martedì 18 Giugno 2024

Dei blocchi navali e delle guerre striscianti

Dinamiche di guerra anti-europea, mafie di sfruttamento degli uomini, leggi internazionali e quinte colonne del capitalcomunismo che ci sparano alle spalle

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Oltre centomila immigrati nel 2023, più del doppio dell’anno precedente.
Lampedusa scoppia e pare il Campo dei Santi.
Il governo è inchiodato alla sua sprovveduta propaganda elettorale del blocco navale ed è preso tra due fuochi.

Blocco navale?
Iniziamo dalla fine. Il blocco navale non poteva essere altro che uno slogan perché giuridicamente, come ben spiega formiche.net, “è regolato dal diritto internazionale, e in particolare dall’articolo 42 dello statuto delle Nazioni Unite. Esso non può essere attivato unilateralmente se non nei casi previsti di legittima difesa, aggressione o guerra. Il blocco navale, allo scopo di contrastare l’immigrazione, sarebbe dunque palesemente illegale”.
Peraltro dovrebbe essere dichiarato dal Presidente della Repubblica, il che è escluso, senza contare che il governo è di coalizione e che lo stesso Fratelli d’Italia è un partito composito, quindi neanche l’ottenimento di un voto di maggioranza sarebbe tanto probabile.
Ma quel che più conta è che non si ha potere al di fuori del deep state e quest’ultimo, tra associazioni clericali, base progressista, e mafia dell’accoglienza, impedirebbe l’attuazione del blocco, né la Marina sarebbe esente dal sabotaggio.
Niente da fare dunque? Abbiamo già affrontato il problema e spiegato che un’azione a lungo termine – due generazioni – può venire a capo della situazione, cosa letteralmente impossibile con un semplice gesto muscolare. Tra l’altro tutte le linee teorizzate dal governo sembrano corrette, il guaio è che una cosa è teorizzare e un’altra attuare e, mai come in questo caso, calza l’espressione “tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare”.

Il primo intento annunciato da Palazzo Chigi è di tagliare i fondi faraonici destinati alle associazioni di sfruttamento dei migranti che in nessun’altra nazione sono così cospicui.
“Si guadagna più con gli immigrati che con la droga”: ricordate la registrazione di Buzzi nelle indagini della cosiddetta “mafia capitale”?
Il problema è che i finanziamenti non sono solo nazionali ma anche regionali, locali, europei, molti quindi si trovano fuori dalla giurisdizione romana e intanto, vistesi minacciate nel cuore che si trova accanto al portafogli, le associazioni “benefiche” hanno spinto sull’acceleratore. Vedremo se il governo terrà il punto e taglierà tutti i fondi che può agli sfruttatori: sarebbe già un buon inizio.

La concertazione europea in Africa con l’avvio degli hot spot, altra proposta meloniana che sta oggi incontrando l’approvazione di Macron, è attuabile a differenza del blocco navale, e può produrre i suoi frutti. In modo informale qualcosa di simile era già stata attuata in Libia, prima che facessero fuori Gheddafi, e successivamente in Niger ad opera di Macron che aveva così riparato alla devastazione provocata da Sarkozy. Ora anche il Niger è stato travolto e Parigi ha ammesso la sconfitta della Francafrique, prospettando la disponibilità per una Eurafrique. La quale, purtroppo, si delinea in una condizione di disfatta invece che in quella di una politica espansiva. Riuscirà?

La visione del “Piano Mattei” è centrata perché è possibile venirne fuori solo in una logica di cooperazione geopolitica e geoeconomica eurafricana e, questo è molto importante, una politica del genere incontra il consenso della gran parte dei paesi del continente nero.
Ma bisogna guardarsi alle spalle. Abbiamo visto come si sta comportando in questi giorni Berlino, con un’ostilità palese che si concreta nel rifiuto di accogliere migranti dall’Italia e nel finanziamento per le ong tedesche che operano nel fanatismo del comunismo n.0 che intende distruggere ogni nostra identità.

