lunedì 15 Aprile 2024

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Alla scoperta ma dentro di noi

“Una routine quotidiana stabile? Prima era impossibile per me!”. Proprio come Roberto S., la maggior parte degli italiani soffre di diarrea ricorrente, dolori addominali e flatulenza, talvolta anche di stitichezza. I loro disturbi li limitano a tal punto da non riuscire a pensare di poter condurre una normale routine, figuriamoci riuscire a far fronte alle attività non programmate. Per loro, preoccuparsi di dove sia la toilette più vicina in caso di necessità rappresenta un vero e proprio stress.
Non solo devono fare i conti con la sofferenza a livello fisico, bensì spesso si sentono costretti a dover affrontare il problema da soli o vengono addirittura accusati di aver immaginato la loro condizione. La qualità della vita ne risente notevolmente. A molte persone con diarrea ricorrente, dolori addominali e flatulenza viene diagnosticata la cosiddetta “sindrome dell’intestino irritabile” solo dopo anni di frustranti diagnosi per esclusione.
Anche per gli scienziati questa condizione è rimasta a lungo un mistero. Mentre la medicina ha fatto enormi progressi e anche le malattie rare sono diventate curabili grazie alla scoperta di antibiotici, vaccini e nuovi principi attivi, la causa di questo disturbo è rimasta sconosciuta. Solo dopo la sorprendente scoperta di un ricercatore americano, a cavallo del nuovo millennio, il mistero dei disturbi intestinali ricorrenti e i misteriosi retroscena della sindrome dell’intestino irritabile sono finalmente diventati più chiari.
Come la sorprendente scoperta di un team di ricerca americano ha portato a una svolta epocale

A Boston, negli Stati Uniti, il dottor Alessandro Fasano e il suo team stavano già studiando da decenni il ruolo dell’intestino nello sviluppo di varie malattie. Nel 2000 fecero una scoperta tanto sorprendente quanto affascinante.
Il dottor Fasano e il suo team hanno scoperto che la barriera intestinale era insolitamente permeabile in un certo gruppo di pazienti con disturbi intestinali ricorrenti. Infatti, sono stati in grado di dimostrare la presenza di minuscole lesioni (chiamate microlesioni) nella barriera intestinale che consentivano il passaggio di agenti patogeni e sostanze indesiderate.
L’epitelio intestinale svolge un ruolo centrale all’interno di questa barriera intestinale. L’epitelio intestinale è costituito da un singolo strato di cellule molto vicine tra loro, le cosiddette cellule epiteliali intestinali.
Nei pazienti osservati dal dottor Fasano e dal suo team, questo strato di cellule epiteliali intestinali era più permeabile rispetto a quello delle persone sane. Il motivo è da ricercare nelle “tight junctions”: a causa dei danni più piccoli, le cellule epiteliali intestinali non erano più così ravvicinate come dovevano essere in alcuni punti. Ciò consentiva agli agenti patogeni di penetrare o attraversare la parete intestinale e di irritare il sistema nervoso enterico intestinale sottostante, causando in seguito disturbi intestinali ricorrenti come diarrea, dolore addominale e flatulenza. In altre parole, questi pazienti avevano un intestino troppo permeabile, che presentava una sorta di fori. Il dottor Fasano definì questo fenomeno “leaky gut”.
Come uno scienziato italiano ha fatto una scoperta sorprendente in grado di fornire un aiuto efficace per milioni di pazienti
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Ma anche se la causa della sofferenza di milioni di persone fu finalmente trovata, ciò aiutò solo parzialmente i pazienti colpiti. A quel tempo la medicina non aveva sviluppato alcun preparato efficace che potesse aiutare l’organismo a risanare l’intestino perforato e a guarire le microlesioni.

Solo nel 2009 il professor Guglielmetti ebbe un’idea geniale ma semplice allo stesso tempo. Il professor Guglielmetti aveva studiato per molti anni l’intestino irritato presso l’Università di Milano. Il suo ragionamento: perché non utilizzare un principio antico e molto semplice per promuovere le capacità di autoguarigione dell’organismo? Il semplice trucco che voleva utilizzare a tal scopo era già stato inventato nel 1882 da un farmacista di Amburgo di nome Beiersdorf: stiamo parlando del cerotto!
Se fosse possibile proteggere la barriera intestinale con una sorta di cerotto le piccole lesioni potrebbero sanarsi da sole e quindi ridurre nuovamente la permeabilità dell’intestino. Secondo tale ragionamento anche i sintomi causati dalle irritazioni, come diarrea, dolori addominali e/o flatulenza, potevano alleviarsi.

