giovedì 13 Giugno 2024

Buon anno? E perché?

Tra le prefiche e il me ne frego

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Nel Dialogo tra un venditore di almanacchi e un passeggere, scritto a Firenze nel 1832 e pubblicato nella raccolta Operette del 1834, Giacomo Leopardi riprende un tema già affrontato nel 1827 sullo Zibaldone. Il venditore di almanacchi ammette che a sua memoria le aspettative nell’anno entrante sono state regolarmente disattese e che ognuno ritiene di avere avuto più pesi che fortune nella vita passata sì da aspirare soltanto alla futura.
È questo il senso dell’aspettativa, della delega, della virilità smarrita. E sarà sempre questo.
A differenza della Weltanschauung e della Religiosità Indoeuropea che si fondano sull’Amor Fati e non si preoccupano di che cosa ci riserverà il futuro ma soltanto se sapremo far fronte felicemente alle prove sì da restare integri e intimamente liberi.

Recuperiamo quest’essenza e tutto andrà meglio. Esistenzialmente, spiritualmente e perfino politicamente, se di politica si può parlare a proposito delle formulette che si ripetono da tempo in qualcosa che assomiglia più a un lebbrosario ideologico che a un ambiente radicale.
Come potrebbe “l’anno nuovo” risolvere i disagi della decadenza se non lo facciamo da soli, noi?
Partendo da due massime inaggirabili: “Fai che quello contro cui nulla puoi, nulla possa contro di te”. “Se non cambieremo noi il mondo, almeno il mondo non ci cambierà”.
Perno in se stessi: tale è il segreto di ogni contesa e del genius della nostra stirpe. Se si diserta a questo non resta che implorare un intervento esterno che non avverrà mai. Di qui le distorsioni e le depravazioni che ho costantemente registrato e denunciato (antieuropeismo, stracciomondismo, complottismo mononeuronale, invidia, rancore, disfattismo brechtiano e sansoniano).

Una pessima copia, mal riuscita, del peggior armamentario comunista, privato però della sua volontà di potenza.
A tal punto che l’odio per il padre (definito Occidente) si è spinto a sognare salvifiche figure che incarnano dispotismi di schiavi, in “modelli” sempre ai limiti della civiltà mai raggiunta, fatti di masse multirazziali, abituate da secoli alla promiscuità animale, in cui si registrano, almeno ogni cinque anni, casi di cannibalismo seriale, retaggio ancor forte dello stadio di Caos primordiale. “Modelli” che non hanno mai saputo sacralizzare gli spazi, né esaltare la persona o la comunità. Orde improntate e informate al modello americano che cercano di copiare e di raggiungere e che vengono sorprendentemente indicate da alcuni come “alternative” o come “tradizionali”. Solo perché – per la presa di posizione delle forti lobbies musulmane – vietano il gay pride. Mentre affittano uteri, abortiscono, si drogano e si uccidono peggio che nello zoo di Berlino.

Oppure si sognano blocchi navali e la scomparsa del Soros di turno, come se il problema e la soluzione fossero lì. Ma lì devono essere individuati perché, quando si diserta l’impegno non si possono avere gli occhi d’aquila che guardano diritto nel sole. Non si possono comprendere le dinamiche (materiali e metafisiche) che determinano le situazioni nelle quali si vive sì da assumere il coraggio di affrontarle con pazienza, perseveranza e incrollabile volontà.
Meglio inventarsi balle grottesche come il “Piano Kalergy” senza chiedersi chi e perché abbia suggerito una tale demenza cui si abbocca senza batter ciglio.
Se il cuor manca, servono allora favolette con personificazioni degli impostori, dei cattivi, dei malvagi, di chi è causa di tutto il male. Basta allora concentrarsi per fare il malocchio…
Nulla di indoeuropeo. Il minimo che resta è il comportamento da prefiche (ovvero le donne che venivano pagate per i lamenti nei funerali greci) che è lo stile di espressione “politica” di un’area lamentosa e angosciata che riserva tutto l’odio della sua infelicità nei confronti di chiunque, nel suo mondo, in Italia, in Europa, fa qualcosa e non si arrende. Perché tale è il maggior problema dei disperati: la fede altrui. Fede che non abbisogna di speranza, quindi non ricorre a tarocchi o almanacchi.

Buon anno, allora, a chi non si pone il problema di che anno sarà, ma ritrova la filosofia del Me ne frego che rende liberi e centrati e si lascerà alle spalle le paturnie arrendevoli delle prefiche.

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