etiopia servono 10 milioni. Che nessuno tira fuori

Non è in un deposito di Fiumicino, dove avevano detto che lo avrebbero portato al momento dello smontaggio. Da quando è scomparso da piazza di Porta Capena, nove mesi fa, l’obelisco di Axum si trova nel cortile della caserma di polizia di Ponte Galeria. I tre tronconi vi sono stati trasportati in gran segreto e lì giacciono ammucchiati sotto una coperta di tela cerata, legati stretti e guardati a vista dagli agenti che ogni giorno si chiedono quando verranno liberati da quella montagna di granito. L’obelisco era stato smontato in tre pezzi, nel novembre del 2003, per essere restituito all’Etiopia. Doveva esere imbarcato su un aereo nel marzo scorso. Invece resta sdraiato alle porte di Roma. E sulla data di partenza non si sa ancora niente. I responsabili dell’operazione forniscono ben quattro versioni diverse sui motivi del ritardo: le condizioni dell’areoporto di Axum, il problema dei monsoni, la difficoltà di trovare l’aereo adatto. Ma, soprattutto, la mancanza di soldi. Dal milione e mezzo di euro preventivato nel 2002, la cifra è lievitata fino a 10 milioni. Che dovrebbero essere assegnati dal ministero del Tesoro. Ma allora perché l’obelisco, in attesa di una decisione certa, non è stato lasciato in piedi in mezzo alla piazza?
MINISTERO DEGLI ESTERI - Per il ministero degli Esteri il problema da risolvere è quello di reperire un aereo in grado di sollevare oltre 50 tonnellate di peso. «Abbiamo scartato la soluzione via mare», fa sapere Manuel Iacoangeli, consigliere del ministero degli Esteri con l’incarico di occuparsi della questione «perché gli unici porti praticabili, quelli eritrei, sono inaccessibili a causa delle ostilità tra Etiopia ed Eritrea. L’aereo più adatto sarebbe il Galaxy, ma i vettori di questo tipo, in dotazione alle forze armate americane, sono tutti impegnati in Iraq».
Poi c’è il problema dell’ aeroporto di Axum. Costruito cinque anni fa in previsione del ritorno del monumento, non regge un peso superiore alle 55 tonnellate. È quanto afferma il professor Giorgio Croci che ha guidato l’équipe di tecnici incaricati di smontare la stele. Croci ha fatto anche i sopralluoghi ad Axum. «L’aeroporto - dice - si trova a 2300 metri sul livello del mare e la rarefazione dell’aria a questa altitudine obbliga gli aerei ad atterrare più velocemente, quindi c’è qualche dubbio sulla lunghezza della pista. Si tratta di verificare con esattezza il rapporto tra peso, lunghezza della pista, altitudine e velocità di atterraggio».
I risultati di questo rapporto non sono del tutto rassicuranti. Tanto più che non si tratta di un unico atterraggio, ma di almeno quattro voli consecutivi. «Dobbiamo effettuare un volo per ogni blocco dell’obelisco - specifica Croci - più un volo per le attrezzature. Bisogna infatti portarsi dietro anche le gru per tirare giù i blocchi dall’aereo, i carrelli speciali, i camion per il trasloco dall’aeroporto alla città di Axum». Al ministero degli Esteri hanno preso in considerazione anche l’ipotesi di un atterraggio ad Addis Abeba. «Per trasportare via terra i blocchi», spiega Iacoangeli. «Ma il percorso è veramente impervio, quindi il dottor Proietti ha escluso questa soluzione».
MINISTERO DEI BENI CULTURALI - Giuseppe Proietti, direttore generale del ministero dei Beni culturali e responsabile dell’operazione per la parte di competenza del suo ministero, spiega: «Le strade non esistono più. Quando nel 1937 l’obelisco venne trasportato a Roma, furo

 
Due anni di Occupazioni Non Conformi PDF Stampa E-mail
Scritto da noreporter   
Giovedì 15 Luglio 2004 01:00

Il 15 luglio 2002 veniva occupata Casa Montag. L’anno successivo sono nati Foro 753 e Casa Pound. Poi è stata la volta di Casa Italia. Oramai è una vera e propria tendenza politica d’avanguardia socialrivoluzionaria.

Due anni fa, il 15 luglio, un pugno di giovani principalmente impegnati nell’alternativa artistica e musicale (si pensi agli Zetazeroalfa) occupavano alle porte di Roma una Casa del Fascio, poi divenuta scuola elementare e oramai abbandonata e lasciata andare in rovina. Casa Montag – dal nome del protagonista di Fahrenheit 451, romanzo cult e nome dell’associazione promotrice dell’occupazione – sarebbe divenuta il centro dell’altraestate romana oltre che una fucina di iniziative sociali e di rifugio per animali abbandonati. Casa Montag fece tendenza. Per analogia nacque il Foro 753 ed entrambi i centri sociali si federarono sotto la sigla di Occupazioni Non Conformi.

