lunedì 4 Marzo 2024

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L’elezione di Bush messa in discussione negli Stati Uniti. Più di un’indagine attesta brogli inmassa commessi dalle compagnie private che computano i voti elettorali. Il Presidente avrebbe perso in modo schiacciante.

Estate 2005-2006. Il presidente Bush junior è seduto alla scrivania nella stanza ovale, inchinato su un foglio che non vuole firmare, guarda suo padre in piedi e piagnucolando chiede “devo proprio firmare?”. Il papà gli molla uno scappellotto alla testa ordinandogli: “Stai zitto e firma le tue dimissioni”. Il Senato e la Camera riuniti in una seduta di emergenza e presieduta dal nuovo vicepresidente approva ufficialmente la revisione dei risultati di ambedue le Camere dando una lieve maggioranza ai democratici.
Fantapolitica? Senza dubbio. Ma seguendo il montare di cause, riconteggi e studi prodotti nei sedici giorni dopo i risultati delle elezioni del 2 novembre 2004 diventa sempre più difficile negare che
il popolo statunitense sia stato vittima di una massiccia frode elettorale che impallidisce di fronte al piccolo colpo di stato del 2000 in Florida.
Nelle elezioni del 2000 Bush jr. “vinse” la presidenza grazie all’intervento della Corte Suprema, a maggioranza repubblicana. La Corte bloccò il riconteggio delle schede perforate della Florida perché il governatore e fratello di George W., Jeb Bush, non aveva stabilito un metodo uniforme su come contare le schede per tutte le contee. Al momento del blocco, Bush Jr. era in vantaggio di 537 voti e così vinse la Florida e la Casa Bianca.
Nel 2002 l’amministrazione Bush “aggiustò” il disastro della Florida con la legge Help America Vote Act (Aiuta l’America a Votare) che rese la frode elettorale molto più facile in quanto imponeva agli Stati una ulteriore privatizzazione del processo elettorale e l’adozione di sistemi elettronici (come i computer tocca schermo) che non lasciano tracce cartacee.
Negli Stati Uniti quattro compagnie private contano più dell’80% dei voti. Tutte sono legate a doppio filo alla campagna elettorale di Bush. Il giorno del voto Dopo il fiasco del 2000, migliaia di osservatori volontari e non erano presenti ai seggi. Associazioni
civili avevano pubblicizzato i numeri telefonici per registrare le proteste degli elettori che infatti hanno registrato una ondata di proteste e richieste di assistenza. Più di 34mila dalla sola Election Incident Reporting System.

Il numero più alto di denunce provenivano dagli Stati in bilico, ma anche dagli Stati blu (a maggioranza democratica). Per non parlare della strategica decisione di limitare il numero di macchine elettorali in contee molto popolose, con il conseguente effetto di file lunghissime.
Numerosi cittadini hanno raccontato come in alcuni Stati, dove si votava con un sistema che non prevedeva la registrazione cartacea, l’elettore votava Kerry ma il computer registrava un voto per Bush.
Sei deputati hanno richiesto ufficialmente al Government Accountability Office, l’ente di vigilanza del Congresso, che venga aperta una indagine formale sulle macchine contavoto usate nelle elezioni del 2004 dopo essere venuti a conoscenza di macchine che aggiungevano voti inesistenti: 93.136 in una sola contea dell’Ohio. E proprio questa settimana in Ohio i funzionari elettorali hanno raccolto testimonianze giurate di elettori che denunciavano abusi.
I candidati dei Verdi e dei Libertarians sono riusciti a raccogliere 113.600 dollari per ottenere un riconteggio di tutti i voti dell’Ohio. Questo riconteggio dovrà tener conto delle 92.672 schede perforate “rovinate”, molto frequenti nelle aree a maggioranza democratica. Mercoledì scorso il partito democratico dell’Ohio ha
intentato una causa federale per imporre a Blackwell, il segretario di stato repubblicano, di usare un metodo uniforme in tutte le contee per contare le 155mila schede dei voti provvisori. Bush, secondo il risultato non ufficiale, ha vinto lo Stato

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