martedì 27 Febbraio 2024

A Nanni che è libero da ventinove anni

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Un ricordo che resta così presente

6 ottobre 1980
Lunedi mattina, ore 07,35: la radio-sveglia si accende con il notiziario Rai già incominciato. Stanno appena dando la notizia del ritrovamento del cadavere di Nanni appeso il pomeriggio precedente in una cella di Rebibbia.
Non ho mai creduto alle coincidenze ma non mi sono mai spiegato perché QUEL giorno dovesse iniziare per me con QUELLA notizia. In trance, salto giù dal letto, mi vesto prendo la moto e mi scapicollo nell’unico posto che in quel momento mi viene in mente: vado all’Azzarita, il liceo vicino a Piazzale delle Muse che Nanni aveva frequentato, a pochi metri da casa sua.
Non ricordo il tragitto, lo faccio automaticamente; non ricordo i pensieri, non potevo (così come non posso ancora oggi) capacitarmi che Nanni, il Fratellino (così ci chiamavamo scherzando), si fosse tolto la vita a due giorni dall’arresto.
Sono tutti di fronte alla scuola, in un silenzio assolutamente irreale, impietriti, congelati in sguardi che non dimenticherò mai. Qualche lacrima di un dolore ancora non compreso sino in fondo, le prime di una lunga serie, quelle che sarebbero venute dopo. Maurizio, prima di tutti, appoggiato ad una macchina, che guarda il portone di scuola senza vederlo, con il suo fisico imponente da mediano di mischia che in quel momento sembra invece una bambola di pezza. Cecio, Daffi, le ragazze…. già le ragazze: quelle che prima o poi si erano invaghite di lui, quelle con cui Nanni aveva avuto una storia, quelle che gli volevano bene e basta. Emanuela mi corre incontro, si, proprio quella Emanuela del diario, con cui, insieme a M., ad altri amici ed a colei che sarebbe poi diventata mia moglie avevamo trascorso il famoso fine settimana a Lavinio, guardandoci in faccia senza parlare, preoccupati per le sorti di un amico, di un Fratello, che due giorni prima sapevamo essere stato arrestato a Piazza Barberini. A quei tempi il cellulare non esisteva ancora, l’autopsia ancora non era stata fatta ma già girava la voce che Nanni e Luigi ne avessero prese tante, ma tante. Il resto è storia… ed ancora dubbio.
La mia mente però va a qualche giorno prima, una splendida giornata di fine settembre.
Ho custodito per 29 anni gelosamente questo episodio, anche perché da un lato non avrebbe mai avuto alcuna rilevanza giuridica in qualunque sede (se mai ve ne fosse stato bisogno), dall’altro perché era una sorta di “patto di sangue” stretto in un momento particolare, ed il patto in sé, al contrario, una rilevanza giuridica avrebbe potuto averla, eccome. Ne ho parlato per la prima volta una ventina di giorni fa con qualcuno che con l’allora TP ha avuto molto a che fare, e reputo giusto, oggi, condividere quello che per me è un fatto, oltre che una promessa.
Sto tornando a casa, in moto, Lungotevere, altezza Ospedale Santo Spirito: mi sento chiamare, rallento, mi volto e dietro di me Nanni, sulla sua MV 125, già abbondantemente ricercato che ride, come sempre, e mi fa cenno di accostare.
Scendiamo e ci mettiamo a parlare. Inizialmente di cose “leggere”, vista la sua situazione, e poi con lui la risata è sempre stata facile (è riuscito a farmi ridere persino durante uno scontro…). Poi le facce si fanno serie e si comincia a parlare di Bologna, è inevitabile.
La convinzione diffusa e la nostra, in particolare, è che nessuno di “noi” avrebbe mai compiuto quel gesto, anche se quell’ignobile strage era già targata “di chiara marca fascista”, come tutte le cose peggiori questo mondo, allora.
Ma non volevamo, non potevamo credere che un camerata, si un camerata, per quanto esaltato, per quanto fuori di testa, per quanto sotto pressione in anni in cui ancora si rientrava a casa con qualcosa in tasca, semplicemente per avere la certezza di tornare a casa, avrebbe mai potuto avere la più pallida idea di far saltare in aria una stazione dove avrebbe potuto trovarsi chiunque. La logica del terrorismo, anche il più improvvisato, non è mai stata uguale a quella dello stragismo. Il terrorista individua il bersaglio, lo segue, ne controlla gli spostamenti e le abitudini, agisce. Lo stragista, come oggi sappiamo bene, più morti fa e meglio è. E quella fu strage, una cosa di cui non avevamo mai sentito neanche parlare in ipotesi, a differenza di altre azioni dichiarate (o spacciate) come terroristiche, come “atti di giustizia”, come azioni dimostrative.