Lo scorso dicembre il salto: le occupazioni non più come luogo d’incontro, d’iniziativa e di organizzazione ma come trincea sociale, per dare un tetto agli italiani espropriati dalle banche e dalle multinazionali. Di qui Casa Pound e, recentissimamente, Casa Italia.

Nel solco di Fiume e dello squadrismo, nella linea retta Corridoni-Mussolini-Marinetti-Berto Ricci-Pavolini prendeva forma un nuovo avanguardismo sociale e rivoluzionario, un approccio alla lotta definito come “attivismo realista” o “nichilismo creativo”. E ci troviamo probabilmente solo agli inizi di un fenomeno che promette di crescere parecchio.

Sabato 17, alle ore 21, si festeggerà il compleanno di Casa Montag, 8° chilometro della via Tiberina, numero 801.

Si esibiranno

Hate for breakfast

Hobbit

Innato senso di allergia

Macchina targata paura

 
Fai paura anche da vinto son vigliacchi senza nome PDF Stampa E-mail
Scritto da Vittorino Bernardi   
Martedì 13 Luglio 2004 01:00

Il costante aumento di coloro che ricordano i civili assassinati dalle bande partigiane ed il progressivo calo di coloro che manifestano il loro desueto “antifascismo” suggeriscono qualche autorità farisea di vietare le commemorazioni di Schio per il 2005

Se Comune e Comitato familiari vittime dell’Eccidio del 7 luglio trovano l’accordo potrebbe saltare il raduno 2005 Verso la riconciliazione con i nostalgici Intanto continua la polemica di Rifondazione: « Il sindaco non ha avuto il coraggio di vietare il corteo»Schio
Quattrocento due anni fa, settecento lo scorso anno, mille domenica. Dalla prima edizione i partecipanti al raduno dei reduci della Repubblica Sociale di Salò, per ricordare l'Eccidio partigiano del 7 luglio '45 costato la vita a 54 persone, organizzato da Continuità Ideale e dall'Unc-Rsi sono più che raddoppiati. La città di Schio ha accolto con indifferenza il migliaio di persone arrivate da tutta l'Italia settentrionale. L'appello agli scledensi, lanciato la scorsa settimana dal sindaco Luigi Dalla Via, di restare a casa per dare un segnale di rifiuto agli ex repubblichini e simpatizzanti è stato raccolto, solo un centinaio di persone sono scese in centro per contestare, civilmente, con il presidio di Rifondazione comunista, la sfilata di nostalgici fascisti.
Ezio Simini, segretario locale di Rc, non ha risparmiato però critiche al primo cittadino per la posizione assunta sul raduno: «Al nostro sindaco è mancato il coraggio, perchè non ha fatto vietare la calata dei fascisti in città, come Veltroni ha fatto a Roma per la manifestazione nazista a favore di Priebke? Proviamo sdegno e dolore per la presenza fascista in città: nella nostra zona sono stati mille i caduti per la giustizia e la libertà dal nazifascismo. Senza contare i deportati e i torturati».
Domenica è filato tutto liscio, per la responsabilità di manifestanti e contromanifestanti e per l'enorme lavoro delle forze dell'ordine che hanno monitorato centro e immediata periferia. Il raduno dei reduci della Rsi dai numeri è stato un successo, ma potrebbe essere stato l'ultimo. Tra amministrazione comunale e Comitato familiari vittime dell'Eccidio è stato avviato un dialogo che potrebbe portare nei prossimi mesi a una pacificazione a 360 gradi per il prossimo 7 luglio, sessantesimo anniversario dell'Eccidio, sino a evitare una quarta edizione dei reduci della Rsi. Possibilista su questo è il più diretto interessato, Alex Cioni , coordinatore regionale di Continuità Idaele e "anima" dei raduni che tanto fanno discutere: «I nostri raduni hanno lo scopo storico di ricordare agli scledensi il tragico evento di sangue. Se l'amministrazione troverà modo con il Comitato familiari di ricordare in veste ufficiale dal prossimo anno le 54 vittime dell'Eccidio, trarremo le nostre
conclusioni e tra queste c'è la rinuncia a organizzare il quarto raduno. Non ci resta che attendere quanto scaturirà dai prossimi incontri tra amministrazione del sindaco Luigi Dalla Via e il Comitato familiari».

 
Bill Clinton: una vita da bugiardo? PDF Stampa E-mail
Scritto da Stefano Vernole   
Martedì 13 Luglio 2004 01:00

L’uscita del libro dell’ex presidente degli Stati Uniti Bill Clinton – «My life»- ha costituito la scorsa settimana un evento di grande importanza per le masse italiote teleguidate, al punto che lo stesso ex inquilino della Casa Bianca ha dichiarato che se potesse si ricandiderebbe alle elezioni politiche proprio nel nostro paese.