Se non la si capisce
Non è affatto peregrino l’approccio governativo al problema epocale, il dilemma è che non so se colà vi sia la consapevolezza che siamo presi a tenaglia in una vera e propria guerra per annientarci. Che, poi, non è altro che la continuazione di quella mondiale.
Vada per il confronto, la dialettica e la sinergia, vada per le cooperazioni, ma se non si capisce che ci stanno massacrando e se si trattano i massacratori come se fossero dei semplici avversari politci, la sconfitta è certa.
Ong, associazioni di sfruttamento, tratta di uomini, fanno tutt’uno con una campagna bellica che è mossa contro di noi ovunque e su tutti i piani: finanziario, industriale, energetico, strategico. I russi sono i fanti stupidi dell’ordine americano come hanno dimostrato e continuano a comprovare dal febbraio 2022, da quando, cioè, si sono messi a fare i banditi contro l’Europa, ingrassando a nostre spese le vacche d’oltreoceano.
Ancora i russi, bulli e sciocchi, sono corresponsabili del disastro nel Sahel da dove ci hanno minacciati di migrazioni massicce per punirci del nostro colonialismo.
Visto che a Lampedusa sono sempre più numerosi gli arrivi da Guinea, Burkina Faso, Costa d’Avorio, Mali, Cameroun, Ghana e Togo, non direi che sussistano dubbi in merito.

Putin o Soros è uguale
I russi che stanno combattendo la loro ennesima guerra all’Europa non sono soli e non basta fronteggiarli (cosa che poi nessuno sta facendo sul serio). L’azione è congiunta, come dimostra proprio Lampedusa, dove le organizzazioni che dovrebbero ispirarsi a Soros partecipano agli sbarchi delle colonne messe assieme dai russi (presunti nemici del “filantropo”) e dai di loro recenti alleati tuareg, ovvero gli schiavisti di terra di cui prendono in seguito il posto gli scafisti.
Qui da noi poi, dove si dovrebbe trovare una soluzione, è pieno zeppo di zecche nell’anima e di sfruttatori degli esseri umani che stanno – è sempre 8 settembre – regolarmente contro la nazione.
Non condivido la maggior parte delle critiche al governo in merito a come cerchi di fronteggiare l’invasione, perché le trovo superificiali e non documentate.
Però non credo che riesca a risolvere la situazione in quanto ho l’impressione che non si renda conto di quanto malvagia e bramosa sia certa gente che si lamenta sempre di essere discriminata e nel frattempo non fa prigionieri.

Chi combatterà per noi?
Non chiedo a nessuno professioni di fede e rivendicazioni del passato: m’interessa come affrontano il presente. Anche se questo avvenisse con buon senso e con intelligenza, servirebbe però a poco. Perché ci si può anche non ispirare a quello che fu ma si deve capire l’attualità e saperla leggere.
Il presente non è rottura del passato ma è una sua continuazione, peraltro perversa.
L’appena scomparso Napolitano è l’emblema perfetto di questa trasformazione nell’immutato.
Per dirla alla Tommasi – appunto – di Lampedusa, possiamo dire che tutto è cambiato solo apparentemente affinché nulla cambiasse.
Il grande abbraccio capitalcomunista – che poi c’era sia storicamente che concettualmente già nel gene comune – ha prodotto e continua a produrre cellule tumorali che possono anche essere in disaccordo tra loro (più trozkiste, più staliniste, più azioniste) ma sono sostanzialmente identiche e hanno la brama della sovversione di quanto è assiale e identitario, che non va affatto confuso con l’immaginario museale e ammuffito dei reazionari che, non a caso, finiscono sempre per tifare per qualche stalinismo di ritorno, purché con qualche spruzzo d’incenso.
La guerra l’abbiamo ai confini (da est e da sud) ma ce l’abbiamo soprattutto dentro.
Se non lo si capisce e se non si hanno il coraggio e la decisione necessari per combattere, inutile illudersi che gli altri abbiano misericordia.

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