Rimaneva però un dubbio: erano ancora anni in cui una certa politica (in realtà un’area vasta degli ambienti politici di destra) era inquinata da infiltrazioni, da strani soggetti di cui non si capiva la provenienza ma di cui si avvertiva invece la costante presenza, da ceffi che non si capiva esattamente di cosa vivessero, ma che in compenso ci trovavamo tutti i giorni seduti al bar di Piazzale, e che ogni tanto sparivano con quelli che in qualche modo consideravamo “pericolosi marginali” fra di noi.
Parliamo con Nanni di queste persone, nomi, cognomi, facce ancora perfettamente impresse nella mente.
Forse qualcuno di loro… di quelli che inquinano, di quelli che non capiamo cosa ci stiano a fare eppure ci stanno…
Il nostro incontro, in mezzo alla strada, non può protrarsi più di tanto, ma la decisione è presa, in un attimo, prima di abbracciarci e lasciarci: se mai avessimo la prova certa che questa porcata ha visto coinvolto qualcuno di noi, beh… ci facciamo giustizia da soli. E’così che le cose vanno in questi giorni. Ci salutiamo, riprendiamo le moto e ripartiamo. La questione era aperta.
Non ho più visto Nanni, il Fratellino, se non nei miei ricordi quotidiani. Non c’è una mattina che, svegliandomi con i notiziari, non riviva quel terribile destarsi di 29 anni fa.
Sei anni dopo leggo sui giornali che Piccolo Attila sarebbe stato coinvolto nella strage: incredibile, vergognoso, schifoso. Certo, con un morto è facile prendersela, non può più difendersi. E’ sempre stato evidente che i magistrati non immaginassero che senso comunitario, vincoli di fratellanza, onore e rispetto fossero ancora di casa.
Con Maurizio ci sentiamo, parliamo, lui è in contatto con la famiglia.
Improvvisamente la notizia: quella della famosa partita di football giocata a Castel San Giorgio. Ci sono degli articoli, delle foto, le composizioni delle squadre, i touch down realizzati.
C’è un amico al Messaggero, nella redazione romana, è di sinistra ma persona onesta. Andiamo da lui, portiamo le carte, comunichiamo che ben pochi di quelli che giocarono la partita sono pronti a testimoniare, ma qualcuno c’è.
Per lui è sufficiente: pubblica il giorno dopo. La magistratura archivia immediatamente l’inchiesta, in punta di piedi e senza far rumore; Maurizio, che aveva svolto il servizio nell’Arma, viene convocato in luogo abbastanza noto (ma non ai più) nei pressi di Via Barberini, dove qualcuno gli ricorda che Carabiniere è per sempre e gli pone domande sul perché di questo suo comportamento “deviante” (ma come!). Io, al contrario, non ricevo nessuna comunicazione, formale o informale, ma in compenso vengo a sapere che qualcuno sta rimestando nel mio fascicolo per trovare qualcosa. Non è mai accaduto nulla, non c’era più ragione, ormai il martire si era pienamente difeso e la menzogna crollata.
E’ solo un episodio, piccolo piccolo, ma che racconta un pezzo di storia e, forse, lascia dietro di sé alcune spiegazioni: oggi sappiamo bene che le cose non sono mai andate come hanno voluto farci credere; sappiamo che chi è stato condannato per l’ignobile strage è innocente; sappiamo quanto gli apparati dello Stato si siano mossi ad ogni livello per mascherare la realtà.
Ma in me, ogni giorno, rivivono due ricordi: quello di un Fratello che si allontana sulla moto, un Fratello che non avrei più rivisto, e quello di una promessa fatta, e fortunatamente mai mantenuta perché superata dalla storia.

A Nanni, nel 29° anniversario della sua libertà, ed a Maurizio, che se n’è andato qualche anno fa su un campo da rugby, la sua eterna passione.

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