E il successo, stiamone certi, non potrebbe mancare, se come risulta da una recente interrogazione parlamentare nell’aprile 1999 bastò una semplice telefonata di Clinton per convincere l’allora presidente del Consiglio Massimo D’Alema a portare l’Italia in guerra contro la Federazione Jugoslava.
Qualcuno dovrebbe però far notare al sig. Clinton che la sua carriera presidenziale è stata a tal punto infarcita di bugie ed omissioni da risultare la sua credibilità altamente compromessa.
Non ci riferiamo ovviamente allo scandalo Lewinski, in quanto soltanto in una nazione profondamente integralista (puritana) dal punto di vista religioso come gli Stati Uniti un presidente può rischiare l’impecheament per una scappatella con la segretaria e non ad esempio per un embargo economico che ha provocato la morte di oltre un milione di persone in Iraq.
E nemmeno ai tanti scandali finanziari conditi da strani omicidi che hanno contrassegnato la carriera affaristica della coppia Bill-Hilary.

No, qui si vuole rievocare una circostanza che avrebbe potuto cambiare le sorti della storia, cioè la mancata cattura del presunto nemico numero 1 degli Stati Uniti e dell’Occidente: Osama Bin Laden.
Già, perché nella sua autobiografia Bill Clinton asserisce di aver cercato di uccidere lo sceicco saudita in più di una circostanza, forse sapendo che proprio questa è stata invece la sua “disattenzione” più grave.

Ma ricostruiamo lo scenario con calma.
A partire dal 1996 il Dipartimento di Stato americano indica in Bin Laden uno dei maggiori e più pericolosi finanziatori del terrorismo islamico, al punto che nel 1997 la CIA organizza a Peshawar un piano per catturarlo ma improvvisamente l’operazione viene sospesa.
Non c’è da stupirsi, perché già l’anno prima il governo del Sudan aveva espresso la volontà di consegnare il miliardario saudita alle autorità statunitensi, ma Washington aveva declinato l’offerta più volte(1).
Offerta che, secondo l’agenzia “Reuters”, il governo di Khartoum ripropose all’intelligence saudita il 6 novembre 2001.
Mentre è il “New York Times” del 30 luglio 1999 (a firma James Rusen) a informarci che prima del bombardamento nordamericano delle industrie farmaceutiche di Al-Shifa, le autorità sudanesi avevano arrestato due estremisti islamici legati a Bin Laden e sospettati di essere gli esecutori materiali degli attentati alle ambasciate statunitensi in Kenya e Tanzania.

La risposta di Clinton fu la distruzione delle principali fabbriche di medicinali del Sudan, un crimine odioso che porterà alla morte di migliaia di persone impossibilitate a curarsi per l’assenza di medicinali.
L’esimio scrittore Noam Chomsky riferisce in proposito di alcuni promemoria dell’FBI che rivelano come la decisione di non collaborare con il governo di Khartoum giunse dopo un durissimo scontro tra la stessa agenzia statunitense e il Dipartimento di Stato; fu quest’ultimo che volle invece dare avvio all’azione punitiva.
La stessa CIA conferma come il Sudan volesse consegnare «un considerevole archivio informatico su Bin Laden e più di duecento esponenti di primo piano della rete terroristica Al Qaeda negli anni precedenti agli attacchi dell’11 settembre … E’ ragionevole supporre –dichiara la CIA- che se fossimo stati in possesso di queste informazioni forse saremmo riusciti a prevenire gli attacchi»(2).
Malati di fantapolitica?

Per fortuna ci viene in soccorso un autorevole giornalista italiano, il filoamericano Cesare De Carlo, quando sulle colonne del “Resto del Carlino” - nel malcelato tentativo di difendere la ”Dottrina Bush” - cita un recente libro dello scrittore statunitense Richard Miniter(3): «Gli americani continuano a sostenere il loro presidente. San

 
1982: Italia campione del mondo PDF Stampa E-mail
Scritto da noreporter   
Domenica 11 Luglio 2004 01:00

Era l’11 luglio, anche allora domenica. L’ultima impresa del nostro calcio venne compiuta dalla generazione a cavallo tra i calciatori uomini e la nidiata di viziatissime stellette. Contro tutto e tutti, anche contro l’effetto Pertini.

Madrid, 11 luglio 1982. Zoff alza la Coppa poi la passa ai suoi compagni di squadra. Al capocannoniere Paolo Rossi (appena uscito da una lunga squalifica per le partite truccate, cosa di cui si dimentica troppo facilmente quando si erge a moralista). E soprattutto ai tre che fornirono l’ossatura vincente: Scirea, Tardelli e Bruno Conti.

