lunedì 17 Giugno 2024

Antifascismo? Sì grazie

Ci mantiene coesi

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La sentenza della Cassazione sul Presente a Ramelli lascia comunque spazio a interpretazioni repressive, purché disinvolte. Ma sulla disinvoltura delle Procure italiane si potrebbe scrivere un trattato.
Per il momento la cricca antifa ha comunque subito una sconfitta morale ed è stata sconfessata da quegli stessi poteri a cui si appella continuamente, il che è un fatto molto positivo.
Che si trasformi in una sconfitta dell’antifascismo o addirittura di una normalizzazione del fascismo, non è immaginabile in quanto il fascista-belzebù-cattivo-incolto-stupido-involuto è una figura insostituibile dell’intero apparato mentale del progressismo utopista che, senza di esso, non potrebbe più mantenere in vita la propria distopia senza trovare una scusante al suo continuo fallimento e un continuo rifugiarsi in calcio d’angolo indicando il pericolo del cattivo.
Ovviamente questo antifascismo del fascismo sa più nulla che poco, anzi sa più nulla che poco anche dell’antifascismo che fu: è roba da psicotici isterici, utile inoltre come formula opportunistica o come ricatto morale.
L’antifascismo, sia pure in questa formula deprimente, resterà dunque ben vivo.
E, io aggiungo, per fortuna!

Perché per fortuna?
Da quando la storia ci ha dato clamorosamente ragione, ovvero dal 1989, la destra radicale è scomparsa come proposte politiche e come linee. Si è semplicemente arroccata in opposizione a qualsiasi cosa di dominante: cultura, sistema, linguaggio, idee.
Grave ma non disperante, dato che questo ha comunque concesso di far erigere fortini in cui si ritrovavano e crescevano insieme persone antropologicamente affini. Purtroppo però, in questa inerzia sociologica e nel suo riflesso mentale psicorigido, il tutto si è anche riempito di sociopatici, psicopatici, isterici e analfabeti.
Si badi, però: non è stata prerogativa assoluta della destra radicale ma anche degli altri ambienti, visto lo sgretolamento delle relazioni sociali in atto.
Racchiusi in fortini autoreferenziali e privi di qualunque progettualità, i destroradicali si sono presto trasformati in destroterminali perché hanno mutuato tutte le devianze mentali ed emotive degli emarginati, il loro irrealismo, il loro messianismo, le loro frustrazioni.
Non c’è uno straccio di linea che sia una e c’è ben poca visione lucida di qualsiasi cosa.
Tant’è che, per affinità con frustrati e falliti altrui, in questi trentacinque anni, nella cosiddetta area, sono state veicolate tutte le parole d’ordine dei bottegai tristi e tutti i posizionamenti politici che sono andati in opposizione alle idee del mondo e ai progetti politici del fascismo: dall’antieuropeismo al sovranismo provinciale, dal liberismo dei poveri al suprematismo Wasp o, in alternativa, lo stracciomondismo da lotta di classe. Nessuna proposta, nessuna idea, nessuna affermazione, nessuna costruzione ideale e politica. Per sessant’anni quest’area aveva rappresentato l’avanguardia mondiale, da una trentina è invece alla retroguardia trinariciuta, almeno nel suo insieme generale.

Grazie al cielo l’antifascismo ha concesso di mantenere un collante. Morale, sentimentale, ideale, etico, se non politico.
L’antifascismo è una sfida, è una scomunica, è un ostracismo. Ovvero è tutto quanto ci ha mantenuti forti e coesi e ci ha lasciato la possibilità di agire – se mai ci riusciremo – per offrire di nuovo una linea al tipo umano che resta comunque il migliore e, nel prepolitico, nell’umano, nell’emotivo, lo conferma.
Va liberato dai dogmi, dai riflessi condizionati, dai posizionamenti acquisiti (s)ragionando su influenze altrui in modo altamente tossico. Se ci si riuscirà, questo avverrà perché, rispondendo alla sfida di chi vuol negarci l’identità, la terremo viva e la rafforzeremo.

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