venerdì 19 Aprile 2024

Acqua di colonia

Dei dementi delirano a proposito del colonialismo italiano. Rammentiamo come stanno le cose

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La più patetica e incapace sinistra espressasi nella storia del mondo ha appena partorito un mostriciattolo. Si tratta della proposta di legge presentata dalla Boldrini, Fratoianni e i Cinque Stelle, con l’immancabile benedizione del circo Anpi, con cui si richiede una condanna dell’Italia per i crimini del suo colonialismo.
Siamo addirittura oltre le comiche e ogni scusante d’ignoranza crassa. Ci hanno abitati alla malafede ma ci sono dei limiti: offrire così la gola a giustificazione delle aggressioni omicide che sono il risultato del mangia mangia delle loro associazioni buoniste, non è accettabile. Non lo sarebbe neppure se ci fosse un reale fondamento al mea culpa, e questo lo si può inidividuare magari in Inghilterra, in Francia, in Belgio, ma non da noi.

Come fu il nostro colonialismo
Sicuramente usammo contro i ribelli libici l’iprite, che non è ammessa dalle leggi di guerra, e forse anche contro le truppe etiopi, ma su questo non vi è certezza. È però una questione di lana caprina, perché non c’è stata e non c’è nessuna guerra in cui non siano state usate o non si usino armi proibite. Ridurre il nostro colonialismo a questi episodi è capzioso e grottesco. Cosa fu in realtà? Costruimmo strade, scuole, ospedali, proteggemmo i deboli contro i capi clan, abolimmo la schiavitù che era ancora in vigore, offrimmo perfino la cittadinanza ai libici. Le leggi razziali del 1938 dipendono in gran parte da questo – distinguere cittadinanza da nazionalità – e dal provare a frenare la fuga dei maschi italiani in Etiopia, Eritrea e Somalia a cercar moglie, visto che nessuna è più rompiscatole dell’italiana che si crede mamma non solo dei figli, ma del marito, del fidanzato e perfino degli amanti e dei clienti.
Il rapporto tra gli italiani e gli indigeni delle colonie fu sempre aperto e sintonico, perfino paritetico.
Sono rimaste emblematiche e da antologia le immagini dell’aeroprorto di Tobruk, passato di mano in mano nelle avanzate e ritirate africane. Quando era in mano nostra gli hangar erano aperti e insegnavamo il mestiere agli idigeni; quando era in mano britannica vi operavano a saracinesche abbassate affinché non carpissero i segreti.
Gli ascari servirono con lealtà e coraggio e continuarono a combattere contro gli inglesi anche dopo la nostra ritirata. Ci furono non uno, ma numerosi nostri Lawrence d’Arabia che scatenarono la guerriglia alla guida di truppe autoctone che li seguivano come un sol uomo.
Forse rammenterete che trent’anni fa, quando partecipammo a una missione internazionale in Somalia, un vecchio somalo attraversò l’intero paese a piedi, nell’uniforme di mezzo secolo prima, moschetto in spalla, per mettersi a nostra disposizione.
Un caso isolato? Assolutamente no.

Come ci considerano in Africa
A metà anni sessanta, mentre girava il film sulla decolonizzazione, la troupe di Africa Addio, guidata da Prosperi e Jacopetti, venne catturata da ribelli armati che mise tutti al muro per fucilarli. Quando li udirono parlare la nostra lingua, però, li abbracciarono chiamandoli fratelli e li lasciarono ripartire.
Anni fa conobbi qualcuno che, da giovane ufficiale si trovò ad operare nel nostro protettorato provvisorio di Somalia (1950-60). Mi raccontò che un giorno che gli ufficiali si trovavano a bordo della nave in porto, fu sconsigliato loro di scendere a terra perché c’erano turbolenze. Lo fecero tutti. Uno di loro aveva i capelli rossi e le lentiggini. Mentre si aggirava in città, un gruppo di somali cominciò a guardarlo male e a seguirlo, lui accelerò il passo e s’infilò in un dedalo di viuzze fino a quando si ritrovò in un vicolo cieco con gli inseguitori che avevano già estratti i coltelli. Gli sfuggi un “cazzo!” “Cazzo? Ma sei italiano, ti avevamo preso per un inglese!” E giù abbracci.

Che ne sanno, questi beceri, della nostra spinta liberatrice per il Terzo Mondo?
Non sono, queste, reazioni immaginabili da popoli che si siano sentiti vittime di crimini coloniali.
Peraltro gli ignoranti che ci vogliono insegnare la morale e farci rifiutare il nostro passato non sanno che la visione fascista del colonialismo era imperiale, tutt’altro che imperialista, e che sia Roma che Tokyo suscitarono i risvegli nazionali in Asia e in Africa, in una logica di scontro tra popoli poveri e imperialismo dei ricchi.
Non sono al corrente, questi incolti, del fatto che quasi tutte le cause nazionali anticoloniali del dopoguerra sono state suscitate proprio dal fascismo e ne rappresentano l’eredità. In Egitto di sicuro, ma in tutta l’area e perfino in Algeria.
Ignorano che l’anti-imperialismo e la Tercera Posición di lì vengono, come tutte le espressioni social-nazionali che hanno offerto le vere primavere arabe (che non sono gli autunni promossi dagli americani qualche anno fa). Né sanno, o forse, in questo caso fingono di non saperlo, che per neutralizzarle vennero sospinti prima il marxismo e poi il fondamentalismo religioso.
Cioè loro!

Non resta che invitarli all’unico gesto che si confà a loro
In qualunque caso, anche quando e dove abbiano dei fondamenti oggettivi (ovvero non in Italia), il pentimento e l’offerta delle chiappe sono stupidi e inopportuni per gli effetti a valanga che ne derivano. Peraltro tali pentimenti sono sempre viziati da preconcetti unilaterali. Basti pensare allo schiavismo che per secoli è stato, sì, sfruttato da bianchi, ma era un’impresa in alto stile dei tuareg. Così lo sfruttamento dei bambini, la corruzione, gli odi etnici e tribali, le eccisioni: tutto questo perché dovrebbe essere dimenticato? E come si fa a spacciarlo per colpa del colonialismo?
Ovviamente i tempi cambiano e così, come la “decolonizzazione” si è trasformata in una nuova colonizzazione assai peggiore della precedente, è possibile trovare all’opposto una nuova soluzione sinergica in una logica eurafricana. Ma sarebbe troppo pretendere che i nostrani commissari politici del ciufolo possano anche solo immaginare qualcosa di positivo.
Atteniamoci perciò nei loro confronti al fatto puro e semplice di questi giorni: chi ha la pretesa malata che l’Italia si fustighi per i suoi presunti crimini coloniali non ha scusanti né altre vie d’uscita che il tirare la catena ed evacuare rapidamente, insieme ai propri escrementi, sperando che poi i topi sappiano riconoscere loro da questi ultimi.

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