Un’Italia senza credito, dopo aver resistito al caldo infernale del girone di qualificazione a Vigo e La Corugna dove si giocava alle due solari (legalmente le quattro) schiantò l’Argentina di Maradona e travolse il favoritissimo Brasile. Con il vento in poppa regolò i suoi conti con la Polonia di Boniek e giunse in finale con la mai doma Germania. A questo punto il presidente della Repubblica, Sandro Pertini, si precipitò in Spagna per strumentalizzare il successo che si considerava sicuro. Tutt’Italia fece gli scongiuri. L’ex comandante partigiano che emetteva cinicamente condanne di morte a dir poco molto alla leggera, era da tempo considerato uno “iettatore”. Ogni suo intervento pubblico era preludio di un dramma o di una catastrofe. La fama si era rafforzata quando il Pertini era giunto trionfante ad assistere al salvataggio di un bambino caduto in un pozzo artesiano. Ma proprio al sopraggiungere del Pertini il disgraziatissimo fanciullo sprofondava ulteriormente e andava incontro a una morte orribile.

Neanche a Madrid la fama pertiniana si smentì perchè Cabrini sparò fuori il rigore assegnatoci. Tuttavia quell’Italia era troppo forte e motivata per cedere alla mala sorte e ai suoi portatori. Vincemmo 3 a 1 e mettemmo il terzo sigillo sull’albo mondiale. Il grande artefice dell’impresa fu Enzo Bearzot, uomo arcigno, leale, duro, convinto, concreto e stupendamente semplice. Il friulano era inviso alla critica sofisticata che già era prigioniera degli schemi più banali del “calcisticamente corretto”. Uomo di razza Piave, vinse malgrado la fronda dei giornalisti, anche e soprattutto contro di loro. Altri tempi: già tempi di passaggio ma con uomini ancora non del tutto marciti.

 
Santa Santa Evita PDF Stampa E-mail
Scritto da Mauro Sartori   
Sabato 10 Luglio 2004 01:00

188º anniversario dell'indipendenza argentina. Ricordiamo con grande affetto questa nazione che accolse fraternamente molti europei perseguitati dai vincitori della 2ª guerra mondiale.

Il testo accluso è di "non piangere per me argentina", composta in occasione dei funerali di Evita Peron.
NO LLORES ARGENTINA!!!! NO PIERDAS LA ESPERANZA...TU GENTE TE AMA!!!
POR SIEMPRE!!!

POR LOS QUE LUCHAN,
POR LOS QUE DAN SIN MOSTRARSE,
POR LOS QUE A DIARIO OPTAN POR ESTA TIERRA NUESTRA,
POR LOS CAMPESINOS,
QUE MIRAN EN LA MAÑANA SUS TIERRAS Y DICEN SI,
.... AUN ME QUEDO AQUI.

POR LOS QUE SE VAN CON LAGRIMAS,
SABIENDO QUE SI HABRIA TRABAJO SE QUEDARIAN,
POR LOS AUSENTES,
POR LOS QUE SEMBRARON ESPERANZAS,
A PESAR DE SU SECUESTRO Y TORTURA,
POR LOS ANCIANOS QUE SIGUEN LUCHANDO,
A PESAR DE SUS CANSADOS HUESOS,
POR AQUELLOS MAESTROS,
POR LAS AMAS DE CASA,
POR LOS NIÑOS ,
POR LOS CARA SUCIAS,
POR LOS CREYENTES,
POR LOS QUE ESPERAN,
POR UN SOL DE JUSTICIA.

POR TODOS LOS QUE AÚN MANTENEMOS EL CONCEPTO PROFUNDO DE PATRIA!!!
HOY LEVANTAREMOS NUESTRAS COPAS,
PARA DECIR EN ESTE 2004
¡VAMOS PUEBLO ARGENTINO A PONERNOS DE PIÉ!,
SOÑEMOS SUEÑOS NUEVOS!!!

 
<< Inizio < Prec. 241 242 243 244 245 246 247 248 249 250 Succ. > Fine >>

JPAGE_CURRENT_OF_TOTAL

Noreporter
- Tutti i nomi, i loghi e i marchi registrati citati o riportati appartengono ai rispettivi proprietari. È possibile diffondere liberamente i contenuti di questo sito .Tutti i contenuti originali prodotti per questo sito sono da intendersi pubblicati sotto la licenza Creative Commons Attribution-NoDerivs-NonCommercial 1.0 che ne esclude l'utilizzo per fini commerciali.I testi dei vari autori citati sono riconducibili alla loro proprietà secondo la legacy vigente a livello nazionale sui diritti d'autore.