Ma come si applica un cerotto alla parete intestinale?
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Guglielmetti aveva un’idea anche per questo. A quel tempo erano stati condotti i primi studi con i probiotici, cioè i batteri “buoni”, sui pazienti con l’intestino irritato.
Tuttavia, gli effetti osservati differivano notevolmente tra i diversi ceppi di batteri. Molti non avevano mostrato alcun effetto, altri avevano addirittura peggiorato i sintomi. Solo alcuni ceppi selezionati avevano mostrato un leggero miglioramento dei sintomi individuali.
L’ipotesi di Guglielmetti era la seguente. L’effetto positivo che si poteva dimostrare con alcuni ceppi batterici era forse legato alla loro proprietà di proteggere la barriera intestinale come farebbe un cerotto? Se i batteri aderissero con sufficiente forza alle cellule intestinali, dovrebbero essere in grado di sviluppare un effetto simile a quello del cerotto sulle aree danneggiate della parete intestinale, cioè di proteggere la parete intestinale proprio come farebbe un cerotto.
Così il professore e il suo team si misero a lavoro. Nel corso di molti anni di intenso lavoro analizzarono vari ceppi nel modello intestinale per verificarne la capacità di aderire alle cellule intestinali.
Furono supportati dagli scienziati dell’azienda tedesca SYNformulas, che stava per mettere a disposizione il potenziale dei probiotici ad un ampio gruppo di potenziali pazienti attraverso il marchio Kijimea. La filosofia dell’azienda era quella di affidarsi senza compromessi ai risultati della ricerca scientifica. Solo i probiotici che potevano dimostrare la loro efficacia attraverso studi elaborati dovevano essere commercializzati con il marchio Kijimea. L’azienda di Monaco di Baviera era convinta che questo fosse l’unico modo per guadagnare la fiducia dei pazienti, ovvero con questo approccio medico così innovativo.
Così i team italiani e tedeschi condussero ricerche per molti anni prima di trovare finalmente quello che stavano cercando. E quando finalmente lo trovarono, persino loro non si resero conto in un primo momento della portata della loro scoperta.

L’effetto cerotto
Durante gli esperimenti con diversi ceppi batterici, un giorno si distinse un ceppo batterico molto speciale, chiamato B. bifidum MIMBb75. Laparticolarità di questo ceppo era che mostrava una capacità di adesione (attaccamento alle cellule intestinali simile al cerotto) molto superiore a quella di tutti gli altri ceppi batterici testati in precedenza. All’inizio i ricercatori stentavano a credere ai risultati: la forza di adesione era fino a 10.000 volte superiore a quella di altri ceppi, un valore incredibilmente alto!
I test di laboratorio dimostrano che il ceppo di bifidobatteri MIMBb75 ha una capacità di adesione alle cellule intestinali molto maggiore di tutti gli altri ceppi testati!
Poteva il B. bifidum MIMBb75 quindi rappresentare il ceppo che stavano cercando da tanto tempo? Rappresentava la speranza per milioni di pazienti affetti da intestino irritabile in tutto il mondo?
Per verificarlo, venne condotto uno studio scientifico secondo i più alti standard scientifici, il cosiddetto gold standard. Nel gold standard a una parte dei pazienti viene somministrato il principio attivo vero e proprio, mentre a un’altra parte viene somministrato un placebo, ossia una sostanza priva di principio attivo, che non differisce per sapore o aspetto dal principio attivo vero e proprio. Né i medici curanti né i pazienti stessi sanno se viene loro somministrato il verum (= vero principio attivo) o il placebo.
Purtroppo, solo pochi produttori di probiotici effettuano questi studi gold standard, perché la loro realizzazione è molto complessa e costosa, e i risultati sono spesso deludenti, perché, ad esempio, non è possibile determinare alcuna differenza tra verum e placebo.
Il risultato di questo studio è stato tanto impressionante quanto inequivocabile: nei pazienti con sindrome dell’intestino irritabile che hanno ricevuto B. Bifidum MIMBb75, è stato possibile determinare un miglioramento netto dei disturbi rispetto al gruppo di controllo con placebo. Il cosiddetto tasso di risposta, cioè la percentuale di pazienti che hanno registrato un miglioramento significativo dei sintomi, è stato del 57% nel gruppo B. Bifidum MIMBb75 – e solo del 21% nel gruppo placebo. Si tratta di un risultato davvero straordinario.

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