domenica 14 Aprile 2024

«Armiamoci e partite»

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«Mi rallegro che la guerra è finita e che sia stata rapida e che abbiamo prodotto meno vittime di quanto si poteva temere». (Silvio Berlusconi, 10 aprile 2003)

Era già abbastanza stupefacente che un così lungimirante leader fosse capo del governo un anno e mezzo fa, quando abbiamo cominciato (e vinto!) la guerra. Ancor più stupefacente è che lo sia oggi, dopo aver preso una simile cantonata, essersi alleato per vincere con quelli che stanno perdendo, e che sia proprio lui a gestire la delicatissima fase di salvare ostaggi, dialogare, implorare prudenza e moderazione. La guerra è diventata – come sempre accade alle guerre – un ginepraio di azioni e reazioni, di porcate da ogni parte, un’infamia fatta del gioco al rialzo di tante infamie che paiono senza fine. Come un alien schifoso e sputacchiante la guerra «giusta», che poi così giusta non era, ne ha prodotta un’altra, e poi un’altra, e un’altra ancora, tanto che ora è difficile distinguere dove finisce la divisione corazzata e dove comincia il killer di bambini, dove sbaglia il missile intelligente e dove cominciano i rapimenti di donne. I testacoda semantici non sono pochi: si tende a distinguere la guerra (l’invasione dell’Iraq) dal terrorismo, fingendo candidamente che le cose non siano strettamente collegate. E’ un gioco delle tre carte planetario a cui gioca anche Putin, per cui l’orribile incendio del Caucaso è – a seconda delle convenienze – l’offensiva del terrorismo mondiale (per cui li attaccheremo ovunque, guerra preventiva) o una questione interna russa (per cui non fate domande e non rompete le palle).

Quel che sappiamo è che l’orrore rimane e si allarga: che si tratti di una guerra o di due guerre non è facile dire, ma non è che alla fine sia questione così importante; meno importante comunque del fatto che migliaia di innocenti continuano a morire, essere feriti, rapiti, sgozzati, sparati e bombardati.

E ora che la guerra (bombardare, invadere, «colpire e terrorizzare» e poi – cretini – conquistare «teste e cuori») è diventata un’altra cosa, ecco i migliori talenti e paladini della guerra chiedersi se per caso non la stiano perdendo. Se lo chiedono al Pentagono, se lo sussurrano mentre ammettono di non controllare il territorio (né in Iraq né in Afghanistan). Se lo chiede il Financial Times, che addirittura teorizza il ritiro delle truppe dei volenterosi. Se lo chiede il New York Times. Se lo chiede Sergio Romano sul Corriere della Sera: «Nessuno può dire se sia ancora possibile, in Afghanistan e in Iraq, raddrizzare la situazione». Se le parole hanno un senso, quel «raddrizzare la situazione» spaventa. Raddrizzare cosa? Dire: ok, come non fatto? Tornare a casa come da una vacanza e far finta di niente? Da qualunque parte la si guardi, pare che «raddrizzare» la situazione non sarà possibile: per l’odio innestato, per gli affari avviati, per i miliardi di dollari spesi, per le facce contrite, un po’ sperse, dei burbanzosi leader che in guerra non ci vanno, ma che la vendono a piene mani come un toccasana per tutti noi. Rimane, a ostentare la sicurezza del samurai, quel minuscolo staterello antifrancese e neocon (finanziato con fondi pubblici) che è Giuliano Ferrara. «Stiamo perdendo? No, stiamo combattendo, bene e con coraggio». Perbacco, questo sì che si chiama andare controcorrente. «Bene e con coraggio» è una bella espressione, che comprende forse (Ferrara non dice) anche le cartoline da Abu Grahib, gli affarucci della Halliburton, le armi chimiche di distruzione di massa che Rumsfield fornì a Saddam e che quello fece sparire nascondendole nei cadaveri dei curdi

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